Qui vorrei inserire quando ho del tempo libero, articoli di vario genere, di storia regionale/locale. Antiche civiltà. Religione. Esoterismo Mistero. E tutto cio' che è inerente a questi argomenti! Ma con uno sguardo al presente...
giovedì 28 ottobre 2010
Blog interessante...
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Assassinato perché cercava la Verità
di fabio storino
Il 27 ottobre 1972 veniva ucciso Giovanni Spampinato cronista dell'Ora, un libro del fratello Alberto racconta la storia di un siciliano morto giovane. Come Peppino Impastato. Due poesie per raccontare la mafia ieri e oggi...
Dunque non si può che partire da lì e cioè dalla fine.
Dal 27 ottobre 1972, quando, verso le undici di sera, un trentenne bussa furiosamente al portone del carcere giudiziario di Ragusa: "Vengo a costituirmi perché ho ucciso una persona e ora voglio dormire". Il reo confesso, occhiali, borsello in una mano e rivoltella Smith&Wesson nell'altra, è Roberto Campria, figlio del presidente del Tribunale della città. (Alquanto sconvolto, Campria si sedette su un gradino portandosi la testa tra le mani, ma non disse altro, avrebbe dichiarato l'appuntato Antonio Costa).
La vittima è lì a due passi, rantola ancora, con sei colpi di rivoltella tra pancia e costato (un colpo gli ha frantumato l'omero) sparatigli a bruciapelo, da non più di 15 centimetri. E' il giornalista Giovanni Spampinato, 25 anni, piegato sul volante della sua Cinquecento bianca ferma di fronte al carcere, la portiera destra, ad apertura controvento, completamente spalancata. Morirà prima di arrivare all'ospedale civile. Sul pavimento anteriore dell'auto viene trovata una pistola automatica Erma Werke, nei dintorni i bossoli insanguinati.
L'assassino ha sparato con due pistole, per non sbagliare. (Non è facile sparare contemporaneamente con due mani, mettendo a segno tutti i colpi, anche se a brevissima distanza: solo in seguito ad un intenso allenamento è possibile riuscire a tanto, dirà in seguito il pm Tommaso Auletta).
Oggi quella storia pubblicata viene raccontata dall'interno. "C'erano bei cani ma molto seri" (Ponte alla Grazie, pagine 291, 12,40) è la tragedia di Giovanni Spampinato, il giovane giornalista dell'"Ora"ucciso nel '72, rivissuta e raccontata dal suo fratello minore, Alberto, oggi quirinalista dell'Ansa. Una sorta di autobiografia familiare (e anche per certi versi generazionale), ambientata nella Ragusa degli anni di Piombo, il capoluogo della cosiddetta provincia "babba", che nel dopoguerra non aveva conosciuto criminalità comune né politica. Fino al 25 febbraio 1972, quando l'ingegnere Angelo Tumino, trafficante d'arte legato ai circoli di destra, viene trovato cadavere nella campagna circostante.
E' lì che entra in scena il venticinquenne corrispondente del giornale di Palermo, che indagherà con ostinazione, fino a scoprire che la sua tranquilla cittadina stava cambiando, accogliendo loschi traffici (d'armi e di intenti) legati ai colonnelli greci e alle trame golpiste nazionali. Le ricerche si fermeranno il 27 ottobre quando Giovanni viene trucidato. Il suo omicida, Campria, sospettato di aver avuto un ruolo importante nella morte del suo amico Tumino, copriva, secondo le ricostruzioni del cronista, una serie di ambienti eversivi fino a diventarne il capo espiatorio.
Alberto Spampinato parte da lontano, dalle scatole dei ricordi, dai ritratti ingialliti e dalle carte di famiglia, dall'infanzia e dai rapporti (non semplici) con i genitori, dalle passioni politiche dei fratelli, a un certo punto divergenti, sia pure sempre collocate a sinistra, tra Pci e gruppi dissidenti del Pci. E dalle lacerazioni (non solo intime, ma anche nei rapporti familiari) prodotte dal dolore. Il loro padre Giuseppe era stato impiegato all'ente comunale di assistenza a Ragusa, dopo aver fatto la Resistenza in Dalmazia come maggiore dei partigiani e aver contribuito poi alla fondazione del Partito comunista locale, di cui sarebbe diventato vicesegretario. Giovanni è comunque un figlio ribelle, che al partito preferisce il movimentismo antifascista, se è vero che a soli 17 anni pronuncia il suo primo comizio per Nuova Resistenza.
Lettore accanito di Gramsci e di Marx, poi di Sartre e Marcuse, partecipa alle fiammate del sessantotto in una città benestante e sonnacchiosa, capoluogo della cosiddetta provincia "scema" non ancora contaminata dalla mafia. Corre in soccorso ai terremotati del Belice, si appassiona alla dottrina sociale della Chiesa, si avvicina all'Arci alle Fuci, collabora al quindicinale "L'opposizione di sinistra" e poi al periodico cattolico "Il dialogo". E' un intellettuale serio, si documenta, si informa. Gli mancano pochissimi esami per laurearsi in Filosofia a Catania quando nel '69 Vittorio Nisticò, direttore dell'Ora, lo arruola come corrispondente. Si interessa al lavoro dei sindacati ma sono le sue inchieste sui movimenti neofascisti a rivelare la stoffa del cronista.
Comincia a collaborare anche per l'unità. Nel '71 decide di presentarsi come indipendente nelle liste provinciali del Pci ma non viene eletto. Spampinato rimane deluso, sa però che il suo autentico impegno è nella scrittura. E se ne accorgeranno in molti, a Ragusa, quando comincia a indagare sulle trame nere che in quegli anni si addensano "nella provincia babba", diventata in breve un crocevia tra malavita organizzata, contrabbando e coaguli di strategie neofasciste. La domanda che gli amici gli rivolgono(e che qualcuno pensa tra sé) è:"Ma cu tu fa ffari?". Chi te lo fa fare?
Su tutto ciò Alberto riflette dopo quasi quarant'anni, senza tacere i sensi di colpa di chi allora per immaturità non aveva capito. Il dolore lo unisce ancora oggi a sua moglie Emanuela, che per due anni era stata la fidanzata di Giovanni. Tra i due c'è, meglio s'intravede, un filo indissolubile. In tutte le sue scelte che segneranno le loro esistenze.
Questo vuole essere un piccolo ricordo.
Il 27 ottobre 1972 veniva ucciso Giovanni Spampinato cronista dell'Ora, un libro del fratello Alberto racconta la storia di un siciliano morto giovane. Come Peppino Impastato. Due poesie per raccontare la mafia ieri e oggi...
Dunque non si può che partire da lì e cioè dalla fine.
Dal 27 ottobre 1972, quando, verso le undici di sera, un trentenne bussa furiosamente al portone del carcere giudiziario di Ragusa: "Vengo a costituirmi perché ho ucciso una persona e ora voglio dormire". Il reo confesso, occhiali, borsello in una mano e rivoltella Smith&Wesson nell'altra, è Roberto Campria, figlio del presidente del Tribunale della città. (Alquanto sconvolto, Campria si sedette su un gradino portandosi la testa tra le mani, ma non disse altro, avrebbe dichiarato l'appuntato Antonio Costa).
