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sabato 11 dicembre 2010

Agenzia Solo Affitti Paola (CS)

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sabato 4 dicembre 2010

TV Sorrisi e Cazzoni

Anche se non c’ero, rimpiango quelle adunate nelle piazze italiane d’inizio anni ‘50, dove tutt’intorno alle tv, guardavano e gustavano quella strana macchinetta da dove uscivano personaggi veri. Senza viaggiare si era immediatamente trasportati da un’altra parte.

Erano anni di riscossa per il popolo italiano, i politici non parlavano più di “superiorità della stirpe”, di “autarchia” o di “uomini infallibili”. I democristiani e i liberali s’opponevano ai comunisti, De Gasperi a Togliatti. La gente parlava di politica, non di demagogica democrazia. E le tv, le trasmissioni, i talk show, non emanavano puzza di fogna, come ora. Emanavano odore di lotta di classe, di lotta di ideologie, diverse fazioni che si contrastavano sul libero mercato, sull’emancipazione femminile, sull’appoggio al blocco occidentale o a quello orientale.

In tv c’erano Don Camillo e Peppone, splendida rivisitazione d’un romanzo scritto da uno splendido scrittore come Giovannino Guareschi. La gente comprava il Corriere e leggeva gli articoli di Indro Montanelli, di Giovanni Mosca, di Eugenio Montale, di Ennio Flaiano, di Augusto Guerriero. Oggi invece legge (oltre agli ottimi Gian Antonio Stella, Sergio Rizzo, Giovanni Sartori e altri) gli editoriali di Pierluigi Battista, con alcune lettere aperte di Veltroni e della Finocchiaro al popolo italiano, portati in Pompa Magna da quel fattore che colpisce le menti, soprattutto a Sinistra. La memoria.

Rimpiango quei presidenti della Repubblica che non osavano dire in tv “il confronto non sia scontro frontale”, ma di dialogo. Poiché ogni scontro è frontale. E, soprattutto, non vorrei vedere certe scene come quella a cui milioni d’italiani in queste ore stanno assistendo entrando su YouTube. Il video è un canto in coro da parte dei nostri politici che, data l’ingente quantità di voti persi nell’elettorato cosciente e ben sveglio, ha deciso di raccattarne presso i sempliciotti. L’opera si chiama “Per la vita” (potete vedere il video in fondo all’articolo). È stato girato nel 2008 ma, dopo il suicidio del maestro Monicelli, è tornato prepotentemente d’attualità. Sconsigliamo, e vivamente, ai deboli di cuore d’assistere al filmato. Per i minori è consigliata la presenza dei genitori.

Nella meravigliosa situazione canora si susseguono i vari Alemanno, La Russa, la Santanché, Mastella, Volontè, fino ad arrivare a Schifani e Bondi. Che, poveretto, ha subito un trapianto vocale. Difatti mentre canta, si vede palesemente che c’è il doppiaggio. Nemmeno quando canta è opera sua. Pover’uomo.

E la cosa più strana è che, quest’inno alla vita, questo incoraggiamento alla vita, sia stato fatto da persone in evidente stato confusionale, non proprio vivissime, quasi rasentando una forma di coma lieve. Ai tempi di De Gasperi o di Togliatti la gente avrebbe riso, pur incolta e semianalfabeta com’era. Oggi invece, una parte apprezza. Poiché il politico si avvicina a loro, si rende simpatico, perde l’aureola e scaraventa il distacco freddo e disincantato dei grandi dittatori, diventando sempre più umani.

Ma, come Napolitano dovrebbe capire, lo scontro, è inevitabile e necessario. Primo poiché se non ci sono scontri non ci sono idee e, anche se ci sono, non sono sincere. “Vita è la libertà, vita è la creatività, è il sorriso che tu mi fai, è la mano che tenderai come quella che tu mi dai”, è il ritornello della canzone. È roba che abbiamo ormai acquisito dalla cultura berlusconiana, la quale ha cambiato le regole del gioco. E come Mediaset ha trasformato la televisione, i giornali, e soprattutto i telegiornali in modelli commerciali, anche la Rai ha dovuto adeguarsi, trasformando il vecchio modello d’informazione in intrattenimento. E anche la Sinistra si è adeguata a questo nuovo modello commerciale portato in politica da B in primis e dai riciclati craxiani in secundis.

Un popolo che guarda mezzo rincoglionito degli sberleffi alla propria intelligenza, inneggiando l’inno alla vita cantato da zombie. E, chi non capisce la differenza tra essere umano pensante e zombie, significa che è stato contagiato. E anche lui andrà alla ricerca di altri cervelli da divorare. Per sopravvivere.

Stefano Poma

Rapporti Lega-'Ndrangheta.Esplode il caso di "Gamma" Castelli

Castelli di paglia: “Gamma? Sembro io”



di Davide Vecchi



Un libro sul leghista "scelto" dalla 'ndrangheta. Il viceministro che fu condannato a rimborsare 33.100 euro per una consulenza "irrazionale e illegittima", dice: "Non c'entro". Retromarcia di Libero: prima titola contro Saviano, poi due suoi giornalisti confermano le sue tesi




“Saviano ha rotto i Maroni”, titolava Libero appena tre settimane fa riportando le dichiarazioni dell’autore di Gomorra, colpevole di aver denunciato che “la ‘ndrangheta al nord interloquisce con la Lega”.


Adesso due giornalisti dello stesso quotidiano pubblicano un libro in cui, attraverso la testimonianza del pentito Giuseppe Di Bella, ricostruiscono l’ascesa al potere della criminalità organizzata in Lombardia. E raccontano come proprio la ‘ndrangheta nel 1990 abbia scelto i cavalli su cui scommettere tra gli emergenti politici del Carroccio, portandoli fino a “importanti incarichi di Governo”, scrivono gli autori di Metastasi Claudio Antonelli e Gianluigi Nuzzi. Quest’ultimo ieri ha anticipato le critiche: “Non è colpa mia né di Libero se al Nord c’è la malavita”. Spiegando che la differenza è che “Metastasi è un’indagine compiuta in un anno di lavoro” mentre “Saviano ha sigillato un assioma televisivo”.


Sempre di fango si tratta, secondo gli esponenti del Carroccio. In particolare per il viceministro alle Infrastrutture Roberto Castelli e Stefano Galli, capogruppo in regione Lombardia: “Tutte fandonie”.I due si sono sentiti tirati in ballo: sono entrambi nati e politicamente cresciuti a Lecco. La città in cui, secondo quanto ricostruito nel libro, nel 1990 gli uomini del clan di Franco Coco Trovato scelsero un anonimo uomo dell’emergente e ancora sconosciuto Carroccio trasformandolo, negli anni e a sberle di voti, in un politico di rango governativo. “Coco Trovato – ricorda Di Bella – aveva scelto il suo cavallo: è Gamma. Lo dice a tutti. Votare Lega, votare Gamma”. Gli autori di Metastasi nascondono il nome del politico con questo pseudonimo: ‘Gamma’, “nome in codice di soggetto che potrebbe essere sottoposto a indagini – scrivono gli autori – Gamma è una figura che ha ricoperto importanti incarichi di governo”. Non a caso la prima copia del libro è stata consegnata al procuratore Giancarlo Capaldo, capo della Procura di Roma, che ieri ha annunciato l’apertura di un fascicolo.


Se il racconto troverà riscontri, la Lega celodurista della caccia al “terrone mafioso” ne uscirebbe con le ossa rotte. In particolare Castelli. Che da anni racconta la sua città come una zona sana. “Nel 1993 il Comune sconfisse la famiglia Trovato”, ha detto ieri e, intervistato da Enrico Mentana al tg La7, ha invitato Nuzzi “a fare il nome di questo politico”, riconoscendo che “l’identikit si adatta perfettamente a me”. E gli anni coincidono: nel 1990 alle regionali la Lega registra il primo boom (18,9%) e nel 1992 Castelli è eletto per la prima volta alla Camera. “Ma io con Coco Trovato non ho mai parlato”. Nel 2006 “ho ricevuto una lettera con 29 proiettili” ha ricordato, sottolineando che agli amici si inviano altri messaggi. E di amici, l’ingegnere di Lecco, ne sa qualcosa.


Le consulenze a tempo pienoDa ministro della Giustizia nel secondo governo Berlusconi distribuì talmente tante consulenze, ritenute di dubbia utilità, da finire indagato da procura e Corte dei Conti accusato di un danno erariali di circa un milione di euro. Secondo il procuratore Guido Patti, il ministro Castelli avrebbe creato “la figura del consulente personale a tempo pieno”.Il Senato e il Tribunale dei ministri negarono l’autorizzazione a procedere, la Corte dei Conti, nell’aprile 2009, lo ha condannato al rimborso di 33.100 euro a titolo di risarcimento erariale, definendo “irrazionale e illegittima” una delle consulenze: quella affidata alla società Global Brain. Società di Alberto Uva, lo stesso finito pochi giorni fa nel mirino della procura milanese per corruzione nella vicenda Teleospedale.


Mazzette in salsa lombardaUna storia di mazzette lombarde in salsa leghista-ciellina, denunciata da Galli, capogruppo del Carroccio in regione. A lui, Uva ha offerto una tangente da 15mila euro in vista di una gara d’appalto per l’assegnazione della gestione del sistema tv da installare negli ospedali lombardi. Galli si è rivolto prima ai magistrati, poi al Corriere della Sera: “Io certe persone le denuncio, altri danno loro le consulenze”.Anche Giuseppe Magni, amico e braccio destro di Castelli al ministero, è finito indagati dalla procura di Roma: è stato filmato di nascosto negli uffici dell’imprenditore romano Angelo Capriotti a parlare di appalti ed “esigenze” che, secondo i pm, altro non erano che tangenti.


È poi toccato ad un altro uomo di fiducia di Castelli: l’avvocato Antonello Martinez sorpreso, rivelò Marco Lillo su L’Espresso, a chiedere soldi agli imprenditori del settore carcerario in cambio di una spintarella per gli appalti. In ballo c’erano i 25 nuovi carceri che il Guardasigilli voleva costruire. Tutte vicende legate al periodo in cui è stato ministro, venti anni dopo quel 1990 quando la ‘ndrangheta scelse di sostenere Gamma e portarlo fino al governo.


Da Il Fatto Quotidiano del 3 dicembre 2010



http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/03/castelli-di-paglia%E2%80%9Cgamma-sembro-io%E2%80%9D/80063/

«Frasi contro disabili sul sito del Campidoglio»

I deputati Pd, Ileana Argentin, Walter Verini e Maria Coscia hanno presentato un'interrogazione sulla vicenda




I deputati Pd, Ileana Argentin, Walter Verini e Maria Coscia hanno presentato un'interrogazione sulla vicenda




ROMA - «Siamo davanti ad un fatto che desta grande sconcerto. Sono estremamente gravi i contenuti delle dispense del Comune di Roma per la formazione di centinaia di funzionari pubblici dove si possono leggere affermazioni discriminatorie nei confronti dei portatori di handicap». Lo dicono i deputati democratici Ileana Argentin, Walter Verini e Maria Coscia che hanno presentato una interrogazione per chiedere al governo chiarimenti su questa inaudita vicenda.





CHIESTO L'INTERVENTO DEL SINDACO - «Chiunque - proseguono i deputati democratici - può leggere sul sito Formez Italia le dispense di diritto costituzionali piene di strafalcioni giuridici e, cosa ancora più grave, di affermazioni discriminatorie come la seguente: 'L'articolo 3 della Costituzione nella prima parte enuncia il principio di uguaglianza, formale in quanto esseri umani (assenza di norme discriminatorie). Non bisogna però considerare uguali a noi le persone in condizioni inferiori alle nostre (handicappati)'. E sullo stesso sito si legge che le finalità del progetto sarebbero 'favorire lo sviluppo qualitativo e la valorizzazione delle competenze degli organici'. È una indecenza senza pari che ci siano persone che pensano queste cose e che siano scritte sul sito del Comune di Roma. Chiediamo l'intervento del sindaco Alemanno - concludono - per far togliere immediatamente questo materiale dalla rete.





http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_dicembre_3/campidoglio-governo-1819016546.shtml

Stop agli infermieri stranieriLa Lega: incentivi agli italiani

In Provincia si blocca il piano per affrontare l'emergenza per l'assistemza nelle corsieIl Pd: "Scelta miope che verrà pagata dai malati". Il Carroccio: "Agevoliano i nostri giovani"



di Laura Asnaghi



In tutta la Regione mancano all’appello 8mila infermieri, di cui la metà a Milano e provincia. Ma, proprio in Provincia, la Lega blocca un provvedimento per l’assunzione di infermieri: stranieri, soprattutto, perché di italiani con la “vocazione” ormai non ce ne sono quasi più. Il progetto, il cui iter è cominciato la scorsa primavera, coinvolge Provincia, Assolombarda e Aler: obiettivo, reclutare infermieri all’estero garantendo loro alloggi nelle case popolari con affitti accessibili. Tutto questo per far fronte all’emergenza che in Lombardia è arrivata a livelli molto alti. Ed è proprio la provincia di Milano l’area con la più alta concentrazione di ospedali e case di riposo per anziani.



La denuncia è di Ezio Casati, vicepresidente del consiglio provinciale, che ha presentato un’interrogazione urgente. Per assumere infermieri stranieri nel giro di breve tempo il progetto faceva riferimento alla rete degli sportelli dell’Eures, il portale europeo per la mobilità professionale, una sorta di “agenzia di collocamento” a livello continentale. Ma di fronte alla parola “stranieri”, seguita dall’indicazione della garanzia di alloggi popolari, la Lega ha opposto il suo netto no. Così il provvedimento si è impantanato.



"L’atteggiamento della Lega è ottuso - denuncia Casati - perché così si corre il rischio di non riuscire a far fronte alla penuria di infermieri sul territorio lombardo". Quello che doveva essere approvato in tempi brevi, del resto, non è un progetto inedito: "È dal 2003 che ha preso il via l’arruolamento di infermieri con l’Eures" ricorda Giovanni Muttillo, presidente dell’Ipasvi, in pratica l’ordine che rappresenta i 22mila infermieri che operano nell’area milanese. E aggiunge: "Tramite l’Eures sono già arrivati 600 infermieri dalla Spagna, ma nei nostri ospedali gli infermieri comunitari ed extracomunitari sono già 2.200, cioè il 10 per cento del totale".



Stavolta, però, la Lega si è opposta al provvedimento perché «con questa storia della casa favorisce gli stranieri a scapito degli italiani» come sostiene l’assessore provinciale alla Sicurezza, Stefano Bolognini: "Noi siamo convinti - continua - che se i giovani milanesi o lombardi, o italiani in genere, avessero agevolazioni per la casa, di infermieri ne troveremmo anche da noi. Ecco perché abbiamo chiesto un momento di riflessione rinviando il progetto alla presidenza. Questa emergenza si può equiparare a quella dei poliziotti. Se si garantisce l’alloggio non c’è bisogno di cercare all’estero".



Ma, secondo Casati, questa posizione rischia di causare gravi danni agli ospedali. In attesa di infermieri non ci sono solo le grandi strutture pubbliche di Milano ma anche l’Istituto europeo di oncologia, il San Raffaele e l’Humanitas, che attraggono pazienti da tutta Italia. "Bloccare l’arruolamento degli stranieri è una scelta miope - aggiunge Casati - si è chiarito in più occasioni che non ci sono abbastanza italiani per far fronte a tutte le richieste. Dire no al piano significa non assicurare adeguata assistenza ai malati e abbandonare gli ospedali ai loro problemi".



Ma la Lega la pensa diversamente: "Di questi tempi - conclude Bolognini - se si offrono agevolazioni anche gli italiani possono essere invogliati a mestieri faticosi come quello di infermiere". E così il braccio di ferro in Provincia continua.



http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/12/03/news/stop_agli_infermieri_stranieri_la_lega_incentivi_agli_italiani-9821637/?ref=HREC1-1

Nucleare, sull'Agenzia nazionale nuovo 'no' alla Prestigiacomo

ROMA - Le commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera hanno bocciato nuovamente uno dei due membri proposto dal ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, per l'Agenzia nazionale sulla sicurezza nucleare. Michele Corradino, capo di gabinetto del ministero dell'Ambiente, che già ieri aveva avuto semaforo rosso, è stato di nuovo bocciato con 49 no e 27 sì.



PRESTIGIACOMO: "IL NO ARRIVATO DALLA MAGGIORANZA" - "E' andata peggio di ieri. Mi dispiace perché questo blocca di fatto l'avvio dell'Agenzia per la sicurezza nucleare". Così il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, a margine della votazione delle commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera che hanno nuovamente bocciato uno dei due nomi da lei proposti per l'Asn, e cioè il suo capo di gabinetto Michele Corradino. "Se le nomine non sono complete l'Agenzia non può partire- lamenta Prestigiacomo- dubito che prima di gennaio si possa riaffrontare il tema". Di fatto, prosegue il ministro, "l'attacco non è alla singola persona, che francamente non lo merita, ma è un attacco al nucleare, e ci sono stati tantissimi franchi tiratori, è un qualcosa che arriva dalla maggioranza: bisognerà riflettere su questo risultato". Si sta già lavorando ad un nome sostitutivo, chiedono i giornalisti? "No, assolutamente", chiude Prestigiacomo.





2 dicembre 2010



http://www.dire.it/HOME/nucleare_sullagenzia.php?c=35834&m=3&l=it

Disastro nucleare sfiorato per capriccio di Gheddafi

Un disastro nucleare sulle coste libiche per ''dare una lezione all'Onu'' che non aveva concesso a Muammar Gheddafi di piazzare la sua tenda a New York in occasione dell'Assemblea generale. E' la nuova inquietante rivelazione contenuta nei file di Wikileaks diffusa da uno dei suoi media partner, il britannico Guardian. Uno degli amici preferiti di Berlusconi rivela aspetti che, se confermati, mostrano un'incoscienza a dir poco inconcepibile per chi guida un Paese.



Sette contenitori metallici, ciascuno di diverse tonnellate, destinati ''unicamente'' al trasporto di materiale radioattivo e non alla sua ''conservazione'', contenevano 5,2 kg di uranio altamente arricchito (Heu): vennero lasciati nei pressi della centrale nucleare libica di Tajoura, a 14 km da Tripoli dove sorge un impianto da 10 Megawatt costruito dai russi, ''custoditi solo da una guardia armata, non si sa se con il fucile carico''.



Un intenso scambio di dispacci diplomatici tra ottobre e dicembre 2009, scrive il Guardian, dimostra la preoccupazione americana ma anche russa per il carico, che faceva ''gola ai terroristi e agli Stati non-nucleari'' che avrebbero potuto ''facilmente rubarlo''. Il materiale, parte del piano nucleare libico, per fabbricare diversi ordigni, era ''altamente a rischio'' perché le temperature potevano fondere i contenitori. ''Ogni riferimento alla vicenda sui media può scatenare serie preoccupazioni di sicurezza'', si legge in uno dei dispacci di fonte Usa.



La crisi esplose il 20 novembre 2009, quando il direttore dell'agenzia atomica libica, Ali Gashut, riferì di aver avuto ordine di bloccare l'arrivo di un aereo russo Antonov 124-100 che avrebbe dovuto caricare il materiale e portarlo via, dopo l'offerta americana a Mosca di ''pagare'' per il disturbo (circa 800.000 dollari).



Quando gli americani affrontarono la vicenda con il figlio del leader libico, Saif al-Islam, questi sottolineò che il padre si sentiva ''umiliato'' per il trattamento ricevuto a New York, dove appunto gli era stato impedito di piazzare la sua tenda nel corso dell'Assemblea generale Onu. Il 7 dicembre, dopo un lungo ping pong, ''finalmente le guardie armate hanno iniziato a presidiare l'impianto nucleare''. L'Antonov è infine atterrato il 21 dicembre, portandosi via il carico di uranio arricchito.



La vicenda non è la prima rivelazione su Gheddafi contenuta nei file di Wikileaks. La diplomazia Usa, stando ai documenti, considera il leader libico ''il dittatore più longevo del mondo'', un ''ipocondriaco'' che non gira mai senza la sua infermiera, ''una voluttuosa bionda con cui ha una relazione'', che non disdegna il flamenco.



In un documento dell'ottobre 2009 siglato dall'ambasciatore americano a Tripoli Gene A. Cretz, si dice che ''Gheddafi usa il botox e fa filmare tutti i suoi controlli medici per analizzarli dopo con i suoi dottori''. Tutte "manie" queste che hanno spinto Washington a chiedere informazioni sul suo ''stato di salute mentale''.





4 dicembre 2010



http://www.unita.it/mondo/disastro-nucleare-sfiorato-per-capriccio-di-gheddafi-1.258300#



venerdì 3 dicembre 2010

E la monnezza va a Bucarest

di Tommaso Cerno

La camorra porta di nascosto i rifiuti dalla Campania alla Romania. Via nave: Napoli, Dardanelli, fino al porto di Costanza sul Mar Nero. Ecco tutti gli uomini e le società coinvolte nel business dei veleni

(02 dicembre 2010) 








Il mostro s'è risvegliato. Ruggisce di nuovo "Ochiul Boului", l'occhio di bue, la discarica più spaventosa della Romania. Ruggisce da quando Napoli s'è trovata coperta un'altra volta dai rifiuti. Qui a Glina temono possa tornare il pericolo italiano, i container di spazzatura campana gestita dalla camorra. Temono che al di là delle dichiarazioni del governo Berlusconi, che promette di smaltire quella montagna puzzolente distribuendola fra le altre regioni, partano i traffici di navi fantasma stracolme di monnezza. Perché i soldi in gioco sono tanti. E i contratti ufficiali con gli smaltitori del Nord non rendono certo alla malavita italiana quanto quelle crociere di veleni. Non sarebbe la prima volta che i cargo scaricano illegalmente qui immondizia destinata altrove. Né che dietro a un'operazione legale spunti la mano della mafia. Tanto, una volta che i rifiuti sbarcano in Romania nessuno li trova più. Finiscono sepolti sotto questi mostri che chiamano "groapa", con il corpo che s'estende per decine di ettari, putrefatto da decenni di accumuli. Il lago a Glina è sparito. La campagna è contaminata. L'acqua è marrone.



L'immondizia di Bucarest, strato su strato, è diventata alta come le colline a sud-est della capitale fino a risucchiare il paesino. Gente che respira quel tanfo dal 1976, quando l'ex leader comunista Nicolae Ceausescu decise di stivare qui gli scarti di Bucarest. Come Glina ci sono una miriade di altre discariche disseminate nel Sud. Legali e illegali. E a gestirle, dietro le società romene di facciata, ci sono gli italiani.



L'ultimo fenomeno che allarma l'Interpol è il fiorire, sotto i Carpazi, di una miriade di aziende campane che si occupano proprio di rifiuti. Sono quelle che oggi fanno temere che si stia organizzando qui la discarica di Napoli. Il progetto che saltò tre anni fa, quando il business era gestito dai soci di don Vito Ciancimino, che s'erano aggiudicati l'ampliamento di Glina, l'inceneritore di Ploiesti e un paio di grosse discariche a Mures e Baicoi. All'epoca fu un'inchiesta della Procura di Palermo, a caccia dei tesori nascosti del boss, a passare i confini e bloccare le operazioni, costringendo i soci dell'ex sindaco condannato a 13 anni per associazione mafiosa a svuotare le società e sparire nel colabrodo del diritto romeno. Agenda 21, la capofila fondata da Sergio Pileri e fratelli, è diventata una scatola vuota. Mentre la Ecorec, società che gestisce la discarica di Glina, è stata acquisita dal gruppo molisano Valente, che operava nella ex Jugoslavia dagli anni Ottanta. Due anni fa si sono decisi a giocare la loro prima partita sui rifiuti attuando un piano di ammodernamento per trasformare Ochiul Boului nella più grande discarica certificata d'Europa. Chiudendo contratti con gran parte dei paesi dell'Unione europea.



Intanto molti dei tentacoli societari dei fratelli Pileri, che gestivano con Gianni Lapis e Romano Tronci il gruppo di imprese incastrate una sull'altra, operano ancora a Bucarest. Nei rifiuti. Nell'immobiliare. Nella moda. Lo sa la polizia. Sa che alcune sigle sono cambiate, altre sono passate in mani straniere, altre ancora di italiani. Immerse nel mare delle circa cento società che si occupano di smaltimento da queste parti. È un sistema dove tutti conoscono tutti: "Ufficialmente non ci sono indagini in questo momento sul traffico di rifiuti dall'Italia alla Romania. Se da voi tutti sospettano tutti, qui ci atteniamo ai fatti", replicano gli investigatori. Eppure fuori microfono confermano che il campanello d'allarme è suonato. I container di immondizia arrivano via mare. E passano facilmente le frontiere colabrodo dal porto di Costanza. O addirittura da Odessa e Illichivs'k in Ucraina. Proprio in questi mesi caldi, sono aumentati i controlli sul confine meridionale e i giornali romeni parlano di "caracatita", la piovra italiana, la rete di società che in un gioco di scatole cinesi si spartisce la nuova partita dei rifiuti, della green economy e dell'eolico. È facile giocarla qui, dove mafia e camorra si sono stabilite da tempo. Basti pensare che negli ultimi cinque anni sono stati arrestati almeno dieci superlatitanti italiani in quest'area: da Francesco Schiavone, cugino di Sandokan, al camorrista Mariano Pascale, acciuffato a Dubraveni, a Ignazio Nicodemo che operava tra Pitesti e Costanza e Vincenzo Spoto, uno dei boss della Sacra Corona Unita. Nel frattempo sono triplicate le aziende italiane che partecipano a gare d'appalto per le nuove discariche e che si presentano a Romenvirotec, la più grande fiera romena sui rifiuti.