La vittima è lì a due passi, rantola ancora, con sei colpi di rivoltella tra pancia e costato (un colpo gli ha frantumato l'omero) sparatigli a bruciapelo, da non più di 15 centimetri. E' il giornalista Giovanni Spampinato, 25 anni, piegato sul volante della sua Cinquecento bianca ferma di fronte al carcere, la portiera destra, ad apertura controvento, completamente spalancata. Morirà prima di arrivare all'ospedale civile. Sul pavimento anteriore dell'auto viene trovata una pistola automatica Erma Werke, nei dintorni i bossoli insanguinati.
L'assassino ha sparato con due pistole, per non sbagliare. (Non è facile sparare contemporaneamente con due mani, mettendo a segno tutti i colpi, anche se a brevissima distanza: solo in seguito ad un intenso allenamento è possibile riuscire a tanto, dirà in seguito il pm Tommaso Auletta).
Oggi quella storia pubblicata viene raccontata dall'interno. "C'erano bei cani ma molto seri" (Ponte alla Grazie, pagine 291, 12,40) è la tragedia di Giovanni Spampinato, il giovane giornalista dell'"Ora"ucciso nel '72, rivissuta e raccontata dal suo fratello minore, Alberto, oggi quirinalista dell'Ansa. Una sorta di autobiografia familiare (e anche per certi versi generazionale), ambientata nella Ragusa degli anni di Piombo, il capoluogo della cosiddetta provincia "babba", che nel dopoguerra non aveva conosciuto criminalità comune né politica. Fino al 25 febbraio 1972, quando l'ingegnere Angelo Tumino, trafficante d'arte legato ai circoli di destra, viene trovato cadavere nella campagna circostante.
E' lì che entra in scena il venticinquenne corrispondente del giornale di Palermo, che indagherà con ostinazione, fino a scoprire che la sua tranquilla cittadina stava cambiando, accogliendo loschi traffici (d'armi e di intenti) legati ai colonnelli greci e alle trame golpiste nazionali. Le ricerche si fermeranno il 27 ottobre quando Giovanni viene trucidato. Il suo omicida, Campria, sospettato di aver avuto un ruolo importante nella morte del suo amico Tumino, copriva, secondo le ricostruzioni del cronista, una serie di ambienti eversivi fino a diventarne il capo espiatorio.
Alberto Spampinato parte da lontano, dalle scatole dei ricordi, dai ritratti ingialliti e dalle carte di famiglia, dall'infanzia e dai rapporti (non semplici) con i genitori, dalle passioni politiche dei fratelli, a un certo punto divergenti, sia pure sempre collocate a sinistra, tra Pci e gruppi dissidenti del Pci. E dalle lacerazioni (non solo intime, ma anche nei rapporti familiari) prodotte dal dolore. Il loro padre Giuseppe era stato impiegato all'ente comunale di assistenza a Ragusa, dopo aver fatto la Resistenza in Dalmazia come maggiore dei partigiani e aver contribuito poi alla fondazione del Partito comunista locale, di cui sarebbe diventato vicesegretario. Giovanni è comunque un figlio ribelle, che al partito preferisce il movimentismo antifascista, se è vero che a soli 17 anni pronuncia il suo primo comizio per Nuova Resistenza.
Lettore accanito di Gramsci e di Marx, poi di Sartre e Marcuse, partecipa alle fiammate del sessantotto in una città benestante e sonnacchiosa, capoluogo della cosiddetta provincia "scema" non ancora contaminata dalla mafia. Corre in soccorso ai terremotati del Belice, si appassiona alla dottrina sociale della Chiesa, si avvicina all'Arci alle Fuci, collabora al quindicinale "L'opposizione di sinistra" e poi al periodico cattolico "Il dialogo". E' un intellettuale serio, si documenta, si informa. Gli mancano pochissimi esami per laurearsi in Filosofia a Catania quando nel '69 Vittorio Nisticò, direttore dell'Ora, lo arruola come corrispondente. Si interessa al lavoro dei sindacati ma sono le sue inchieste sui movimenti neofascisti a rivelare la stoffa del cronista.
Comincia a collaborare anche per l'unità. Nel '71 decide di presentarsi come indipendente nelle liste provinciali del Pci ma non viene eletto. Spampinato rimane deluso, sa però che il suo autentico impegno è nella scrittura. E se ne accorgeranno in molti, a Ragusa, quando comincia a indagare sulle trame nere che in quegli anni si addensano "nella provincia babba", diventata in breve un crocevia tra malavita organizzata, contrabbando e coaguli di strategie neofasciste. La domanda che gli amici gli rivolgono(e che qualcuno pensa tra sé) è:"Ma cu tu fa ffari?". Chi te lo fa fare?
Su tutto ciò Alberto riflette dopo quasi quarant'anni, senza tacere i sensi di colpa di chi allora per immaturità non aveva capito. Il dolore lo unisce ancora oggi a sua moglie Emanuela, che per due anni era stata la fidanzata di Giovanni. Tra i due c'è, meglio s'intravede, un filo indissolubile. In tutte le sue scelte che segneranno le loro esistenze.
Questo vuole essere un piccolo ricordo.
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lunedì 25 ottobre 2010
I diritti 'imperfetti' dei disabili
«Da sei mesi in sedia a rotelle, i mille ostacoli della quotidianità» Il racconto di Carlotta, studentessa veronese che si è trasferita in città per iscriversi alla facoltà di Medicina
di Alessandra Mura
FERRARA - La solita giornata di 24 ore per lei è diventata troppo corta. Perché Carlotta dopo l'incidente che l'ha resa paraplegica ha dovuto ricalibrare la durata di tutte le sue azioni, di tutti quei gesti quotidiani sui quali, da sei mesi, è calato un velo di nuova, obbligata consapevolezza. Alzarsi, vestirsi, lavarsi: ogni cosa costa più tempo. È di questo che vuole parlare Carlotta Damiani, 18 anni, davanti a una tazza di caffè nella sua stanza allo studentato di Darsena City, dove si è trasferita da poche settimane da Verona per studiare Medicina. La giornata che le ha stravolto la vita l'ha già raccontata in una lunga, lucidissima lettera. Dieci marzo 2010, quinta liceo, tragitto in motorino con il suo ragazzo: «Per terra quel miscuglio di acqua, fango e neve ci ha fregati e mi ha fottuto il midollo. Siamo scivolati. Nonostante andassimo piano, siamo scivolati. È stato un attimo, una successione di azioni: cadere, sbattere con la schiena sullo spartitraffico, non sentire immediatamente le gambe. Capire. Capire che la mia vita si era completamente stravolta in quella successione di azioni». Carlotta in ospedale resta sei mesi, ma non permette alla sua vita di bloccarsi. Prende la maturità (91/100), supera il test di selezione per la Facoltà di Medicina e si iscrive all'Università di Ferrara. Decide di uscire dal suo nido veronese, di rendersi autonoma dalla famiglia: «I miei genitori mi hanno incoraggiata, hanno capito che era giusto che cercassi di essere il più possibile indipendente». Non c'è nulla per cui valga la pena di stupirsi, ammonisce dolcemente Carlotta. Perché queste tappe «sono cose che avrei comunque affrontato. Queste sono le cose grandi, quelle che la gente dice che 'puoi ancora fare', come se non lo sapessi già». Non è di questo, appunto, che Carlotta vuole parlare. Ma delle cose piccole, quelle che vorrebbe gestire da sola, che anzi potrebbe gestire da sola se il mondo fosse semplicemente «a misura d'uomo inteso come qualsiasi uomo, sia esso giovane o vecchio, con o senza gambe».