Se nel sud del Paese impera la mafia cinese e i russi si sono organizzati sul confine con la Moldavia per gestire i traffici di rifiuti tossici attraverso le Repubbliche ex sovietiche, i più forti restano comunque gli italiani. Quelli che controllano il Nord-ovest, la zona di Bucarest e giù fino al Mar Nero. Per loro la monnezza non sporca, ma pulisce. Lava quattrini e succhia fondi pubblici. Ammalia l'Unione europea, prodiga di finanziamenti per ammodernare il sistema di smaltimento romeno e riempie i conti della malavita. E così l'emergenza Napoli è una gallina dalle uova d'oro. Paga il governo, paga Bruxelles, pagano tutti. Magari si firmano contratti con ditte italiane e, per guadagnarci due o tre volte, la stessa monnezza finisce sulle rotte della camorra. Mescolata a rifiuti che in Italia non si potrebbero nemmeno smaltire. Non è fantascienza. È la regola sul Mar Nero. Un business che rende più della droga dopo l'ingresso del Paese nell'Unione europea, quando anche la criminalità ha fatto un salto di qualità e s'è buttata sulle cosiddette imprese ecologiche: "Con il doppio vantaggio che gli investimenti sono a costo zero. E permettono di riciclare fiumi di soldi sporchi della criminalità organizzata in un paese della Ue. E rimetterli in circolo", spiegano all'Interpol.



Qui non rischiano di spostarsi solo i rifiuti, dunque, ma la testa stessa del business. La base strategica del riciclaggio che guarda a Oriente. Basta fare un salto sabato notte al Bamboo. È la più grande discoteca dell'Est Europa, un paradiso fatto di musica e belle ragazze disseminato di oligarghi e uomini d'affari. I proprietari sono due italiani che hanno costruito nella capitale romena un piccolo impero: Giosuè e Ciro Castellano, i nipoti di Pupetta Maresca, compagna del boss Umberto Ammaturo e prima notabile donna della camorra. Un tavolo nella zona vip te lo devono dare loro di persona. Paghi anche mille euro per bere vodka commerciale. Fuori girano Ferrari, Audi e Bmw nuove di zecca. Perché a Bucarest sesso e affari sono una miscela inscindibile. Su quella pista psichedelica danzano loro e pure i miliardi che dall'Italia transitano nei Balcani. Ma dove possono stivare illegalmente i rifiuti? Lo spiega un ingegnere lombardo che, l'anno scorso, s'è sentito parte del gioco e ha cercato di entrare nel giro delle discariche. Con l'unico risultato di trovarsi in ospedale con le ossa rotte: "Qui funziona così: le società romene, dietro alle quali c'è la criminalità organizzata, ottengono dai Comuni le autorizzazioni per le discariche", racconta a "L'espresso". Ne è prevista una a Cumpana, alle foci del Danubio. Altre a Valul lui Traian in Dobrugia e verso Tulcea: "Dovrebbero servire per i rifiuti urbani e le aziende della zona. Invece nella realtà non succede così, perché il sistema è rudimentale e nella maggior parte dei casi non ci sono nemmeno i bidoni. Il Comune paga, ma il grosso della roba finisce nelle centinaia di discarche abusive che nascono dappertutto. Così alle imprese di smaltimento ufficiali restano milioni di metri cubi fantasma da riempire con quello che vogliono".



Poche settimane fa la Guardia ambientale è tornata a Glina. Ha fermato alcuni camion che trasportavano da Iasi sostanze illegali. Più a sud hanno arrestato un autista con un carico di mercurio. È per questo che la spazzatura di Napoli per il popolo che vive arrampicato sull'immondizia è un incubo che ritorna. Proprio la monnezza a cui il presidente Traian Basescu oppose un fermo no nel 2007, fa sì che se oggi vai a Glina o nel piccolo paese Popesti Leordeni, e parli italiano, rischi la pelle come tre anni fa. Da un paio di mesi Radu e Mihai cacciano tutti via dalla discarica. E c'è pure Alin con loro, un giovane rom che ha lavorato a Napoli nel cantiere infinito della metropolitana. La stessa cosa se ti spingi a sud, verso Costanza, dove una miriade di discariche abusive rompono la campagna. Hanno picchiato un giornalista, un reporter straniero che s'avvicinava sfruttando il salvacondotto delle ambasciate. Lo confermano la polizia romena e gli uffici diplomatici. Tutti a Bucarest consigliano di girare al largo da quei disperati. E di lasciar perdere l'ecomafia dei Balcani. Perché non esiste. Quelle navi non attraccano davvero. E quei camion che loro sentono di notte scaricare putrescenza non sono reali. Occultati, come i rifiuti che portano, dietro nomi e società fittizie.



http://espresso.repubblica.it/dettaglio/e-la-monnezza-va-a-bucarest/2139621

Equitalia, è rivolta

di Tommaso Cerno e Paola Pilati

Milioni di italiani ricevono richieste di soldi assurde, spesso per multe e bollette già pagate o non dovute. Un Moloch di Stato che non ascolta ragioni e ti pignora la casa per pochi euro. Ma ora c'è chi dice basta

(30 novembre 2010) 




Un grande falò di cartelle esattoriali sotto la Mole Antonelliana. Parte da Torino la rivolta fiscale contro Equitalia. Sono pronti a migliaia per la prima class action, proprio come nei film americani, che porterà davanti al giudice quello che definiscono il nuovo sceriffo di Nottingham: il fisco impazzito. Non difendono certo gli evasori e le frodi. Anzi, denunciano i metodi della società pubblica che riscuote tasse, contributi Inps, Iva, multe e canone Rai per conto dello Stato. Nel 2006 fu armata dal governo per scucire il dovuto ai più incalliti nemici del fisco, ma sta diventando l'incubo di un'altra categoria: artigiani senza più commesse, commercianti oberati di debiti, famiglie monoreddito stremate dai conti di casa. Secondo i dati diffusi per la prima volta, i 18 milioni di cartelle inviate solo nell'ultimo anno e i 40 milioni fra solleciti, notifiche e avvisi di pagamento colpiscono con la stessa rudezza furbi e imbroglioni, ma pure cittadini con colpe veniali e magari pronti a pagare. Gente che si vede trattare dagli sceriffi di Equitalia come ricercati. E che sfinita si sta ribellando.




Voi evasori, noi poveracci Il consigliere regionale Alberto Goffi è una specie di Robin Hood che viaggia per Torino su una jeep verde con il numero di cellulare sulla fiancata. È lui che ha chiamato a raccolta questo popolo e ha ingaggiato un duello inedito fra due soggetti pubblici: il locale ufficio di Equitalia Nomos e l'Osservatorio messo in piedi dalla Regione Piemonte, che gli fa le pulci. Un duello che potrebbe allargarsi a macchia d'olio in tutto il Paese. E così in mezzo a chi le tasse non le paga davvero, nasconde capitali all'estero, distrugge le multe e con le bollette riempie i cuscini, c'è sempre più gente come Anna: dopo la crisi della Fiat per mandare avanti l'azienda che faceva componenti per auto ha congelato i versamenti Inps. Aveva un debito da 300 mila euro, che nel frattempo è salito a più di un milione. E non si ferma. La rata da 37 mila euro al mese non la reggeva. Così, adesso che gli ordini sono tornati a salire e avrebbe lavoro per un decennio, sta licenziando e chiuderà baracca: "L'interesse annuale è più alto del debito, così io pago ma non finisco mai. Mi hanno portato via tutto, mobili, macchinari, auto e casa. Mi resta l'orologio che mi regalò mio marito e ho paura che me lo sfilino dal polso. Secondo lei, se volevo evadere mi intestavo tutto?". C'è Francesco, 46 anni, licenziato, bimba a carico. S'è visto ipotecare il mini-appartamento per non aver pagato il canone Rai. C'è Giorgio, 39 anni, cassintegrato: "Il mutuo mi mangia tutto e quelle vecchie multe di quattro anni fa si sono trasformate in un incubo: il debito è triplicato, paghiamo ogni mese e non scende mai". E c'è Giovanni, 60 anni, che fornisce macchinari alle carceri. Stavolta è lo Stato che ha smesso di pagarlo e così lui non ha potuto versare i contributi Inps per i tre dipendenti. Solo che adesso quello stesso Stato è pronto a mettergli all'asta la casa.



Nell'ottobre 2009 Equitalia mandò un preavviso di ganasce fiscali addirittura al Radio Soccorso di Torino, che trasporta i malati di cancro. Il tutto per un debito di 3.058 euro su una vecchia tassa rifiuti. "Una cosa è la caccia ai delinquenti, che ogni anno nascondono allo Stato 120 miliardi di tasse e vanno presi. Altra cosa è infierire su questi poveracci per fare cassa", dice Goffi.



Ecco il punto. Da un anno l'Agenzia delle Entrate ha diminuito le "commesse" per Equitalia: meno riscossioni con la forza, più disponibilità a trattare con i presunti evasori per ottenere in via bonaria e in tempi più rapidi il dovuto.



In questo modo l'Agenzia incassa direttamente oltre il 67 per cento dei crediti, lasciando alla società di riscossione circa un caso su tre. E così Equitalia si concentra sempre di più su multe, canoni, Tarsu e ritardi di pagamento o sui piccoli imprenditori soffocati dalla recessione. Applicando le stesse ipoteche e pignoramenti previsti per chi evade, anche per poche centinaia di euro. L'effetto pratico è bizzarro: l'evasore consapevole, mimetizzato dietro off shore e conti esteri, senza case da sequestrare né auto da bloccare, se la cava spesso con un concordato. Mentre il cittadino che ogni anno compila il modello Unico, ma non ha i quattrini per saldare, si vede spogliato di tutto.



Emblematico il fenomeno della case ipotecate spesso per pochi spiccioli. A "L'espresso" Equitalia ha fornito un primo quadro nazionale. Si parla di oltre 616 mila ipoteche iscritte dal 2007 a oggi. E sarebbero già tante. Eppure Federcontribuenti ripete che il dato non è attendibile e che in Italia le ipoteche sarebbero già oltre un milione e mezzo. "Basta leggere i dati della Provincia di Torino trasmessi alla Regione qualche mese fa. Oggi in un territorio di 2 milioni di abitanti ci sono almeno 39 mila ipoteche attive. Impensabile che in Italia siano poco più di 600 mila, soprattutto se si considera che nelle grandi città come Roma e Napoli il fenomeno è storicamente più diffuso", spiega Goffi.



A dimostrare che i provvedimenti non scattano solo nei confronti degli evasori veri, c'è il boom di ricorsi da Roma a Milano. Centinaia di persone si sono trovate l'ipoteca per debiti inferiori ai mille euro, magari per vecchie multe. A chi s'è presentato allo sportello di Equitalia la risposta è stata sempre la stessa: "Noi applichiamo la legge". Lo ripetono tutti. Dal responsabile comunicazione dell'Equitalia, al direttore generale. Peccato che la Cassazione l'abbia smentito, dichiarando illegittima l'ipoteca della casa per meno di 8 mila euro. Equitalia ha preso atto e ha subito promesso di cancellare senza oneri per il contribuente le ipoteche irregolari iscritte dal 2007. Eppure finora non è accaduto nemmeno questo, in un rimpallo su chi debba sborsare i quattrini necessari. C'è pure il caso di chi, come Gianni di Milano, artigiano nel settore del mobile, s'è visto mettere all'asta la sua quota di casa che divideva con la moglie. Il 50 per cento è finito in mano a un estraneo che, pochi giorni dopo, ha cominciato a presentarsi a casa a tutte le ore: "Mi diceva questo: o ti ricompri da me la tua quota al doppio del prezzo o vi rendo la vita impossibile. Per me è cominciato un incubo". "Questi sono problemi che stanno emergendo e su cui è necessaria un riflessione sia a livello politico, sia di sistema", ammettono ai piani alti dell'Agenzia delle Entrate.



Che vi sia un abuso lo conferma l'avvocato Carmelo Calderone. Siede in quasi tutte le commissioni tributarie d'Italia, da Trieste a Messina, e da tempo denuncia le storture del sistema: "La vessazione è evidente. Nell'ultimo triennio Equitalia nel Lazio ha attuato l'ipoteca al 69 per cento dei proprietari raggiunti da una cartella. È così che la bandiera della presunta lotta all'evasione sventola fiera sui tetti degli immobili ormai diventati di Equitalia".



La piovra di Stato Il fatto è che per sopravvivere la piovra Equitalia deve fare budget. E per riuscirci non guarda in faccia nessuno. Al Capone e la vecchietta con 500 euro di pensione che non è riuscita a pagare la tassa immondizie per loro sono la stessa cosa. "Lo dice la legge", ripetono ai call center. È vero, è una società pubblica (51 per cento di proprietà della Agenzia delle entrate, 49 dell'Inps). Un baraccone all'italiana con 8 mila dipendenti, come un ministero, che ha raccolto i rami secchi del vecchio sistema di riscossione privato abrogato nel 2005 dal ministro Vincenzo Visco. Per mandarlo avanti l'unico introito sono proprio le cartelle esattoriali. Su ogni debito contestato, alla società spetta il cosiddetto aggio, ovvero un interesse del 9 per cento. Una specie di gabella che si calcola sull'importo già maggiorato dalle sanzioni e non sul debito reale che il cittadino ha contratto. Significa che più cartelle spediscono, più notifiche mandano, più avvisi recapitano e più incassi fanno.