Sono innumerevoli le situazioni quotidiane che fanno arrabbiare Carlotta. Perché le difficoltà che incontra non sono insuperabili, a renderle tali è quasi sempre un'imperfezione, un 'dettaglio' che non sfuggirebbe «agli ingegneri che fanno i progetti, se provassero sulla loro pelle cosa significa non poter utilizzare non solo i muscoli delle gambe, ma anche gli addominali». Sono bastati pochi giorni da 'matricola' per collezionare un lungo elenco di esempi. A cominciare dalle pedane degli autobus: «Credevo che funzionaresso come una sorta di montacarichi, e invece sono rampe troppo ripide. La mia carrozzina, ancora provvisoria, pesa 12 chili e ogni singolo grammo grava sulle mie spalle e sulle mie braccia. Quando devo scendere in via Fossato di Mortara rischio sempre di finire addosso al muretto dietro la fermata. Stessa cosa con la gradinata della stazione». Di posti riservati ce n'è solo uno «e se siamo in due in carrozzina sullo stesso autobus come si risolverebbe la questione? Salgo io o sali tu? Così? Sono queste le pari opportunità?». Certo con la pedana si può salire «ma poi c'è sempre bisogno di chiedere a qualcuno di raggiungere l'obliteratrice e timbrarti il biglietto». La città è cambiata, per Carlotta. Anche le case, i cinema, i bar e le aule. La cucina abbastanza spaziosa per consentire alla carrozzina di muoversi, ma con i pensili troppo alti. Il cinema accessibile, a patto però di restare in prima fila e restare due ore in una posizione scomodissima. Per raggiungere l'aula magna delle Nuove Cliniche c'è sì la rampa, ma piuttosto ripida e con scalino finale. Si può mangiare un panino in un bar, ma sotto i tavolini non c'è spazio per la carrozzina e bisogna mettersi di lato. E fare la doccia significa ogni volta «trasformare il bagno in un lago, perché devo tenere le porte aperte». Tutti esempi con un denominatore comune: le soluzioni sarebbero a portata di mano, basterebbe completare l'ultimo 'segmento' per rendere effettivi i diritti sanciti dalle leggi. È nelle abitudini, nelle pratiche troppo scontate per chi può muoversi con le proprie gambe, che il mondo si divide in due: per 'normali' e per 'disabili'. «Io voglio essere autonoma, ho incontrato tante persone gentili, ma non voglio dipendere dalla gentilezza degli altri. E detesto quando qualcuno mi guarda come se fossi malata, perché io non sto male. Mi danno fastidio gli sguardi di chi pensa 'poverina aiutiamola'; perché non darmi semplicemente una mano così come si aiuterebbe una qualsiasi persona in difficoltà, magari perché ha entrambe le mani impegnate»? È già abbastanza dura perdere la gioia di camminare scalza tra l'erba o buttarsi sul letto, conclude Carlotta, per dover rinunciare anche al resto.
9 ottobre 2010
http://lanuovaferrara.gelocal.it/cronaca/2010/10/09/news/i-diritti-imperfetti-dei-disabili-2494225
di Alessandra Mura
FERRARA - La solita giornata di 24 ore per lei è diventata troppo corta. Perché Carlotta dopo l'incidente che l'ha resa paraplegica ha dovuto ricalibrare la durata di tutte le sue azioni, di tutti quei gesti quotidiani sui quali, da sei mesi, è calato un velo di nuova, obbligata consapevolezza. Alzarsi, vestirsi, lavarsi: ogni cosa costa più tempo. È di questo che vuole parlare Carlotta Damiani, 18 anni, davanti a una tazza di caffè nella sua stanza allo studentato di Darsena City, dove si è trasferita da poche settimane da Verona per studiare Medicina. La giornata che le ha stravolto la vita l'ha già raccontata in una lunga, lucidissima lettera. Dieci marzo 2010, quinta liceo, tragitto in motorino con il suo ragazzo: «Per terra quel miscuglio di acqua, fango e neve ci ha fregati e mi ha fottuto il midollo. Siamo scivolati. Nonostante andassimo piano, siamo scivolati. È stato un attimo, una successione di azioni: cadere, sbattere con la schiena sullo spartitraffico, non sentire immediatamente le gambe. Capire. Capire che la mia vita si era completamente stravolta in quella successione di azioni». Carlotta in ospedale resta sei mesi, ma non permette alla sua vita di bloccarsi. Prende la maturità (91/100), supera il test di selezione per la Facoltà di Medicina e si iscrive all'Università di Ferrara. Decide di uscire dal suo nido veronese, di rendersi autonoma dalla famiglia: «I miei genitori mi hanno incoraggiata, hanno capito che era giusto che cercassi di essere il più possibile indipendente». Non c'è nulla per cui valga la pena di stupirsi, ammonisce dolcemente Carlotta. Perché queste tappe «sono cose che avrei comunque affrontato. Queste sono le cose grandi, quelle che la gente dice che 'puoi ancora fare', come se non lo sapessi già». Non è di questo, appunto, che Carlotta vuole parlare. Ma delle cose piccole, quelle che vorrebbe gestire da sola, che anzi potrebbe gestire da sola se il mondo fosse semplicemente «a misura d'uomo inteso come qualsiasi uomo, sia esso giovane o vecchio, con o senza gambe».
Sono innumerevoli le situazioni quotidiane che fanno arrabbiare Carlotta. Perché le difficoltà che incontra non sono insuperabili, a renderle tali è quasi sempre un'imperfezione, un 'dettaglio' che non sfuggirebbe «agli ingegneri che fanno i progetti, se provassero sulla loro pelle cosa significa non poter utilizzare non solo i muscoli delle gambe, ma anche gli addominali». Sono bastati pochi giorni da 'matricola' per collezionare un lungo elenco di esempi. A cominciare dalle pedane degli autobus: «Credevo che funzionaresso come una sorta di montacarichi, e invece sono rampe troppo ripide. La mia carrozzina, ancora provvisoria, pesa 12 chili e ogni singolo grammo grava sulle mie spalle e sulle mie braccia. Quando devo scendere in via Fossato di Mortara rischio sempre di finire addosso al muretto dietro la fermata. Stessa cosa con la gradinata della stazione». Di posti riservati ce n'è solo uno «e se siamo in due in carrozzina sullo stesso autobus come si risolverebbe la questione? Salgo io o sali tu? Così? Sono queste le pari opportunità?». Certo con la pedana si può salire «ma poi c'è sempre bisogno di chiedere a qualcuno di raggiungere l'obliteratrice e timbrarti il biglietto». La città è cambiata, per Carlotta. Anche le case, i cinema, i bar e le aule. La cucina abbastanza spaziosa per consentire alla carrozzina di muoversi, ma con i pensili troppo alti. Il cinema accessibile, a patto però di restare in prima fila e restare due ore in una posizione scomodissima. Per raggiungere l'aula magna delle Nuove Cliniche c'è sì la rampa, ma piuttosto ripida e con scalino finale. Si può mangiare un panino in un bar, ma sotto i tavolini non c'è spazio per la carrozzina e bisogna mettersi di lato. E fare la doccia significa ogni volta «trasformare il bagno in un lago, perché devo tenere le porte aperte». Tutti esempi con un denominatore comune: le soluzioni sarebbero a portata di mano, basterebbe completare l'ultimo 'segmento' per rendere effettivi i diritti sanciti dalle leggi. È nelle abitudini, nelle pratiche troppo scontate per chi può muoversi con le proprie gambe, che il mondo si divide in due: per 'normali' e per 'disabili'. «Io voglio essere autonoma, ho incontrato tante persone gentili, ma non voglio dipendere dalla gentilezza degli altri. E detesto quando qualcuno mi guarda come se fossi malata, perché io non sto male. Mi danno fastidio gli sguardi di chi pensa 'poverina aiutiamola'; perché non darmi semplicemente una mano così come si aiuterebbe una qualsiasi persona in difficoltà, magari perché ha entrambe le mani impegnate»? È già abbastanza dura perdere la gioia di camminare scalza tra l'erba o buttarsi sul letto, conclude Carlotta, per dover rinunciare anche al resto.