Di gente tartassata così ce n'è a migliaia. E l'incubo che grava sul Paese ha i numeri di una catastrofe finanziaria. Basta guardare una cartella esattoriale per capire che il sistema è destinato a esplodere, col debito che aumenta anche di quattro o cinque volte. In un caso documentato, un piano di ammortamento datato 18 dicembre 2009 partiva da circa 350 mila euro. Contributi in ritardo perché l'impresa doveva scegliere fra licenziare a Natale metà dei dipendenti o sospendere l'Inps in attesa di tempi migliori. L'hanno fatto decine di migliaia di aziende del Nord. Per Equitalia è evasione fiscale. Così ha fatto i conti e l'importo iscritto a ruolo è salito a oltre 544 mila euro, poi a 726 mila con gli interessi di mora. In più, su ognuna di quelle cartelle, la società si porta a casa il famoso 9 per cento: 25 mila euro calcolati sull'importo iscritto a ruolo, cioè già gonfiato. A questo punto l'imprenditore accetta di rateizzare e il calcolo riserva l'ultima amara sorpresa: il debito sale a 828 mila euro.



Senza tirare in ballo le migliaia di cartelle "pazze", multe mai ricevute che riappaiono dieci anni dopo con importi cinque volte superiori, capita anche che la contravvenzione annullata dal giudice di pace prosegua comunque il suo iter di riscossione. E che Equitalia ti mandi la cartella esattoriale. Nessuno è tenuto a informarla che quella sanzione sia ormai illegittima. E l'unico che resta fregato è il contribuente. L'importo cresce anche del 120 per cento e, se non viene coperto entro i fatidici 60 giorni, scatta il blocco dei beni. L'avvocato Antonella Nanna della Federconsumatori è in prima linea nel denunciare le storture del sistema. Dal Lazio alla Toscana, da Napoli a Trento sono migliaia le segnalazioni: "Un nostro associato aveva ottenuto l'annullamento di una cartella esattoriale con liquidazione delle spese processuali a suo favore, eppure s'è visto notificare un fermo all'auto", racconta. Un altro, con tanto di sentenza favorevole della commissione tributaria che prevedeva il rimborso di somme che aveva già versato a Equitalia, non ha ottenuto la restituzione dell'importo perché non era possibile stabilire chi dovesse risarcirlo.



La protesta si allarga E così la rivolta torinese è ormai una rivoluzione nazionale. Dal Veneto alla Lombardia, dalla Toscana alla Puglia, le storie sono tutte simili e drammatiche. Un circolo vizioso, secondo il presidente dell'Api torinese Fabrizio Cellino, il primo industriale italiano a schierarsi apertamente contro Equitalia. "Nelle regioni produttive del Nord oggi pesa perfino più della crisi economica: se un artigiano o un commerciante è in difficoltà, magari perché proprio lo Stato ritarda i pagamenti, Equitalia pignora e segnala la posizione alla centrale rischi. Il debito aumenta e molti chiudono. O finiscono nelle mani degli usurai. Mentre lo Stato non paga mai", spiega. La loro proposta al ministro Giulio Tremonti è una moratoria che consenta ai vessati di uscire dal gorgo dei debiti, per ripartire con la caccia all'evasione quando le regole saranno più eque.



Che il problema esiste, l'Agenzia delle Entrate lo sa. Tanto che ha varato il cosiddetto "bon ton" del fisco. Il gran capo Attilio Befera, che è anche presidente di Equitalia, è dovuto ricorrere a una severa lettera di richiamo per riportare a modi più civili il comportamento dei suoi segugi. Non che gli evasori meritino il guanto di velluto, ma la mossa indica il bisogno di cambiare il clima tra erario e contribuenti, soprattutto in vista della nuova battuta di caccia che si aprirà a breve: tra il 2011 e il 2013 all'Agenzia tocca di scovare 20 miliardi di euro che oggi le sfuggono e riportarli a casa. E se per l'Agenzia il sistema funziona meglio non si può dire che Befera abbia ottenuto grossi risultati con Equitalia, anch'essa con un obiettivo ambizioso: aumentare le riscossioni di un miliardo entro il 2012 (oggi è a quota 8).



Mentre da un lato il mastino di Giulio Tremonti sul fronte del fisco si preoccupa di bon ton, dall'altro si rafforzano i poteri del braccio operativo di Equitalia. Già superiori a quelli della stessa Guardia di finanza. Arrivano, notificano, pignorano, sequestrano, ipotecano, bloccano i conti senza nemmeno la necessità di un giudice che firmi. Ma non è finita. Dal prossimo anno la società avrà anche un'altra arma: quella di agire direttamente sul contribuente infedele con indagini finanziarie che fino a oggi erano riservate all'Agenzia e relegate alla procedura penale, e rispetto alle quali il contribuente godeva di garanzie e tutele. Da domani, gli esattori potranno eseguirle in via amministrativa e guardare così nei conti correnti e negli investimenti di chiunque.



Due anni fa è nato pure il Fondo giustizia, che incamera tutti i denari bloccati da un provvedimento giudiziario e finora depositati nelle banche. Si tratta di 1,7 miliardi, che Equitalia dovrà investire come fosse un gestore finanziario (incassando un aggio del 5 per cento sull'utile). Sempre per il ministero retto da Angelino Alfano, la Spa guidata da Befera dovrà recuperare i crediti delle spese processuali e le sanzioni pecuniarie maturate alla fine di un processo.



Fra i pezzi grossi di Equitalia vige la regola del silenzio. A Torino l'amministratore delegato Nicola De Chiara non riceve giornalisti. Al centralino puoi chiamare decine di volte, che tanto nessuno ti passa nessuno. L'unico modo per parlarci e andarci di persona. Ma niente contatto diretto. "Parlate con Roma", rimbalza la segreteria.



Eppure, fuori microfono, qualcuno che ammette gli errori c'è. Una mail riservata, partita dagli uffici milanesi, invita a osservare una coincidenza quanto meno bizzarra: mentre Equitalia continuava ad accumulare ipoteche sulle case nei mesi dello scudo fiscale, buona parte dei capitali che rientravano dai conti dei veri evasori all'estero (pagando solo il 5 per cento del dovuto) è finita proprio sul mercato immobiliare. Vale a dire che, oltre a portarsi in Italia milioni di euro con meno di un ventesimo di quello che versano i contribuenti trasparenti, quei soldi sono spesso serviti ad accaparrarsi, sottocosto, ville e appartamenti messi all'asta da Equitalia. Un trend che al quartier generale dell'Agenzia delle entrate a Roma osservano a distanza: "C'è anche un aspetto positivo: quegli evasori rientrati dovranno pagare le imposte e noi ora sappiamo dove sono. E possiamo controllarli". Peccato solo che molte di quelle case le ha perse gente che i redditi li aveva almeno dichiarati.



http://espresso.repubblica.it/dettaglio/equitalia-e-rivolta/2139305//0

Dacci oggi il nostro rumore quotidiano

http://www.terranews.it/news/2010/12/dacci-oggi-il-nostro-rumore-quotidiano









di Fabiana Del Bufalo









IL CASO. In Italia 7 persone su 10 sono sottoposte a uno stress acustico superiore a quello ritenuto accettabile dalla legge e ai livelli indicati dall’Organizzazione mondiale della sanità. L’allarme dell’associazione per la ricerca sulla sordità.






Traffico stradale, rumori condominiali, cantieri, aerei, treni, concerti. L’inquinamento acustico, spesso sottovalutato, è causa di molti danni per la nostra salute. L’Organizzazione mondiale della sanità indica come soglia massima un livello tra i 55 e i 65 decibel, eppure tali limiti sono spesso lo standard per molti di noi. Secondo l’Airs, l’Associazione italiana per la ricerca sula sordità, in Europa 80 milioni di persone sono sottoposte a livelli superiori ai 65 decibel e ben 170 milioni, ossia il 42 per cento della popolazione, al livello limite. Dati in linea con quelli italiani, dove il 70 per cento della popolazione subisce un’esposizione al rumore superiore a quello ritenuto accettabile dalla normativa vigente. E la situazione non è migliore negli ambienti di lavoro. Lo scorso anno sono stati denunciati all’Inail quasi 6 mila casi di ipoacusia da rumore. La diminuzione, fino alla perdita, della capacità uditiva è infatti uno dei rischi più diffusi a cui il lavoratore va incontro. Si tratta di una patologia da troppo tempo ai primi posti tra le malattie professionali, la più diffusa in Europa. Basti pensare che si stima che circa un terzo dei lavoratori europei sia esposto a livelli di rumore potenzialmente pericolosi per almeno un quarto dell’orario di lavoro. Ronzii, fischi, mal di testa, interferenza con le fasi del sonno. Sono questi i primi sintomi causati dalla continua esposizione a decibel troppo alti. Spesso sono latenti e spesso degenerano in un deficit permanente, quale la perdita dell’udito. La continua esposizione a decibel superiori alla norma agisce inoltre sui sistemi neuro regolatori modificandone le funzioni e provocando svariati disturbi. Il rumore diventa così responsabile di stress e di maggiori infortuni dovuti alla distrazione, ma anche di altre patologie che all’apparenza non hanno nulla a che vedere con l’udito. Si tratta di malattie complesse ai danni del sistema endocrino, all’apparato cardiovascolare e gastrointestinale.Tra i lavoratori i settori più a rischio non sono solo quelli della metallurgia e dell’edilizia, ma anche la scuola, l’intrattenimento e i call center ed è per questo che la legislazione nazionale obbliga il datore di lavoro ad adottare una serie di provvedimenti preventivi per tutelare la salute dei dipendenti. Le aziende devono infatti attuare una riduzione del rumore a vari livelli: sia alla fonte, ovvero sui macchinari, sia sul percorso di propagazione, mediante cabine acustiche e schermi, sia con misure sull’operatore. In particolare è bene sapere che laddove l’esposizione quotidiana sia oltre gli 85 decibel sono necessari dispositivi di protezione individuali. La prevenzione risulta l’arma più efficace contro la sordità, una malattia sociale fortemente invalidante che impedisce la comunicazione e, come diceva Helen Keller nel lontano 1924, capace di «allontanare le persone dalle persone».



I carabinieri formano un partito. Non è vietato, ma il ministro La Russa li punisce

di David Perluigi



Il Psd nasce per colmare il vuoto lasciato dall'impossibilità di formare rappresentanze sindacali. Il ministero, in una nota, spiega: "L'iscrizione ai partiti politici, ancorché - in sé - non vietata, è da intendersi assorbita dal divieto di esercizio di attività politica"

Le sagome di cartone del poliziotto pugnalato alle spalle sono divenute il simbolo delle rivendicazioni degli agenti di polizia del sindacato Coisp. Hanno fatto il giro di mezza Italia in manifestazioni e presidi. Ora a quelle sagome si sono aggiunte quelle dei carabinieri. Un messaggio forte e uno smacco troppo grande per l‘Arma dei carabinieri, abituata da sempre a nascondere i disagi dei suoi appartenenti. Così ieri oltre un centinaio di persone tra poliziotti, carabinieri, militari, finanzieri ma anche semplici civili si sono presentati di fronte al ministero della Difesa di via XX settembre a Roma. Riuniti sotto la neonata sigla politica del Psd, un partito nato da appena un anno e che sta per ‘Partito degli operatori della sicurezza e della difesa’. E’ il primo formato da appartenenti delle forze dell’ordine.



Non accadeva dagli anni ’70 che i militari organizzassero una protesta di piazza per denunciare le loro condizioni di vita e di lavoro. Non accadeva, soprattutto, che i carabinieri si esponessero in questo modo. Arrivando fin sotto il Comando Generale dell’Arma con cartelli e striscioni. Una esposizione che alcuni di loro stanno pagando a caro prezzo: con la consegna di rigore. Tre parole che significano per un carabiniere la fine o la seria compromissione di una carriera. Anni di fedeltà all’Arma che vanno a farsi benedire in un colpo solo. Di fatto su tratta di una punizione che è l’equivalente degli arresti domiciliari da scontare nel proprio alloggio o in caserma. Confinato in un locale apposito. Una ‘macchia’ che viene riportata sullo stato di servizio.










Dura da digerire poi se l’unica colpa è quella di essere iscritti ad un partito. “La contestazione è quella di essere iscritti in uno specifico partito: il nostro”. Giorgio Carta, avvocato ed ex ufficiale dei carabinieri, è il fondatore insieme a Giuseppe Paradiso, elicotterista della Marina militare, del Psd: il partito per gli operatori della sicurezza e della difesa, duemila iscritti tra civili, appartenenti delle forze dell’ordine, militari e vigili del fuoco; 13 segreterie regionali in tutta Italia. Il partito è nato alla fine del 2009, da poco meno di un anno, ma da pochi mesi succede che i provvedimenti assunti nei confronti dei suoi appartenenti siano durissimi. “In un caso si è arrivati già alla definizione della sanzione: 5 giorni di consegna di rigore per un carabiniere dell’Umbria, Guido Lanzo. Carriera finita – dice Carta – e la minaccia seria di essere estromesso dall’Arma”. E i casi fioccano, sono già 5 i carabinieri sotto procedimento disciplinare perché iscritti al Psd. L’avvocato spiega che l’idea di formare un partito è il frutto di un’anomalia giuridica: “Militari e carabinieri non possono formare un sindacato ma possono formare un partito. Per questo è nato il movimento politico, anche per ovviare al divieto di costituirci in sindacato”. Ma nessuno ci aveva mai provato tra gli appartenenti delle forze dell’ordine.



“E’ evidente che chi è iscritto al Psd – continua Carta – stia subendo i procedimenti solo perché appartenente ad un movimento politico che per la prima volta si occupa in modo specifico di tutelare i diritti e gli interessi degli appartenenti alle forze dell’ordine”. Ma fa di più l’ex ufficiale, sostiene che per i carabinieri iscritti in altri partiti politici, come ad esempio quelli tesserati nel Pdl, dove carabinieri e militari ricoprono cariche politiche pubbliche significative: assessori, consiglieri comunali, a carico loro non sia mai stato aperto alcun procedimento disciplinare. Ma, soprattutto, agli iscritti di altri partiti non è stata mai riservata la procedura che è riservata a loro: e cioè che i generali dell’Arma dopo aver dimostrato di conoscere la legittimità dell’iscrizione dei carabinieri al partito si consultino poi con il Gabinetto del ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che di colpo pone un veto. “Ecco i documenti che provano come sei generali dei Cc hanno aderito – afferma Carta – ad una direttiva superiore volta a vietare ad alcuni carabinieri l’iscrizione al nostro partito”.



Il legale mostra i documenti del Gabinetto del ministro della Difesa: “Non potendo vietare per legge il ministro usa un gioco di parole che ha dell’incredibile e dice che: “L’iscrizione ai partiti politici, ancorché – in sé – non vietata, è da intendersi assorbita dal divieto di esercizio di attività politica”. E da qui i comandi interregionali dei Carabinieri aggiungono: “La sola presenza di un certo numero di militari tra i tesserati di un partito potrebbe consentire di argomentare in ordine all’espressione di preferenza politica della Compagine militare; è, dunque, comportamento suscettibile di assumere – si legge ancora in un documento dei Carabinieri – rilievo sotto il profilo disciplinare”. I comandi non vietano perché non possono farlo per legge ma a pensarci c’è il Gabinetto del ministro. Una procedura che, però, viene riservata solo al Psd. Un partito che da mesi interagisce con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. “Di Pietro è un ex poliziotto, capisce le nostre problematiche – osserva Carta – e il suo partito ha risposto sempre positivamente alle nostre richieste”.



L’avvocato in questi mesi ha spulciato le liste di carabinieri, poliziotti, finanzieri, iscritti ai vari partiti: “Questa corrispondenza tra ministero della Difesa e comandi interregionali dei Carabinieri avviene solo per i nostri iscritti”. Tira fuori le schede di diversi carabinieri che, in aspettativa e non, ricoprono cariche politiche pubbliche. Ilfattoquotidiano.it ha voluto, però, sentire alcuni di questi che fanno anche politica attiva. Remo Paniccia è da 10 anni nella politica, prima in Forza Italia e ora nel Pdl, è presidente del Consiglio comunale di Colleferro, in provincia di Roma: “Mai avuto problemi con il mio Comando” e, aggiunge, “mai chiesto nessun permesso al ministero della Difesa. E perché mai? C’è una legge che ci permette di fare attività politica fuori dall’orario di servizio”. Identica risposta da altri carabinieri iscritti nelle liste del Pdl.



“Ci saranno probabilmente anche carabinieri iscritti a partiti di centrosinistra“, dichiara Giuseppe Paradiso. “Ma quello che denunciamo è che il ministero della Difesa sta tappando la bocca solo a noi. Teme la costituzione di un sindacato di militari e carabinieri, figurarsi un partito organizzato”. E per di più che strizzi l’occhio alla sinistra. “Ad un nostro tesserato è stato intimato: ‘O ti cancelli da questo partito o ti buttiamo fuori dall’Arma’ e parliamo – dichiara ancora Carta – di un padre di famiglia che ha esercitato solo un suo diritto”. Ma non emerge solo il caso dei carabinieri, c’è anche quello di due poliziotti, anche loro sottoposti a procedimento disciplinare. “E qui c’è un’anomalia ancora più forte, perché il ministero è quello dell’Interno – osserva Carta - retto dal leghista Roberto Maroni, e non si era mai visto nella storia della polizia, che è soggetta ad ordinamento civile, infliggere procedimenti disciplinari solo perché si è iscritti a un partito”.



Paradiso e Carta hanno presentato 4 denunce, rispettivamente alle Procure della Repubblica di Roma e Padova e alle Procure militari sempre delle due città. Nelle denunce nei confronti di sei generali dell’Arma si chiede la persecuzione del reato di associazione a delinquere finalizzata alla commissione dei reati di minaccia (militare e semplice) e per attentato ai diritti politici dei cittadini. Il ministro La Russa, interpellato al telefono da ilfattoquotidiano.it sulla vicenda ha detto di non saperne nulla: “Non mi interesso di queste cose. Non mi interesso, soprattutto, di un partito che non conosco”. E ha riattaccato bruscamente.



http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/03/i-carabinieri-formano-un-partito-non-e-vietato-ma-il-ministro-la-russa-li-punisce/79708/

Amaro Censis: "Italia appiattita, sfiduciata e senza regole"

Il 44esimo rapporto sulla situazione sociale del Paese: "Dopo aver resistito alla crisi, gli italiani non sono pronti a ripartire e si limitano a comportamenti egoisti



ROMA - L'Italia ha resistito alla crisi, ma nella popolazione c'è sfiducia verso la classe dirigente. È quanto emerge dal 44esimo rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese. In un contesto caratterizzaro dalla mancanza di atteggiamenti, comportamenti e valori non disciplinati, si affermano, secondo il rapporto, comportamenti individuali all’impronta di un "egoismo autoreferenziale e narcisistico". Che si concretizzano, tra le altre cose, in episodi di violenza familiare, nel bullismo, nella ricerca della sfida alla morte (il balconing).



ABBIAMO RESISTITO - "Abbiamo resistito- si legge nel rapporto-. Abbiamo resistito ai mesi più drammatici della crisi, seppure con una 'evidente fatica del vivere e dolorose emarginazioni occupazionali'". E ancora: "Al di là dei fenomeni congiunturali economici e politico-istituzionali dell’anno, adesso occorre una verifica di cosa è diventata la società italiana nelle sue fibre più intime. Perché sorge il dubbio che, anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società non avrebbe lo spessore e il vigore adeguati alle sfide che dovremo affrontare.

Una società appiattita. Sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali che di massa: comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattativi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e futuro. Si sono appiattiti i nostri riferimenti alti e nobili (l’eredità risorgimentale, il laico primato dello Stato, la cultura del riformismo, la fede in uno sviluppo continuato e progressivo), soppiantati dalla delusione per gli esiti del primato del mercato, della verticalizzazione e personalizzazione del potere, del decisionismo di chi governa. E una società appiattita fa franare verso il basso anche il vigore dei soggetti presenti in essa. 'Una società ad alta soggettività, che aveva costruito una sua cinquantennale storia sulla vitalità, sulla grinta, sul vigore dei soggetti, si ritrova a dover fare i conti proprio con il declino della soggettività, che non basta più quando bisogna giocare su processi che hanno radici e motori fuori della realtà italiana'".



UN’ONDA DI PULSIONI SREGOLATE - Gli italiani non riescono "più a individuare un dispositivo di fondo (centrale o periferico, morale o giuridico) che disciplini comportamenti, atteggiamenti, valori. Si afferma così una 'diffusa e inquietante sregolazione pulsionale", con comportamenti individuali all’impronta di un "egoismo autoreferenziale e narcisistico": negli episodi di violenza familiare, nel bullismo gratuito, nel gusto apatico di compiere delitti comuni, nella tendenza a facili godimenti sessuali, nella ricerca di un eccesso di stimolazione esterna che supplisca al vuoto interiore del soggetto, nel ricambio febbrile degli oggetti da acquisire e godere, nella ricerca demenziale di esperienze che sfidano la morte (come il balconing).

"Siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto, visto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali, si va sostituendo un ciclo segnato dall’annullamento e dalla nirvanizzazione degli interessi e dei conflitti".



IL DECLINO PARALLELO DELLA LEGGE E DEL DESIDERIO NELL’INCONSCIO COLLETTIVO - "Bisogna scendere più a fondo nella personalità dei singoli e nella soggettività collettiva per verificare come funziona l’inconscio". Perché "qui si confrontano la legge (l’autorità esterna o interiorizzata) e il desiderio (che esprime il bisogno e la volontà di superare il vuoto acquisendo oggetti e relazioni). Ogni giorno di più il desiderio diventa esangue, indebolito dall’appagamento derivante dalla soddisfazione di desideri covati per decenni (dalla casa di proprietà alle vacanze) o indebolito dal primato dell’offerta di oggetti in realtà mai desiderati (con bambini obbligati a godere giocattoli mai chiesti e adulti al sesto tipo di telefono cellulare)".



3 dicembre 2010



http://www.dire.it/HOME/amaro_censis.php?c=35871&m=3&l=it

Germania. Via le barriere alla manodopera straniera

http://www.presseurop.eu/it/content/news-brief-cover/413861-le-barriere-alla-manodopera-straniera



"Benvenuti in Germania", titola Handelsblatt rivolgendosi agli stranieri candidati a occupare posti di lavoro qualificati nell'industria tedesca, una merce ormai divenuta rara. Per questo motivo, spiega il quotidiano, il ministro del lavoro ha "infranto un tabù", annunciando che a partire dalla primavera prossima sarà eliminato l'obbligo per i datori di lavoro di cercare un candidato tedesco prima di assumere uno straniero. Il provvedimento riguarda soprattutto i medici e gli ingegneri dell'industria automobilistica e meccanica, due settori chiave dell'economia tedesca. Anche se è un "aiuto per l'industria", nota Handelsblatt, "il ministro-presidente della Baviera, locomotiva economica del paese, non crede sia opportuno 'favorire l'immigrazione di culture straniere'".

Servizio civile, quasi tutti i fondi 2011 usati per il 2010

ROMA – Il fondo per il servizio civile è stato ridotto a quota 113 milioni per l’anno 2011, ma il problema di fondo è che ben 97 di questi 113 milioni saranno utilizzati per l’avvio dei giovani selezionati con l’ultimo bando del 2010, volontari che ancora aspettano di poter iniziare la loro attività: il che la dice lunga su quanto, con i pochissimi soldi rimasti, si potrà riuscire a fare con il servizio civile nel corso dell’anno che sta per iniziare. A mettere in evidenza il problema è la Conferenza delle regioni, che lo scorso 18 novembre ha consegnato al governo il suo parere sulla nota di variazione ed assestamento relativa alla programmazione finanziaria dell’Ufficio nazionale per il servizio civile per l’anno 2010.



Le regioni prima ricordano di aver già espresso un parere negativo sul documento di programmazione finanziaria ma poi, “non potendo comunque impedire un assestamento fra i capitoli di bilancio”, fanno sapere di aver scelto di esprimere parere favorevole sulla nota di variazione accompagnandola con alcune osservazioni. La prima e più importante delle quali è appunto la sottolineatura che il problema di fondo “non sta nell’assestamento proposto, ma nei ritardi sull’avvio dei giovani selezionati nel bando scaduto il 4 ottobre scorso”. Si tratta di 15 mila giovani che verranno avviati al servizio civile nazionale solamente “nei primi mesi del 2011, immobilizzando così 97 dei 113 milioni del Fondo per il 2011”. Appare evidente, per le regioni, che il bando scaduto ormai quasi due mesi assorbirà la gran parte dell’impegno economico stanziato per il 2011. Che dunque si profila davvero poca cosa sul versante del servizio civile. Se ai 97 milioni, sottolineano le regioni, “si aggiungono i pagamenti dell'ultimo rateo del piano di rientro del debito Inps, restano più o meno 11 milioni circa, disponibili per le sole spese di funzionamento”.