9 ottobre 2010
http://lanuovaferrara.gelocal.it/cronaca/2010/10/09/news/i-diritti-imperfetti-dei-disabili-2494225
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Biberon al Bisfenolo A. Il Canada lo considera tossico
Il Canada ha classificato il Bisfenolo A (BPA) sostanza nociva per l'uomo e l'ambiente. Ricordiamo che il BpA e' il maggiore componente delle plastiche di policarbonato usate nei biberon ma anche in altri contenitori per alimenti (bottiglie per bibite con il sistema del vuoto a rendere, piatti e tazze, pellicole e rivestimenti protettivi per lattine e tini, ecc.). Il BpA puo' migrare nei cibi e nelle bevande conservati in materiali che lo contengono; inoltre puo' causare l'endometriosi nelle donne, con effetti sulla capacita' riproduttiva, una modificazione dello sviluppo fetale e danni ai neonati perche' altera l'attivita' del sistema endocrino. Sull'argomento siamo intervenuti piu' volte (* * *). I ministri della Sanita' e dell'Ambiente canadesi hanno definito pericoloso per la salute umana e l'ambiente il BisfenoloA in tutte le sue applicazioni e non solo per i biberon. Questa decisione contrasta con quanto deciso recentemente dall'Efsa, l'Agenzia europea per la sicurezza alimentare, che ha ritenuto accettabili i livelli di concentrazione di Bisfenolo A nei vari prodotti in commercio. Rammentiamo che i biberon al BPA non si usano negli Stati Uniti, sono proibiti in Danimarca e in Francia e il Canada, come detto, ne ha esteso il divieto per tutte le merci.
http://www.aduc.it/comunicato/biberon+al+bisfenolo+canada+considera+tossico_18273.php
http://www.aduc.it/comunicato/biberon+al+bisfenolo+canada+considera+tossico_18273.php
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"La vita di un operaio albanese vale meno di quella di un italiano"
Torino, sentenza shock: morì sul lavoro, risarcimento ridotto. Ai familiari una somma dieci volte inferiore. All'uomo deceduto addebitato anche il 20% di concorso di colpa nella propria morte
di ALBERTO CUSTODERO
ROMA - L'operaio morto è albanese. Ma la sua vita vale meno di quella di un italiano. Ai suoi familiari, che vivono in Albania, "area ad economia depressa", va un risarcimento di dieci volte inferiore rispetto a quello che toccherebbe ai congiunti di un lavoratore in Italia. Altrimenti madre e padre albanesi otterrebbero "un ingiustificato arricchimento". Questa gabbia salariale della morte, ispirata al criterio del risarcimento a seconda del Paese di provenienza del deceduto sul lavoro, è contenuto in un sentenza shock del Tribunale di Torino. Il giudice civile, Ombretta Salvetti, richiamandosi ad una sentenza della Cassazione di dieci anni fa, ha dunque deciso di "equilibrare il risarcimento al reale valore del denaro nell'economia del Paese ove risiedono i danneggiati". Dopo aver addebitato all'operaio deceduto il 20% di concorso di colpa nella propria morte, la dottoressa Salvetti ha riconosciuto a ciascun genitore residente in Albania la somma risarcitoria di soli 32mila euro. Se l'operaio fosse stato italiano, sarebbero state applicate le nuove tabelle in uso presso il Tribunale di Torino dal giugno 2009 in base alle quali a ogni congiunto dell'operaio morto sarebbero stati riconosciute somme fino a dieci volte superiori (fra 150 e 300 mila euro).
Questa sentenza destinata a fare discutere in un mondo del lavoro nel quale la presenza di lavoratori stranieri è sempre più alta, è stata criticata da uno dei massimi esperti di diritto civile, l'avvocato Sandra Gracias. "In base a questo criterio del Triunale di Torino" - spiega il legale - converrebbe agli imprenditori assumere lavoratori provenienti da Paesi poveri, perché, laddove muoiano nel cantiere, costa di meno risarcire i loro congiunti". "Ma ribaltando la situazione - aggiunge l'avvocato Gracis - che cosa sarebbe successo se il dipendente morto fosse stato del Principato di Monaco, oppure degli Emirati? Il risarcimento ai genitori sarebbe stato doppio o triplo rispetto a quello per un italiano?".
Secondo Sandra Gracis, "il giudice torinese s'è rifatto al una sentenza della Cassazione del 2000 peraltro non risolutiva, ignorando che la Suprema Corte, appena un anno fa, ha affermato che la "tutela dei diritti dei lavoratori va assicurata senza alcuna disparità di trattamento a tutte le persone indipendentemente dalla cittadinanza, italiana, comunitaria o extracomunitaria". Già nel 2006 la Cassazione aveva stabilito che "dal punto di vista del danno parentale, non conta che il figlio sia morto a Messina o a Milano, a Roma in periferia o ai Parioli. Conta la morte in sé, ed una valutazione equa del danno morale che non discrimina la persona e le vittime né per lo stato sociale, né per il luogo occasionale della morte".
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/25/news/operaio_albanese-8403554/
di ALBERTO CUSTODERO
ROMA - L'operaio morto è albanese. Ma la sua vita vale meno di quella di un italiano. Ai suoi familiari, che vivono in Albania, "area ad economia depressa", va un risarcimento di dieci volte inferiore rispetto a quello che toccherebbe ai congiunti di un lavoratore in Italia. Altrimenti madre e padre albanesi otterrebbero "un ingiustificato arricchimento". Questa gabbia salariale della morte, ispirata al criterio del risarcimento a seconda del Paese di provenienza del deceduto sul lavoro, è contenuto in un sentenza shock del Tribunale di Torino. Il giudice civile, Ombretta Salvetti, richiamandosi ad una sentenza della Cassazione di dieci anni fa, ha dunque deciso di "equilibrare il risarcimento al reale valore del denaro nell'economia del Paese ove risiedono i danneggiati". Dopo aver addebitato all'operaio deceduto il 20% di concorso di colpa nella propria morte, la dottoressa Salvetti ha riconosciuto a ciascun genitore residente in Albania la somma risarcitoria di soli 32mila euro. Se l'operaio fosse stato italiano, sarebbero state applicate le nuove tabelle in uso presso il Tribunale di Torino dal giugno 2009 in base alle quali a ogni congiunto dell'operaio morto sarebbero stati riconosciute somme fino a dieci volte superiori (fra 150 e 300 mila euro).
Questa sentenza destinata a fare discutere in un mondo del lavoro nel quale la presenza di lavoratori stranieri è sempre più alta, è stata criticata da uno dei massimi esperti di diritto civile, l'avvocato Sandra Gracias. "In base a questo criterio del Triunale di Torino" - spiega il legale - converrebbe agli imprenditori assumere lavoratori provenienti da Paesi poveri, perché, laddove muoiano nel cantiere, costa di meno risarcire i loro congiunti". "Ma ribaltando la situazione - aggiunge l'avvocato Gracis - che cosa sarebbe successo se il dipendente morto fosse stato del Principato di Monaco, oppure degli Emirati? Il risarcimento ai genitori sarebbe stato doppio o triplo rispetto a quello per un italiano?".
Secondo Sandra Gracis, "il giudice torinese s'è rifatto al una sentenza della Cassazione del 2000 peraltro non risolutiva, ignorando che la Suprema Corte, appena un anno fa, ha affermato che la "tutela dei diritti dei lavoratori va assicurata senza alcuna disparità di trattamento a tutte le persone indipendentemente dalla cittadinanza, italiana, comunitaria o extracomunitaria". Già nel 2006 la Cassazione aveva stabilito che "dal punto di vista del danno parentale, non conta che il figlio sia morto a Messina o a Milano, a Roma in periferia o ai Parioli. Conta la morte in sé, ed una valutazione equa del danno morale che non discrimina la persona e le vittime né per lo stato sociale, né per il luogo occasionale della morte".
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Calabria, scrivere con la paura. Questi chi li difende?
Sono i giornalisti calabresi minacciati dalle cosche e dai politici collusi, ma non fanno notizia. Il tribunale della mafia non ammette losi né scudi
Queste sono le storie di giornalisti calabresi minacciati dalla ‘ndrangheta. Ne abbiamo scelte otto e ci scusiamo con gli altri colleghi che a causa del loro lavoro sono costretti a vivere con l’alito fetente dei mafiosi sul collo. Quello che avviene in Calabria non accade in nessun’altra parte d’Italia. Perché qui la democrazia e i diritti costituzionali sono sospesi, la libertà d’informazione è limitata, la libertà di mercato non esiste, il monopolio della violenza non è prerogativa dello Stato, ma delle organizzazioni paramilitari della ‘ndrangheta che controllano ampie parti dei territori.
La politica ha margini ristrettissimi di autonomia nella selezione delle classi dirigenti e deve contrattare ogni passo, ogni scelta, con i boss. Soggetti che detengono pacchetti elettorali e soldi per finanziare campagne dei candidati, comprare deputati e consiglieri regionali, decidere le fortune di leader politici locali e nazionali. C’è un cono d’ombra informativo in Calabria, ha denunciato il procuratore Giuseppe Pignatone. Ha ragione. In Calabria non esistono pagine locali di quotidiani nazionali. Quelli a tiratura regionale sono finanziati da gruppi imprenditoriali che hanno variegati interessi, molti dei quali dipendenti dalle scelte della politica. Per questo in Calabria il mestiere di giornalista-giornalista è difficile e rischioso. Metti in gioco la tua sicurezza, rischi la tua vita. E il tuo lavoro, come è accaduto a Lucio Musolino col suo licenziamento per una odiosa “giusta causa”, come motivato dalla società editrice di Calabria Ora.
Intanto proprio ieri è stato arrestato – grazie alle testimonianze del neo pentito Nino Lo Giudice – Antonio Cortese, presunto bombarolo di Reggio, affiliato al clan del pentito, e ora indicato dallo stesso Lo Giudice come responsabile delle bombe alla procura generale (3 gennaio 2010), al portone di casa del procuratore generale Salvatore Di Landro (26 agosto) e dell’avvertimento del bazooka, fatto ritrovare dopo una telefonata anonima, vicino al tribunale di Reggio (5 ottobre). È sempre di moda, dopo arresti di questo tipo, l’esaltazione leghista, infatti ieri puntuale è arrivata dal Nord la nota del governatore del Veneto, Luca Zaia, per complimentarsi con il ministro degli Interni, Roberto Maroni.
“Il bisogno di sicurezza che gli italiani segnalano costantemente – ha approfittato Zaia – ha oggi una certezza: che la musica è cambiata e che i banditi, a cominciare da quelli più pericolosi, sono inesorabilmente destinati al carcere”. Non a caso l’ex ministro dell’agricoltura utilizza il termine “banditi”, per relegare il fenomeno mafioso a quello del banditismo, combattuto dai piemontesi di Cavour. Ma il questore Carmelo Casabona, parla di risultato che getta le basi per smascherare il “sistema-Reggio”, forse significa che c’è un altro livello dietro i banditi.
di Enrico Fierro e Giampiero Calapà
Lucio Musolino, 27 anniLicenziato per ingiusta causa da un quotidiano regionale“Smettila con la ‘ndrangheta. La benzina è per te non per la macchina” . È il tono della lettera che qualcuno ha lasciato nella mia veranda il 1° agosto. Una lettera accompagnata da una tanica piena di liquido infiammabile. Sono entrati nel mio cortile di notte, mentre la mia famiglia era in casa, tranquilla come al solito. Hanno violato la nostra intimità e hanno lanciato un messaggio mafioso. Nelle settimane precedenti avevo scritto del contenuto di un’informativa del Ros inserita nell’inchiesta Met. Con quell’indagine, il sostituto della Dda Giuseppe Lombardo ha messo le mani nell’intreccio ‘ndrangheta-politica che tiene sotto scacco Reggio e la Calabria.
Ho scritto che il governatore Giuseppe Scopelliti ha partecipato assieme a molti consiglieri comunali a una pranzo invitato dall’imprenditore arrestato Domenico Barbieri. Lo stesso pranzo a cui ha partecipato il boss Cosimo Alvaro, oggi latitante. Tutto confermato da Scopelliti ai microfoni del fattoquotidiano.it. Proprio con Alvaro aveva rapporti un consigliere comunale del Pdl, Michele Marcianò. I due sono stati intercettati mentre discutevano di tessere di Forza Italia e di posti di lavoro.
E sempre di posti lavoro barattati con 200 voti discutevano il consigliere comunale del Pdl Manlio Flesca con l’imprenditore Barbieri. Sono stato invitato ad Annozero e, in collegamento da Reggio, ho raccontato al collega Stefano Bianchi questa storia. La risposta è stata una minaccia di querela da parte di Scopelliti. Ma del contenuto di quell’informativa avevo scritto negli ultimi mesi. Sono passate poche settimane e il giornale per il quale lavoravo (Calabria Ora diretto da Piero Sansonetti) mi ha licenziato. Per “giusta causa”, è la motivazione. Ecco: in Calabria se scrivi di mafia e politica paghi prezzi altissimi. Ma ne vale la pena.
Agostino Pantano, 37 anni“Indesiderato” in municipioLa prima volta, nel novembre 2007, ho sottovalutato, non ho denunciato, ho sbagliato. Avevo scritto un approfondimento su uno storico sequestro di beni della cosca Bellocco, nel paese del Reggino dove vivo, San Ferdinando e mia madre trovò sul parabrezza dell’auto di famiglia una busta con dentro un pesce dalla testa mozzata. Non sporsi denuncia per tranquillizzare i miei, rendendomi fragile di fronte alla tecnica del terrore che in questi casi parte da lontano per destabilizzare la quiete familiare e per farti provare la pressione dei congiunti che non vuoi esporre.