Le regioni, facendo notare “l’esiguità delle risorse”, chiedono allora che l’Ufficio nazionale “chiarisca le possibilità/intenzioni per il 2011, perché si rischia di gestire la prossima annualità nella prospettiva di un altro bando assai limitato”. Un chiarimento che viene definito “determinante” anche in considerazione del fatto che regioni e Pubblica amministrazione “si stanno già attivando sul territorio per la prossima annualità”. Per le regioni, che segnalano anche criticità nelle formule di riparto dei finanziamenti, non ci sono dubbi: “Se le prospettive sono queste, si ripeterebbe per il 2011 l’esperienza del bando appena concluso: deludente, sia per le regioni che per gli stessi giovani”. ROMA – Il fondo per il servizio civile è stato ridotto a quota 113 milioni per l’anno 2011, ma il problema di fondo è che ben 97 di questi 113 milioni saranno utilizzati per l’avvio dei giovani selezionati con l’ultimo bando del 2010, volontari che ancora aspettano di poter iniziare la loro attività: il che la dice lunga su quanto, con i pochissimi soldi rimasti, si potrà riuscire a fare con il servizio civile nel corso dell’anno che sta per iniziare. A mettere in evidenza il problema è la Conferenza delle regioni, che lo scorso 18 novembre ha consegnato al governo il suo parere sulla nota di variazione ed assestamento relativa alla programmazione finanziaria dell’Ufficio nazionale per il servizio civile per l’anno 2010. Le regioni prima ricordano di aver già espresso un parere negativo sul documento di programmazione finanziaria ma poi, “non potendo comunque impedire un assestamento fra i capitoli di bilancio”, fanno sapere di aver scelto di esprimere parere favorevole sulla nota di variazione accompagnandola con alcune osservazioni. La prima e più importante delle quali è appunto la sottolineatura che il problema di fondo “non sta nell’assestamento proposto, ma nei ritardi sull’avvio dei giovani selezionati nel bando scaduto il 4 ottobre scorso”. Si tratta di 15 mila giovani che verranno avviati al servizio civile nazionale solamente “nei primi mesi del 2011, immobilizzando così 97 dei 113 milioni del Fondo per il 2011”. Appare evidente, per le regioni, che il bando scaduto ormai quasi due mesi assorbirà la gran parte dell’impegno economico stanziato per il 2011. Che dunque si profila davvero poca cosa sul versante del servizio civile. Se ai 97 milioni, sottolineano le regioni, “si aggiungono i pagamenti dell'ultimo rateo del piano di rientro del debito Inps, restano più o meno 11 milioni circa, disponibili per le sole spese di funzionamento”.Le regioni, facendo notare “l’esiguità delle risorse”, chiedono allora che l’Ufficio nazionale “chiarisca le possibilità/intenzioni per il 2011, perché si rischia di gestire la prossima annualità nella prospettiva di un altro bando assai limitato”. Un chiarimento che viene definito “determinante” anche in considerazione del fatto che regioni e Pubblica amministrazione “si stanno già attivando sul territorio per la prossima annualità”. Per le regioni, che segnalano anche criticità nelle formule di riparto dei finanziamenti, non ci sono dubbi: “Se le prospettive sono queste, si ripeterebbe per il 2011 l’esperienza del bando appena concluso: deludente, sia per le regioni che per gli stessi giovani”.

http://social.tiscali.it/articoli/news/10/11/rs_servizio_civile.html

Gli italiani continuano a emigrare: oltre 4 milioni quelli all'estero


Rapporto Migrantes: 113 mila in più rispetto al 2009: il 6,7% degli oltre 60 milioni di residenti in Italia. Il 55,3% in Europa, il 39,3% in America. Gli over65 (18,2%) superano i minori











ROMA - Sono 4.028.370 i cittadini iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero all'8 aprile 2010, il 6,7% degli oltre 60 milioni di residenti in Italia. Il numero è quasi pari a quello degli stranieri residenti nel Paese (4 milioni 919 mila secondoil Dossier Caritas/Migrantes 2010). Sono i dati contenuti nella quinta edizione del Rapporto italiani nel mondo della Fondazione Migrantes, presentato a Roma. L'aumento e' stato di 113 mila unita' rispetto all'anno precedente e di quasi 1 milione rispetto al 2006, quando le presenze, nello stesso archivio, dovevano ritenersi sottodimensionate. Contrariamente a quanto si pensa, quella degli italiani nel mondo è, comunque, una presenza in aumento. Al termine di più di un secolo e mezzo di flussi migratori, questa presenza puo' definirsi in prevalenza euro-americana, come attestano le quote di pertinenza di ciascun continente: Europa (55,3%), America (39,3%) e, molto più distanziate, Oceania (3,2%), Africa (1,3%) e Asia (0,9%).





TRA I PAESI DI INSEDIAMENTO, l'Argentina supera di poco la Germania (entrambe oltre le 600 mila unità), la Svizzera accoglie mezzo milione di italiani, la Francia si ferma a 370 mila, il Brasile raggiunge i 273 mila e Australia, Venezuela e Spagna superano le 100 mila unità. Tra gli italiani residenti all'estero più della metà non è sposato, quasi la meta' e' costituita da donne, piu' di un terzo è nato all'estero, mentre 121 mila si sono iscritti dopo aver acquisito la cittadinanza.





I MINORENNI sono un sesto del totale, ma sono superati dagli ultrasessantacinquenni (18,2%) di quasi tre punti: questo rapporto si riscontra anche in Italia, dove infatti gli anziani incidono per un quinto.





GLI ORIUNDI - All'estero, oltre agli italiani che hanno mantenuto o acquisito la cittadinanza, quindi con passaporto e diritto di voto, vi sono gli oriundi, quasi 80 milioni secondo una recente stima dei Padri Scalabriniani basata sulle fonti dei diversi paesi: 25 milioni in Brasile, 20 in Argentina, 17,8 negli Stati Uniti e in Francia, 1,5 in Canada, 1,3 in Uruguay, 0,8 in Australia, 0,7 in Germania, 0,5 sia in Svizzera che in Perù e, quindi, altri Paesi con un numero minore, fino a superare ampiamente la popolazione residente in Italia.


In Italia i flussi con l'estero si sono ormai ridotti: un po' più di 50 mila l'anno quelli in uscita, e un po' di meno quelli di ritorno. Bisogna mettere in conto che le partenze, specialmente quelle dei giovani, inizialmente hanno un carattere di sperimentazione, per cui i protagonisti non provvedono alla cancellazione anagrafica presso il proprio comune, con la riserva di formalizzarla solo quando la permanenzaall'estero sia diventata stabile. La consistenza degli italiani all'estero si rafforza anche con le nuove nascite e con le acquisizioni di cittadinanza.

Nella popolazione italiana è diminuita la propensione alla mobilità, oggi per lo più a carattere interno. Negli anni '60, 300 mila meridionali l'anno si trasferivano nel Centro-Nord e altrettanti si recavano all'estero. Tra il 1990 e il 2005, secondo uno studio della Banca d'Italia, 2 milioni di meridionali si sono trasferiti al Nord. Attualmente 120 mila meridionali si spostano nelle regioni settentrionali e centrali, mentre circa 50 mila persone si stabiliscono nelle regioni del Sud provenendo dalle altri parti d'Italia (in prevalenza, si tratta ancora di meridionali che rientrano dopo un'esperienza lavorativa).

Ai migranti interni che si spostano stabilmente si aggiungono 136 mila pendolari meridionali di lungo raggio, interessati alle maggiori opportunità lavorative del Centro-Nord, per lo piu' giovani, maschi e single, costretti a una scissione tra luogo del lavoro (per lo piu' a termine) e luogo di residenza (stabile). Inoltre, occorre considerare i pendolari (11.700) che si recano all'estero e i circa 45 mila frontalieri che giornalmente si recano in Svizzera, nei cui confronti di recente si e' riscontrato un atteggiamento meno accogliente. Nel complesso, tra spostamenti interni e verso l'estero, in andata e in rientro, temporanei o di lungo raggio, italiani che vanno o che ritornano, si arriva a quasi 400mila spostamenti totali in uscita, 1 ogni 150 residenti.





(Dire - Redattore sociale)








http://www.dire.it/HOME/gli_italiani.php?c=35830&m=3&l=it

Che fine fanno i FAS? I fondi per il Sud alla scuola della moglie di Bossi.

http://www.agoravox.it/Che-fine-fanno-i-FAS.html




Che fine fanno i FAS?




I fondi per il Sud? Alla scuola della moglie di Bossi. Lo sperpero denunciato da un paio di deputati



di Paolo Monarca




25 novembre 2010





Campania e Puglia, campioni di spesa a sei zeri per megaconcerti e notti bianche, saranno pure Regioni “sprecone” per usare eufemisticamente un’espressione del leghista con manifeste simpatie neo-nazionalsocialiste Borghezio, allora, forse, sarebbe bene che le risorse Fas (Fondi per le aree sottosviluppate) continuino a viaggiare in silenzio in direzione univoca verso il settentrione? Senza proteste, sia che si tratti di quote latte o di improbabili scuole padane quando non della ristrutturazione di pollai di inizio secolo? Qualche voce di protesta si leva ancora.

''E' davvero paradossale lo spettacolo offerto oggi dalla fantomatica Libera scuola dei popoli padani guidata dalla moglie di Umberto Bossi e finanziata con 800mila euro provenienti dal Fondo aree sottoutilizzate – dice all’Asca il deputato Pd e vicepresidente della commissione Finanze della Camera, Sergio D’Antoni -. Questa Lega (omissis) pretende di dare lezioni sulla scuola, ma ancora una volta si mette in cattedra coi soldi del Sud''. I fondi stanziati dalla Commissione Bilancio del Senato in favore della scuola Bosina, o Libera Scuola dei Popoli Padani fondata nel 1998 da Manuela Marrone non raccolgono molte altre critiche. Ma ''nel merito - avverte almeno D'Antoni - siamo di fronte a un sistema che dequalifica l'offerta formativa, chiude gli orizzonti agli studenti e allenta gli stessi cardini dell'Unità nazionale. E quanto al metodo c'è solo da rilevare ancora una volta la faccia tosta di chi condanna i furbi solo a parole, facendo parte della categoria a pieno titolo. Un drammatico segno dei tempi, quote latte docet''.

Ma cosa sono questi Fas? Il Fondo per le aree sottoutilizzate è lo strumento di finanziamento del governo per le aree sottoutilizzate del paese e raccoglie risorse nazionali aggiuntive, ordinarie e comunitarie. Lo scopo della spesa è la ripresa della competitività e della produttività nelle aree obiettivo. La legge finanziaria stabilisce le risorse e il Comitato interministeriale per la programmazione economica o Cipe (presieduto dal Presidente del Consiglio e composto dai ministri economici) le assegna. La Finanziaria 2007 ha previsto una riprogrammazione unitaria del fondo per il periodo 2007-2013, tramite Quadro Strategico Nazionale. In altre parole i Fas sono il vero tesoro del governo, che al quinto punto programmatico metteva lo sviluppo del Sud. Ed ecco cosa dice il ministro veneto all’Agricoltura Giancarlo Galan a Paolo Mainiero del Mattino in una recente intervista sulla ripartizione dei fondi Cipe, 21 miliardi al Nord e 200 milioni al Sud: “Non so se a Sud ci sono opere così importanti e già avviate in grado di attirare i fondi Cipe” e manco a torto Galan ammette che ci sarebbe pure l’autostrada Salerno Reggio Calabria ma “è un’opera che ingoia soldi a quantità e i cui tempi di realizzazione sono biblici”.



Dei Fas se n’è occupato anche e già a maggio Primo di Nicola per l’Espresso, con un’inchiesta dal titolo inequivocabile: “Scippo al Sud” ovvero “decine di miliardi destinati al Mezzogiorno usati per altri scopi. Dai trasporti sul lago di Garda ai debiti del Campidoglio”. Eccone l’incipit: “Un tesoro da oltre 50 miliardi di euro disponibile solo negli ultimi due anni. Che poteva servire per terminare eterne incompiute come l'autostrada Salerno-Reggio Calabria e che invece è andato a finanziare i trasporti del lago di Garda e i disavanzi delle Ferrovie dello Stato. Una montagna di denaro che avrebbe dovuto rilanciare l'economia del Sud e che è stata utilizzata per risanare gli sperperi e i buchi di bilancio dei Comuni di Roma e Catania e la copertura finanziaria dell'abolizione dell'Ici. Un fiume di denaro destinato a colmare i ritardi delle zone sottoutilizzate del Paese impiegato invece per pagare le multe delle quote latte degli allevatori settentrionali cari ai leghisti e la privatizzazione della compagnia di navigazione Tirrenia”. Opere che “niente hanno a che fare con gli obiettivi istituzionali” dei Fas, “un andazzo che, nonostante qualche isolata protesta, è andato sinora avanti indisturbato fino alla soglia della provocazione. Come per gli sconti di benzina e gasolio concessi agli automobilisti di Valle d'Aosta, Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige, denunciati dal deputato Pd Ludovico Vico”. Da queste stesse pagine anche il senatore Giovanni Leghini, Pd, tuona: "Il Fas è usato come un bancomat, i soldi impropriamente sottratti al Sud solo negli ultimi due anni sono circa 37 miliardi”.

Ed eccone un risicato estratto conto con le voci più importanti dalla medesima inchiesta, per i soli ultimi tre anni: al 2007 il governo Prodi riprogramma le risorse per il Meridione e con la Finanziaria stanzia a carico del Fas 64 miliardi 379 milioni, ma all'inizio del 2008 Prodi esce di scena e “rientra in gioco Berlusconi”. “A fine 2008 il Fondo si vede sottrarre 12 miliardi 963 milioni per finanziare una serie di provvedimenti tra cui quelli che foraggiano le aziende viticole siciliane carissime al sottosegretario Micciché (150 milioni); l'acquisto di velivoli antincendio (altri 150); la proroga della rottamazione dei frigoriferi (935 milioni); l'emergenza rifiuti in Campania (450); i disavanzi dei Comuni di Roma (500) e Catania (140); la copertura degli oneri del servizio sanitario (1 miliardo 309 milioni); le agevolazioni per i terremotati di Umbria e Marche (55 milioni) e la copertura degli oneri per l'assunzione dei ricercatori universitari (63)”. “Un altro taglio da un miliardo e mezzo arriva per una serie di spese tra cui quelle per il G8 in Sardegna (100 milioni) marchiato dagli scandali; per l'alluvione in Piemonte e Valle d'Aosta (50 milioni); la copertura degli oneri del decreto anticrisi 2008; gli interventi per la banda larga e per il finanziamento dell'abolizione dell'Ici (50 milioni)”.