Nella primavera del 2008, invece, denunciai dopo aver trovato una gomma della mia auto dilaniata da diversi fendenti, mentre era parcheggiata nei pressi della redazione di Gioia Tauro del giornale per cui lavoravo all’epoca e di cui ero responsabile, Calabria Ora. In quei giorni scrivevo degli scandali che riguardavano diversi dirigenti del Comune di Gioia Tauro e dell’allora sospetta compiacenza degli amministratori verso le potenti cosche cittadine, Molè e Piromalli.
Sempre in quei giorni e sempre per i miei articoli, venni allontanato da una conferenza stampa indetta nel Municipio dal sindaco, e definito ad alta voce “indesiderato” dal suo figliolo perché il giorno prima, da solo, avevo dato conto di una perquisizione domiciliare notturna anche nei confronti del primo cittadino. Quest’ultimo, dopo il successivo scioglimento per mafia di quel consiglio comunale, oggi è sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito di un procedimento che vede alla sbarra anche il boss Pino Piromalli, lo stesso che in un’intercettazione ambientale in carcere, dialogando con i figli, si era sentito riferire che il mio giornale “è diventato vomitevole” per l’insistenza con cui scriveva della cosca.
Angela Corica, 26 anniProiettili sull’auto e la mia vita è cambiataCinque colpi di pistola contro l’auto parcheggiata sotto casa alle undici di sera il 29 dicembre del 2008. Sono passati due anni dal tentativo di intimidazione. Sembra ieri. L’“avviso” per zittirmi è arrivato in seguito a una inchiesta che avevo fatto qualche mese prima su una discarica di rifiuti abusiva nel Comune dove ancora vivo assieme alla mia famiglia, Cinquefrondi. Un posto sperduto nella Piana di Gioia Tauro dove vivono appena 6 mila persone. Dove si conoscono le facce, i nomi, la gente, l’indirizzo e quanto basta per renderti la vita difficile. I mesi successivi? Duri. Considerato che avevo 24 anni e avevo iniziato a scrivere da poco tempo per Calabria Ora.
La reazione alle pistolettate è stata diversa rispetto a quella attesa da chi ha scelto la forza per farmi capire che, comunque, stavo lavorando bene. Ho continuato, grazie a qualche collega a cui oggi devo tanto e grazie a un giornale che allora mi ha sostenuta, a fare il lavoro di sempre. Né più né meno. Non credo che sia stata la mafia ad interessarsi a me. Il Sud e, in particolare, i paesi interni della provincia reggina, devono prima fare i conti con un ambiente che non lascia spazio a chi la pensa in maniera diversa. Colpa di una cultura arretrata e dell’omertà. Da due anni gli attacchi ai giornalisti si sono moltiplicati. Come se non bastasse, nell’altalena di emergenze, la politica continua a fare la sua (non) parte o, nella peggiore delle ipotesi, la parte sbagliata.
Pietro Comito, 31 anniGuardo mio figlio e penso: ne vale la pena?Avevo appena piantato l’ombrellone in spiaggia, quella mattina del 4 luglio. Avrei lasciato mia moglie e mio figlio da lì a poco, per iniziare il consueto giro di cronaca. Mentre baciavo la fronte al bambino, il cellulare – quello di servizio, su un’utenza che al giornale consideriamo “riservata” – ha squillato: “Ti diamo due colpi di fucile e ti tagliamo la testa, poi ti buttiamo dietro il cimitero di Jonadi. La famiglia Soriano te la devi scordare”. Voce giovane, mi avvertiva: “Guardati le spalle”. I Soriano li conosco bene. Il “capo famiglia” prima mi fissava dalla gabbia del Tribunale di Vibo; ora che è scarcerato, in aula, al maxi-processo che lo vede imputato, è spesso il mio compagno di banco.
Avevo scritto di lui, ricordo quando dagli arresti domiciliari mandava comunicati ai giornali, come se la sua ‘ndrina fosse un partito. Col mio direttore si decise questo titolo in prima: “Ecco il boss che fa politica”. Il giorno precedente la telefonata, riportai le intercettazioni relative ad un’estorsione compiuta da un suo nipote – erede al trono del casato – appena finito in galera. Il giorno della telefonata scrissi come quello stesso ragazzo, boss in erba, pestò a sangue il preside di una scuola solo perché aveva rimproverato per un ritardo la cugina, figlia del “capo famiglia” mio compagno di banco nell’aula del tribunale. Fui il solo a farlo. Da allora il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza ha disposto una sorveglianza (discreta) sotto la redazione, sotto casa mia e sotto quella dei miei genitori. Ora vado avanti lo stesso col mio lavoro, anche se mi domando, guardando prima mia moglie e mio figlio e poi la deriva del giornalismo e della politica calabrese, se ne valga davvero la pena.
da Il Fatto Quotidiano del 21 ottobre 2010
gli altri quattro giornalisti nel mirino dei clan
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/21/calabria-scrivere-con-la-paura/72778/
Queste sono le storie di giornalisti calabresi minacciati dalla ‘ndrangheta. Ne abbiamo scelte otto e ci scusiamo con gli altri colleghi che a causa del loro lavoro sono costretti a vivere con l’alito fetente dei mafiosi sul collo. Quello che avviene in Calabria non accade in nessun’altra parte d’Italia. Perché qui la democrazia e i diritti costituzionali sono sospesi, la libertà d’informazione è limitata, la libertà di mercato non esiste, il monopolio della violenza non è prerogativa dello Stato, ma delle organizzazioni paramilitari della ‘ndrangheta che controllano ampie parti dei territori.
La politica ha margini ristrettissimi di autonomia nella selezione delle classi dirigenti e deve contrattare ogni passo, ogni scelta, con i boss. Soggetti che detengono pacchetti elettorali e soldi per finanziare campagne dei candidati, comprare deputati e consiglieri regionali, decidere le fortune di leader politici locali e nazionali. C’è un cono d’ombra informativo in Calabria, ha denunciato il procuratore Giuseppe Pignatone. Ha ragione. In Calabria non esistono pagine locali di quotidiani nazionali. Quelli a tiratura regionale sono finanziati da gruppi imprenditoriali che hanno variegati interessi, molti dei quali dipendenti dalle scelte della politica. Per questo in Calabria il mestiere di giornalista-giornalista è difficile e rischioso. Metti in gioco la tua sicurezza, rischi la tua vita. E il tuo lavoro, come è accaduto a Lucio Musolino col suo licenziamento per una odiosa “giusta causa”, come motivato dalla società editrice di Calabria Ora.
Intanto proprio ieri è stato arrestato – grazie alle testimonianze del neo pentito Nino Lo Giudice – Antonio Cortese, presunto bombarolo di Reggio, affiliato al clan del pentito, e ora indicato dallo stesso Lo Giudice come responsabile delle bombe alla procura generale (3 gennaio 2010), al portone di casa del procuratore generale Salvatore Di Landro (26 agosto) e dell’avvertimento del bazooka, fatto ritrovare dopo una telefonata anonima, vicino al tribunale di Reggio (5 ottobre). È sempre di moda, dopo arresti di questo tipo, l’esaltazione leghista, infatti ieri puntuale è arrivata dal Nord la nota del governatore del Veneto, Luca Zaia, per complimentarsi con il ministro degli Interni, Roberto Maroni.
“Il bisogno di sicurezza che gli italiani segnalano costantemente – ha approfittato Zaia – ha oggi una certezza: che la musica è cambiata e che i banditi, a cominciare da quelli più pericolosi, sono inesorabilmente destinati al carcere”. Non a caso l’ex ministro dell’agricoltura utilizza il termine “banditi”, per relegare il fenomeno mafioso a quello del banditismo, combattuto dai piemontesi di Cavour. Ma il questore Carmelo Casabona, parla di risultato che getta le basi per smascherare il “sistema-Reggio”, forse significa che c’è un altro livello dietro i banditi.
di Enrico Fierro e Giampiero Calapà
Lucio Musolino, 27 anniLicenziato per ingiusta causa da un quotidiano regionale“Smettila con la ‘ndrangheta. La benzina è per te non per la macchina” . È il tono della lettera che qualcuno ha lasciato nella mia veranda il 1° agosto. Una lettera accompagnata da una tanica piena di liquido infiammabile. Sono entrati nel mio cortile di notte, mentre la mia famiglia era in casa, tranquilla come al solito. Hanno violato la nostra intimità e hanno lanciato un messaggio mafioso. Nelle settimane precedenti avevo scritto del contenuto di un’informativa del Ros inserita nell’inchiesta Met. Con quell’indagine, il sostituto della Dda Giuseppe Lombardo ha messo le mani nell’intreccio ‘ndrangheta-politica che tiene sotto scacco Reggio e la Calabria.
Ho scritto che il governatore Giuseppe Scopelliti ha partecipato assieme a molti consiglieri comunali a una pranzo invitato dall’imprenditore arrestato Domenico Barbieri. Lo stesso pranzo a cui ha partecipato il boss Cosimo Alvaro, oggi latitante. Tutto confermato da Scopelliti ai microfoni del fattoquotidiano.it. Proprio con Alvaro aveva rapporti un consigliere comunale del Pdl, Michele Marcianò. I due sono stati intercettati mentre discutevano di tessere di Forza Italia e di posti di lavoro.
E sempre di posti lavoro barattati con 200 voti discutevano il consigliere comunale del Pdl Manlio Flesca con l’imprenditore Barbieri. Sono stato invitato ad Annozero e, in collegamento da Reggio, ho raccontato al collega Stefano Bianchi questa storia. La risposta è stata una minaccia di querela da parte di Scopelliti. Ma del contenuto di quell’informativa avevo scritto negli ultimi mesi. Sono passate poche settimane e il giornale per il quale lavoravo (Calabria Ora diretto da Piero Sansonetti) mi ha licenziato. Per “giusta causa”, è la motivazione. Ecco: in Calabria se scrivi di mafia e politica paghi prezzi altissimi. Ma ne vale la pena.
Agostino Pantano, 37 anni“Indesiderato” in municipioLa prima volta, nel novembre 2007, ho sottovalutato, non ho denunciato, ho sbagliato. Avevo scritto un approfondimento su uno storico sequestro di beni della cosca Bellocco, nel paese del Reggino dove vivo, San Ferdinando e mia madre trovò sul parabrezza dell’auto di famiglia una busta con dentro un pesce dalla testa mozzata. Non sporsi denuncia per tranquillizzare i miei, rendendomi fragile di fronte alla tecnica del terrore che in questi casi parte da lontano per destabilizzare la quiete familiare e per farti provare la pressione dei congiunti che non vuoi esporre.
Nella primavera del 2008, invece, denunciai dopo aver trovato una gomma della mia auto dilaniata da diversi fendenti, mentre era parcheggiata nei pressi della redazione di Gioia Tauro del giornale per cui lavoravo all’epoca e di cui ero responsabile, Calabria Ora. In quei giorni scrivevo degli scandali che riguardavano diversi dirigenti del Comune di Gioia Tauro e dell’allora sospetta compiacenza degli amministratori verso le potenti cosche cittadine, Molè e Piromalli.
Sempre in quei giorni e sempre per i miei articoli, venni allontanato da una conferenza stampa indetta nel Municipio dal sindaco, e definito ad alta voce “indesiderato” dal suo figliolo perché il giorno prima, da solo, avevo dato conto di una perquisizione domiciliare notturna anche nei confronti del primo cittadino. Quest’ultimo, dopo il successivo scioglimento per mafia di quel consiglio comunale, oggi è sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito di un procedimento che vede alla sbarra anche il boss Pino Piromalli, lo stesso che in un’intercettazione ambientale in carcere, dialogando con i figli, si era sentito riferire che il mio giornale “è diventato vomitevole” per l’insistenza con cui scriveva della cosca.
Angela Corica, 26 anniProiettili sull’auto e la mia vita è cambiataCinque colpi di pistola contro l’auto parcheggiata sotto casa alle undici di sera il 29 dicembre del 2008. Sono passati due anni dal tentativo di intimidazione. Sembra ieri. L’“avviso” per zittirmi è arrivato in seguito a una inchiesta che avevo fatto qualche mese prima su una discarica di rifiuti abusiva nel Comune dove ancora vivo assieme alla mia famiglia, Cinquefrondi. Un posto sperduto nella Piana di Gioia Tauro dove vivono appena 6 mila persone. Dove si conoscono le facce, i nomi, la gente, l’indirizzo e quanto basta per renderti la vita difficile. I mesi successivi? Duri. Considerato che avevo 24 anni e avevo iniziato a scrivere da poco tempo per Calabria Ora.
La reazione alle pistolettate è stata diversa rispetto a quella attesa da chi ha scelto la forza per farmi capire che, comunque, stavo lavorando bene. Ho continuato, grazie a qualche collega a cui oggi devo tanto e grazie a un giornale che allora mi ha sostenuta, a fare il lavoro di sempre. Né più né meno. Non credo che sia stata la mafia ad interessarsi a me. Il Sud e, in particolare, i paesi interni della provincia reggina, devono prima fare i conti con un ambiente che non lascia spazio a chi la pensa in maniera diversa. Colpa di una cultura arretrata e dell’omertà. Da due anni gli attacchi ai giornalisti si sono moltiplicati. Come se non bastasse, nell’altalena di emergenze, la politica continua a fare la sua (non) parte o, nella peggiore delle ipotesi, la parte sbagliata.
Pietro Comito, 31 anniGuardo mio figlio e penso: ne vale la pena?Avevo appena piantato l’ombrellone in spiaggia, quella mattina del 4 luglio. Avrei lasciato mia moglie e mio figlio da lì a poco, per iniziare il consueto giro di cronaca. Mentre baciavo la fronte al bambino, il cellulare – quello di servizio, su un’utenza che al giornale consideriamo “riservata” – ha squillato: “Ti diamo due colpi di fucile e ti tagliamo la testa, poi ti buttiamo dietro il cimitero di Jonadi. La famiglia Soriano te la devi scordare”. Voce giovane, mi avvertiva: “Guardati le spalle”. I Soriano li conosco bene. Il “capo famiglia” prima mi fissava dalla gabbia del Tribunale di Vibo; ora che è scarcerato, in aula, al maxi-processo che lo vede imputato, è spesso il mio compagno di banco.