Al 2008 Berlusconi e Tremonti riprogrammano e concentrano le risorse Fas su obiettivi "prioritari”. Quindi il Fondo per il sostegno all'economia reale finanziato con 9 miliardi “va a coprire le uscite per il termovalorizzatore di Acerra (355 milioni); il G8 alla Maddalena (50 milioni)”; di “circa 4 miliardi per il terremoto in Abruzzo; 150 milioni per gli interventi dell'Istituto di sviluppo agroalimentare amministrato dal leghista Nicola Cecconato; 220 di contributo alla fondazione siciliana Rimed per la ricerca biotecnologica e biomedica”. Mentre “dal fondo Infrastrutture (12 miliardi 356 milioni di dotazione iniziale) 390 milioni vanno alla privatizzazione della società Tirrenia; 960 per finanziare gli investimenti del gruppo Ferrovie dello Stato; un altro miliardo 440 milioni per i contratti di servizio di Trenitalia; 15 milioni per gli interventi in favore delle fiere di Bari, Verona, Foggia, Padova; 330 milioni vanno a garantire la media-lunga percorrenza di Trenitalia; 200 l'edilizia carceraria (penitenziari in Emilia Romagna, Veneto e Liguria) e per mettere in sicurezza quella scolastica; 12 milioni al trasporto nei laghi Maggiore, Garda e Como” ed ancora finanzia l'alta velocità Milano-Verona e Milano-Genova; la metro di Bologna; il tunnel del Frejus e la Pedemontana Lecco-Bergamo e le opere dell'Expo 2015 “che comprendono il prolungamento di due linee della metropolitana milanese per 451 milioni; i 58 milioni della linea C di quella di Roma; i 50 per la laguna di Venezia; l'adeguamento degli edifici dei carabinieri di Parma (5); quello dei sistemi metropolitani di Parma, Brescia, Bologna e Torino (110); la metrotranvia di Bologna (54 milioni); 408 milioni per la ricostruzione all'Aquila; un miliardo 300 milioni a favore della società Stretto di Messina. E non per le spese di costruzione della grande opera più discussa degli ultimi 20 anni, ma solo per consentire alla società di cominciare a funzionare”.Alla scuola Bosina tutte le classi sono composte da un massimo di 15 alunni.

L’ultima novità: è stata approvata, per il servizio mensa, l’introduzione, una volta al mese, di un piatto della cucina tipica varesina. Isole felici, insomma.

Pena di morte, dossier sull'Italia 'Primo fornitore per iniezioni letali'

Presentato a Roma da Nessuno Tocchi Caino e Reprieve il dossier "Commercio Letale". Nel mirino lo stabilimento di Liscate della società Usa, da gennaio 2011 principale produttore di Pentotal, il farmaco utilizzato nelle iniezioni letali. Le accuse: "Obsoleto per gli ospedali. Sanno che è usato solo nei penitenziari, forti pressioni dagli stati americani". Intanto il governo inglese ne ha bloccato le esportazioni



di PASQUALE NOTARGIACOMO




ROMA - Il cerchio del fronte abolizionista si stringe attorno a Hospira. L'azienda statunitense, che, come riportato da Repubblica, ha delegato alla sua sede italiana di Liscate (Milano), la produzione di Pentotal, il barbiturico presente in tutti i protocolli di iniezione letale dei vari stati Usa. Le nuove prove contenute nel dossier "Commercio Letale", presentato oggi a Roma dall'ong britannica "Reprieve" e da "Nessuno Tocchi Caino" evidenziano come, dopo la decisione del governo inglese di bloccare l'esportazione di Sodio Tiopentale, l'Italia sia rimasta la fonte più importante del farmaco utilizzato per le esecuzioni in 35 stati americani. Un paradosso evidente per il nostro Paese, in prima fila all'Onu per la Moratoria universale della pena di morte.



Le prove. Anche le tesi difensive con cui l'azienda ha replicato finora alle accuse di Reprieve sembrano vacillare di fronte ai documenti presentati. La Hospira è l'unica azienda, si legge nel dossier, che ha l'autorizzazione ufficiale della FDA (Food and Drug Administration) a fabbricare e vendere il Sodio Tiopentale sul territorio americano. Nonostante la ditta affermi di non "supportare" l'uso del Pentotal per la pena capitale, un carteggio tra l'ufficio del governatore del Kentucky Steve Beshear e una dirigente della società di Lake Forest riporta le lamentele del primo per ordini inevasi di Pentotal a fronte di numerose esecuzioni pendenti. Rimostranze alle quali la dirigente risponde informando Beshear che l'Hospira avrebbe potuto fornire il Pentotal necessario non prima di gennaio-marzo 2011.



Il ruolo dello stabilimento italiano. Qui entra in gioco lo stabilimento di Liscate, spiega nella sua ricerca Maya Foa di Reprieve. Fino al 2010 la sede milanese dell'Hospira, si legge nel documento, era solo una delle tre parti della filiera produttiva del Pentotal, precisamente quella dove il prodotto veniva etichettato e testato per il mercato europeo. Il cambio di rotta si è avuto dopo che un controllo di qualità ha evidenziato l'inadeguatezza dell'impianto di Rocky Mountaint Plant. Di qui la decisione dell'azienda di spostare il processo di incapsulamento al più moderno stabilimento di Liscate, da cui spedire le fiale anche negli Stati Uniti. Con la conseguente necessità di cambiare anche il fornitore dell'ingrediente principale, che adesso si trova in Germania. Tutte modifiche che dovrebbero entrare a pieno regime dal 1 gennaio 2011.



Pressioni delle autorità federali. Fonti interne dell'azienda, citate dall'indagine di Reprieve, hanno spiegato che la Hospira, a fronte degli ingenti costi di adeguamento, aveva anche pensato di sospendere la produzione del farmaco. Sarebbe stata proprio l'insistenza delle autorità federali, preoccupate per le esecuzioni in sospeso, a far continuare la produzione. D'altronde che l'uso principale del Pentotal sia quello delle iniezioni letali appare evidente dalla corsa all'approvvigionamento di alcuni Stati. Delle rimostranze del Kentucky si è già detto, ma anche il Deparment of Correction del Tennesse in un memorandum del 30 settembre (e citato da Reprieve) ha ordinato da un fornitore estero 40 grammi di Sodio Tiopentale, 4 dosi al prezzo di 18mila dollari. E lo Stato della California ha messo agli atti un documento in cui riporta l'aquisto di 521 grammi, la cui consegna dovrebbe avvenire in questi giorni. Più in generale la penuria di Pentotal sul territorio statunitense ha rallentato la macchina delle esecuzioni in diversi stati, "una moratoria di fatto".



Farmaco obsoleto. Anche gli usi medici del Sodio Tiopentale negli ospedali americani, citati a propria discolpa dalla società, risultano pesantemente ridimensionati. In una testimonianza resa alla Alta Corte di Giustizia britannica, durante la causa legale intentata da Reprieve, Steven L. Shafer, professore di Anestesiologia alla Columbia University con oltre 25 anni di pratica anestesista in America, ha dichiarato: "In vent'anni non ho usato il Sodio Tiopentale. Il suo uso clinico negli Stati Uniti è quasi inesistente. Il Pentotal è un farmaco obsoleto ed è stato sostituito dal Propofol. [...] Non credo che vi sia attualmente una casa farmaceutica che venda Pentotal negli Stati Uniti". Pressoché inesistente negli ospedali, stando alle parole di Shafer, decisivo in tutti i protocolli di iniezione letale. "Non riguarda l'esecuzione ma solo la fase della preparazione", era stato uno dei punti della difesa dell'ad di Hospira Italia, Giuseppe Riva. In realtà il barbiturico è presente sia nei protocolli con tre farmaci dei quali costituisce il primo passaggio, sia nei nuovi (come quelli usati da Ohio e Washington), basati su un singolo medicinale, il Pentotal appunto.



Lo stop del governo inglese. La mobilitazione legale di Reprieve in Inghilterra ha portato i primi risultati. L'unica fabbrica britannica autorizzata, la Archimedes Pharma UK di Reading non potrà più esportare il Sodio Tiopentale. Lo ha deciso il ministro del commercio Vince Cable, modificando una sua precedente decisione, dopo che sul caso stava per pronunciarsi l'Alta Corte. Cable ha anche annunciato che avrebbe "esplorato con la Commissione Europea, il Parlamento Europeo e gli altri Stati membri la possibilità di porre un controllo sulla esportazione del farmaco a livello europeo". Il principio guida in questo caso è la Eu Council Regulation 1236/2005, in merito alle esportazioni che potrebbero essere usate nella pratica della pena di morte.



Le iniziative italiane. Sul versante italiano, sia il presidente dei Verdi Angelo Bonelli che il segretario di NTC, Sergio D'Elia hanno presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Milano. "Se i vertici della Hospira Spa di Liscate - ha scritto D'Elia - avessero la consapevolezza che il farmaco inviato/da inviare negli Stati Uniti fosse utilizzato per uccidere delle persone [...] dovrebbero rispondere del reato di concorso in omicidio [...]". La questione è arrivata anche in Parlamento con una mozione depositata dalla deputata Elisabetta Zamparutti. A metà dicembre l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite voterà il nuovo testo della risoluzione per moratoria universale contro la pena di morte. Per un paese in prima linea come l'Italia, la vicenda Hospira potrebbe non essere il miglior biglietto da visita.



(2 dicembre 2010)



http://www.repubblica.it/esteri/2010/12/02/news/hospira-9749295/?ref=HRER2-1

Due imprenditori siciliani s'incatenano davanti al Viminale."Abbiamo denunciato il racket ma siamo stati abbandonati dallo Stato

Due imprenditori siciliani si sono incatenati questa mattina a Roma davanti al Viminale per protestare contro lo Stato. Ignazio Cutrò e Valeria Grasso che in passato hanno denunciato i loro estortori da anni si sentono abbandonati dalle istituzioni.



I due imprenditori chiedono risposte immediate ed un incontro con il Ministro dell’Interno. Un folto gruppo di persone si è radunanto per dare coraggio ai due imprenditori. L'onorevole Barbato, la Senatrice Bugnano, i ragazzi dell’agenda rossa di Borsellino e i ragazzi dell’ Associazione nazionale vittime di mafia si sono poi uniti per fare da scudo con i propri corpi per tutelare gli imprenditori dall'arrivo della polizia in tenuta anti sommossa.




Valeria Grasso dice: "Non vorrei convincermi anch'io che denunciando i miei estorsori, esponenti del clan Madonia che taglieggiavano la mia palestra, di avere fatto il più grande sbaglio della mia vita". "Prima lavoravo - prosegue - avevo tantissimi clienti e gestivo due palestre. Poi ho trovato il coraggio di denunciare le vessazioni che subivo da parte della mafia e in un sol colpo la cosca è stata smantellata; io ho perso tutto. Ho scritto alle più alte cariche dello Stato e sono stata ignorata, come fossi trasparente".



“Lo Stato italiano mi ha prima usato per istruire un processo al gotha mafioso del bivonese e della bassa quisquina e poi mi ha abbandonato al mio destino. Ora basta, fino a quando non mi sarà restituito il mio lavoro, la mia sicurezza e la mia dignità di imprenditore che ha denunciato cosa nostra, io rimarrò incatenato davanti al Ministero dell’Interno. Se la mafia non mi ha ancora ucciso allora mi lascerò morire di fronte all’indifferenza delle istituzioni” - ha dichiarato Ignazio Cutrò -. “Finchè il ministro dell’Interno non ci riceverà e non ci metterà per iscritto che risolverà i problemi, che prima di schierarci con lo Stato non avevamo, noi rimarremo qui, incatenati, per tutto il tempo che servirà”.



Solo poche ore fa Valeria Grasso dalla sua pagina Facebook aveva dichiarato: “L'indifferenza dello stato mi lascia veramente senza parole, ma andrò avanti , non mi pentirò mai delle mie scelte”.



"Valeria ed Ignazio protestano perche' dopo essersi schierati con lo Stato e aver denunciato i rispettivi estorsori hanno perso tutto, hanno smesso di lavorare e nessuno, dalla Prefettura a Confindustria al Ministero dell'Interno, fa qualcosa per la loro terribile situazione. L'atto estremo di due persone per bene e riservate come loro e' un durissimo colpo alla dignita' di uno Stato che li ha dapprima utilizzati e poi scaricati come merce vecchia''. Ha detto Sonia Alfano, Presidente dell'Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia, che chiede ''a tutte le persone per bene di non lasciarli piu' da soli e al Ministro dell'Interno Maroni di fornire risposte per iscritto perche' so per certo che se cosi' non sara' i due imprenditori rimarranno incatenati. Lo Stato - conclude - non si tappi ancora occhi e orecchie di fronte al grido di due coraggiosi cittadini siciliani''.



http://www.italiainformazioni.com/giornale/cronacaregionale/111102/imprenditori-siciliani-sincatenano-davanti-viminale-abbiamo-denunciato-racket-siamo-stati-abbandonati-dallo-stato.htm

Italiani emigrati all'estero. Tornare a casa? No, grazie

La quinta edizione del rapporto Italiani nel mondo della Fondazione Migrantes, presentato oggi a Roma, fotografa le condizioni attuali dei connazionali. Nel 2010 l'attenzione si e' concentrata su cinque paesi (Canada, Francia, Regno Unito, Romania e Spagna), dove sono stati somministrati 649 questionari con la collaborazione di patronati, associazioni e sindacati (questa volta hanno collaborato Epasa-Cna, Inca-Cgil, Sias-Mcl e Sei-Ugl). Le risposte date evidenziano che questi emigrati "comuni" hanno un'istruzione secondaria medio-alta (67,2%), si sentono per lo piu' integrati nel paese di accoglienza, dove non hanno problemi di lingua, sono proprietari di casa e si ritengono soddisfatti del lavoro che conducono. Non pensano di rientrare in Italia, ma ci tengono a precisare che quanto da loro conquistato e' il frutto di anni di sacrificio e di un percorso di vita in cui hanno dovuto affrontare e superare prove dure ma inevitabili. Insomma, l'immagine di una emigrazione matura e consapevole, che merita una riconsiderazione da parte italiana.



La fuga dei cervelli. Per quanto riguarda invece i "cervelli", non e' disponibile un censimento completo dei ricercatori all'estero, ma di essi 2 mila si sono iscritti alla banca dati "Davinci", pressoche' da tutte le piu' importanti universita' del mondo, oltre che, seppure in pochi, da alcune imprese. Solo 1 su 4 intenderebbe tornare in Italia, mentre gli altri si dicono soddisfatti della vita condotta all'estero, dal punto di vista sia sociale che lavorativo. La recente indagine (2010) sui ricercatori italiani all'estero, svolta dal Centro Nazionale delle Ricerche sulla Popolazione/Cnr, conferma che in prevalenza si tratta di giovani (anche se non piu' giovanissimi), all'estero da piu' di dieci anni (ma nei due terzi dei casi ancora con la cittadinanza italiana), in prevalenza impegnati nelle materie scientifiche e riconoscenti per avere trovato all'estero una maggiore gratificazione professionale, le attrezzature necessarie e i fondi indispensabili. Nel 2001, l'allora Ministro dell'Universita' varo' un programma per il rientro dei cervelli fuggiti dall'Italia, che si e' rivelato scarsamente efficace, mancando le condizioni per il reinserimento. Dei 460 ricercatori, faticosamente riportati in Patria, infatti solo 50 sono stati richiesti ufficialmente dagli atenei italiani e di essi solo un quinto avrebbe superato le forche caudine del Consiglio Universitario Nazionale. Bisogna anche ricordare che in Italia, dal 1985, le posizioni accademiche sono sostanzialmente bloccate per quanto riguarda il personale di ruolo. L'emorragia dei cervelli e', quindi, destinata a continuare, specialmente dal Sud.



Crollo delle imprese. Per quanto riguarda le imprese, nel 2009 il fatturato estero di quelle italiane e' crollato (290 miliardi di euro, -20,7% rispetto all'anno precedente). Alla carente capacita' di innovare i prodotti si e' aggiunto il calo della domanda internazionale. Solo in Cina, di cui siamo i terzi fornitori di merci e dove operano 2.000 aziende italiane, sono state incrementate le vendite del 3,5% anche nel 2009 (vendite che, comunque, incidono per appena due punti percentuali sul totale).



2 dicembre 2010



http://www.unita.it/italia/italiani-emigrati-all-estero-br-tornare-a-casa-no-grazie-1.257795

Arsenico, deroghe killer

http://www.terranews.it/news/2010/12/arsenico-deroghe-killer



di Alessandro De Pascale






EMERGENZA ACQUA. Benedetto De Vivo, ordinario di Geochimica ambientale e autore di uno studio su tutta quella potabile in Italia, denuncia: «Si muore anche per normali concentrazioni».





Per Benedetto De Vivo, ordinario in Geochimica ambientale presso l’università Federico II di Napoli «è assolutamente illegittima e rischiosa per la popolazione la deroga introdotta da alcune Regioni» sulla presenza di inquinanti nell’acqua di rubinetto. La sua equipe ha appena completato una ricerca sull’acqua sia minerale che di rubinetto, in tutta Italia.



Professore ma l’arsenico non è di origine naturale?

Prima di tutto ci tengo a precisare che dalla nostra ricerca emerge che complessivamente le acque di rubinetto sono buone. Tuttavia in alcune aree di Lazio, Campania e Trentino c’è dell’arsenico dato dalla natura geologica del territorio. E il fatto che sia di origine naturale non vuol dire che quell’acqua si può bere. Tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) fissa il limite di arsenico nell’acqua a 10 microgrammi litro, perché oltre può essere dannoso per la salute. Il diniego dell’Ue all’ennesima deroga richiesta conferma quello che sosteniamo da tempo.



E cioé?

Che si muore anche per concentrazioni di arsenico assolutamente normali. Nel Bangladesh c’è dell’arsenico nell’acqua di origine naturale, eppure si stimano circa 200mila morti per cancro allo stomaco. L’Onu aveva realizzato una rete di pozzi per l’acqua potabile ma l’estrazione ha provocato l’abbassamento del livello della falda e la mineralizzazione data dalle rocce è passata da condizioni conducenti ad ossidanti, determinando il rilascio di arsenico.



Torniamo all’Italia. Questo problema riguarda anche l’acqua in bottiglia?

Certamente, inoltre per le minerali non c’è una regolamentazione sugli elementi tossici in traccia e quindi non solo per l’arsenico ma anche per il berillio, un potentissimo cancerogeno, o per l’uranio, presente in alcune sorgenti sulle Alpi e in Sardegna. L’Oms pone come valore di riferimento consigliato per l’uranio 15 milligrammi litro, con l’obiettivo di arrivare a zero. Invece in alcune nostre minerali c’è uranio perché nessuna legge lo vieta. E quindi?Con l’attuale legge italiana se troviamo nell’acqua di falda sotto il nostro giardino più di 2 microgrammi litro di berillio bisogna bonificare perché nocivo. Ma si può bere visto che la norma sulle acque non prevede limiti per il berillio. Un’enorme paradosso.



Poi c’è l’inquinamento di orgine umana?

Nelle falde sotto una discarica non realizzata bene potremo trovare arsenico, piombo, cadmio, cromo e così via. Ma bisogna sempre distinguere la presenza naturale da quella antropica, le analisi dai numeri. Nel nostro Paese, nel 99 per cento dei casi, anche le Agenzie di protezione dell’ambiente o le università spacciano numeri per analisi che per essere tali, devono essere condotte sulla base di protocolli internazionalmente riconosciuti e corredate da un rapporto di qualità per essere verificabili. Altrimenti il loro valore è nullo.


La missione in Africa del governo organizzata dal tesoriere di Totò Riina

Il latitante Vito Roberto Palazzolo al centro di una indagine della Procura di Palermo sul viaggio di una delegazione italiana in Angola, nel 2004. L'ex rappresentante di Berlusconi per l'Africa, Alberto Michelini, e l'imprenditore Paolo Pasini, già segretario del premier, sono indagati per associazione a delinquere. Del caso si occuperà anche la commissione antimafia



di SALVO PALAZZOLO




Dalla sua latitanza dorata, in Sudafrica, parlava al telefono e inviava email senza problemi. Vito Roberto Palazzolo, accusato di essere il tesoriere di Totò Riina e Bernardo Provenzano, avrebbe organizzato addirittura l'incontro fra una delegazione di imprenditori italiani ed alcuni esponenti del governo dell'Angola. A presiedere il comitato partito da Roma c'era l'allora rappresentante personale per l'Africa del presidente del Consiglio Berlusconi, Alberto Michelini. Era il 2004: le intercettazioni del Gico della Guardia di finanza hanno svelato che fra il manager di Cosa nostra e il rappresentante del governo italiano per gli aiuti all'Africa operava un mediatore, l'imprenditore Paolo Pasini, fino a tre anni prima capo dell'ufficio del presidente del Consiglio Berlusconi.



Michelini e Pasini risultano indagati dalla Procura di Palermo per associazione a delinquere. Ma l'inchiesta attraversa un momento di stallo: l'Angola non ha mai risposto alle richieste di rogatoria inviate dall'Italia. I pm Gaetano Paci e Domenico Gozzo chiedevano di avere informazioni sulla visita della delegazione italiana, che si tenne nell'aprile 2004, e soprattutto sugli investimenti realizzati. Ma non è arrivata alcuna risposta.



Adesso, il senatore del Pd Giuseppe Lumia chiede che gli atti dell'inchiesta vengano acquisiti dalla commissione parlamentare antimafia: "Vito Roberto Palazzolo è il depositario di molti segreti di Cosa nostra, per questa ragione già il giudice Falcone chiedeva di arrestarlo: il governo italiano - dice Lumia - deve avviare un'azione politica seria per ottenere l'estradizione di questo finanziere di mafia. La questione non può essere affrontata in maniera esclusivamente burocratica".



Nelle intercettazioni della Guardia di finanza sono rimaste le frenetiche trattative fra Johannesbrug e Roma. Vito Roberto Palazzolo, che il Sudafrica continua a non volere estradare nonostante una condanna definitiva a 9 anni, inviò addirittura una dettagliata email per definire il programma delle cose da fare. La indirizzò a un'imprenditrice milanese, Daniela Palli, che la girò subito a Pasini. "Ho appena parlato con Roberto spiegandogli la situazione", scriveva la Palli all'ex capo dell'ufficio di Berlusconi a Palazzo Chigi: "Ti confermo che ritengo Roberto una persona seria, leale che stimo molto".



E di seguito, il testo della mail del finanziere siciliano, che all'epoca era sotto processo per associazione mafiosa e già ricercato: "Ho organizzato un incontro preliminare per il tuo amico qui in Sudafrica con la controparte angolana in via ufficiosa, naturalmente a livello ministeriale, anzi il più anziano e autorevole ministro mi consiglia il presidente personalmente. Lo scopo di quest'incontro sarà di organizzare il viaggio ufficiale come anche un invito ufficiale da parte del governo per la delegazione".



Palazzolo aveva già le sue idee per i progetti giusti da finanziare con i fondi pubblici e privati canalizzati dalla missione italiana: "Io mi permetto di anticipare alcuni progetti maturi per la loro realizzazione e che necessitano solo una firma da parte del consiglio dei ministri - scriveva - la delegazione potrà scegliere tra un cementificio, alcuni porti semi commerciali e per la pesca, qualunque infrastruttura nel quadro della pesca industriale e artigianale, costruzione di barche, studi riguardo il mare e quello che contiene (relazioni oceanografiche) salvaguardia e sicurezza della costa marittima e delle acque territoriali, costruzione di vedette, elicotteri, piccoli motoscafi attrezzati per la salvaguardia delle coste e contro la pesca di frodo. Prospezioni di giacimenti diamantiferi con la presenza stabilita di diamanti, oro e platino, rame e cobalto ed altri minerali".



Palazzolo non escludeva anche altro: "Realizzazione di rete autostradale (...)", scriveva. "O il campo dell'educazione, quello farmaceutico, per farmaci generici, quest'ultimo presenta una grandissima opportunità (...) E' solo quello che ho discusso in generale col governo". La Palli è già sotto processo a Palermo, per favoreggiamento. Altre intercettazioni l'accusano di aver aiutato Palazzolo a stabiliare un contatto con Marcello Dell'Utri.



Il 30 novembre 2003, la Palli fu ascoltata a colloquio con Michelini. "Ho già parlato con queste persone in Sudafrica - gli diceva - perché mi mostrino i progetti, le licenze". Poi, la Palli telefonò a Pasini. Il 3 dicembre, Pasini chiamò Palazzolo: "Come sa, ho una certa esperienza di rapporti internazionali - esordì - e anche se adesso mi occupo di Venezia, è questo il mio vero lavoro. Daniela mi ha chiesto una mano e la cosa l'ho trovata anche interessante per varie ragioni. L'hanno trovata anche alcuni imprenditori... io peraltro prima di passare da Roma dalla presidenza del consiglio ho lavorato per la Confindustria, per cui li conosco tutti".



Pasini aggiunse: "Il contatto che abbiamo con il delegato del presidente per i problemi dell'Africa ci agevola molto". Il 4 dicembre, la email inviata da Palazzolo alla Palli, da Palli a Pasini, fu girata da Pasini a Michelini. Con un commento: "Invio l'elenco del Sudafricano che è molto interessato e contento di vedere questo interessamento Italia-Angola".



Nessuno si chiese chi era per davvero il sudafricano Vito Roberto Palazzolo? Eppure, della sua latitanza dorata e delle protezioni di cui avrebbe goduto nei salotti buoni di Johannesburg si parlava già ampiamente sui giornali, nel 2004. Palazzolo è il latitante che già il giudice Falcone chiedeva di arrestare negli anni Ottanta.



Il 27 gennaio 2004, i finanzieri seguirono Pasini, Palli e Michelini mentre si incontravano, a Roma.



http://palermo.repubblica.it/cronaca/2010/12/02/news/la_missione_in_africa_del_governo_organizzata_dal_tesoriere_di_tot_riina-9747068/