Avevo scritto di lui, ricordo quando dagli arresti domiciliari mandava comunicati ai giornali, come se la sua ‘ndrina fosse un partito. Col mio direttore si decise questo titolo in prima: “Ecco il boss che fa politica”. Il giorno precedente la telefonata, riportai le intercettazioni relative ad un’estorsione compiuta da un suo nipote – erede al trono del casato – appena finito in galera. Il giorno della telefonata scrissi come quello stesso ragazzo, boss in erba, pestò a sangue il preside di una scuola solo perché aveva rimproverato per un ritardo la cugina, figlia del “capo famiglia” mio compagno di banco nell’aula del tribunale. Fui il solo a farlo. Da allora il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza ha disposto una sorveglianza (discreta) sotto la redazione, sotto casa mia e sotto quella dei miei genitori. Ora vado avanti lo stesso col mio lavoro, anche se mi domando, guardando prima mia moglie e mio figlio e poi la deriva del giornalismo e della politica calabrese, se ne valga davvero la pena.
da Il Fatto Quotidiano del 21 ottobre 2010
gli altri quattro giornalisti nel mirino dei clan
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/21/calabria-scrivere-con-la-paura/72778/
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Maneggiare scontrini provoca danni alla salute
Fonte: http://www.laveracronaca.com/index.php?option=com_content&view=article&id=693%3Amaneggiare-scontrini-puo-provocare-danni-alla-salute&catid=1%3Aultime&Itemid=29
Lunedì 25 Ottobre 2010
Maneggiare scontrini fiscali ed altri tipi di fatture, gesto che tutti noi (chi più e chi meno...) compiamo ripetutamente nel corso della giornata, potrebbe comportare rischi che a tutt’oggi sono ancora poco conosciuti; a lanciare l’allarme è uno studio svedese che rivela come la carta di cui sono composti scontrini e ricevute contenga sostanze chimiche potenzialmente dannose per l’organismo. Nello specifico, la carta in questione conterrebbe alte concentrazioni di Bisfenolo A (BpA), un composto organico fondamentale nella sintesi di plastiche e additivi plastici e da anni sospettato di essere dannoso per l'uomo, soprattutto sotto l'aspetto ormonale in quanto potenziale causa di infertilità. Nel 2008, infatti, diversi governi avevano effettuato studi sulla sicurezza del Bisfenolo A ed in alcuni casi i venditori avevano tolto dal mercato prodotti che ne contenevano; in quell’anno la Commissione Europea pubblicò un rapporto nel quale si concludeva che i prodotti a base di bisfenolo A fossero sicuri per i consumatori e l'ambiente quando usati correttamente. Tuttavia, di recente il Canada ha classificato il BPA come una sostanza nociva per l'uomo e l'ambiente, e lo studio svedese di cui parlavamo avrebbe confermato questa ipotesi. I ricercatori svedesi dell’Istituto Jegrelius per la chimica verde applicata hanno riportato infatti che gli scontrini analizzati contengono in media l'1,5% di BpA, vale a dire mille volte di piu' di quanto si trovi ad esempio nei biberon al policarbonato vietati in molti paesi; la carta usata per produrre scontrini e fatture, infatti, diventa pericolosa poiché si scioglie e va a contaminare gli oggetti con i quali è entrata a contatto, ad esempio le banconote per chi è solito conservare gli scontrini fiscali nel portafogli. Altro aspetto inquietante della vicenda è dato dal fatto che il Bisfenolo A, secondo questa ricerca, sarebbe contenuto anche in altri oggetti di uso quotidiano quali estratti conto delle banche, biglietti di aerei, treni, autobus, e addirittura in alcune etichette.
Lo studio sul Bisfenolo A ha suscitato molte reazioni nel paese dove è stato condotto, la Svezia; i sindacati che tutelano i lavoratori del commercio hanno richiesto il ritiro immediato della carta con la quale i loro rappresentati entrano quotidianamente a contatto per questioni di lavoro. Alcune aziende hanno agito in questa direzione, altre restano in attesa di eventuali indicazioni da parte dell’Unione Europea.Nel frattempo, dato che il Bisfenolo A è stato sospettato di causare infertilità e altri problemi all’apparato riproduttivo, chissà che a qualcuno, in Italia, non venga in mente di giustificare la propria evasione fiscale adducendo come causa del proprio non emettere scontrini una filantropica salvaguardia della continuità della specie umana; in quel caso, magari, conoscendo il nostro paese, costui potrebbe anche esser salutato come un eroe e addirittura insignito di qualche onoreficenza dato l'amore dimostrato verso il prossimo.
Pierfrancesco Palattella
Lunedì 25 Ottobre 2010
Maneggiare scontrini fiscali ed altri tipi di fatture, gesto che tutti noi (chi più e chi meno...) compiamo ripetutamente nel corso della giornata, potrebbe comportare rischi che a tutt’oggi sono ancora poco conosciuti; a lanciare l’allarme è uno studio svedese che rivela come la carta di cui sono composti scontrini e ricevute contenga sostanze chimiche potenzialmente dannose per l’organismo. Nello specifico, la carta in questione conterrebbe alte concentrazioni di Bisfenolo A (BpA), un composto organico fondamentale nella sintesi di plastiche e additivi plastici e da anni sospettato di essere dannoso per l'uomo, soprattutto sotto l'aspetto ormonale in quanto potenziale causa di infertilità. Nel 2008, infatti, diversi governi avevano effettuato studi sulla sicurezza del Bisfenolo A ed in alcuni casi i venditori avevano tolto dal mercato prodotti che ne contenevano; in quell’anno la Commissione Europea pubblicò un rapporto nel quale si concludeva che i prodotti a base di bisfenolo A fossero sicuri per i consumatori e l'ambiente quando usati correttamente. Tuttavia, di recente il Canada ha classificato il BPA come una sostanza nociva per l'uomo e l'ambiente, e lo studio svedese di cui parlavamo avrebbe confermato questa ipotesi. I ricercatori svedesi dell’Istituto Jegrelius per la chimica verde applicata hanno riportato infatti che gli scontrini analizzati contengono in media l'1,5% di BpA, vale a dire mille volte di piu' di quanto si trovi ad esempio nei biberon al policarbonato vietati in molti paesi; la carta usata per produrre scontrini e fatture, infatti, diventa pericolosa poiché si scioglie e va a contaminare gli oggetti con i quali è entrata a contatto, ad esempio le banconote per chi è solito conservare gli scontrini fiscali nel portafogli. Altro aspetto inquietante della vicenda è dato dal fatto che il Bisfenolo A, secondo questa ricerca, sarebbe contenuto anche in altri oggetti di uso quotidiano quali estratti conto delle banche, biglietti di aerei, treni, autobus, e addirittura in alcune etichette.
Lo studio sul Bisfenolo A ha suscitato molte reazioni nel paese dove è stato condotto, la Svezia; i sindacati che tutelano i lavoratori del commercio hanno richiesto il ritiro immediato della carta con la quale i loro rappresentati entrano quotidianamente a contatto per questioni di lavoro. Alcune aziende hanno agito in questa direzione, altre restano in attesa di eventuali indicazioni da parte dell’Unione Europea.Nel frattempo, dato che il Bisfenolo A è stato sospettato di causare infertilità e altri problemi all’apparato riproduttivo, chissà che a qualcuno, in Italia, non venga in mente di giustificare la propria evasione fiscale adducendo come causa del proprio non emettere scontrini una filantropica salvaguardia della continuità della specie umana; in quel caso, magari, conoscendo il nostro paese, costui potrebbe anche esser salutato come un eroe e addirittura insignito di qualche onoreficenza dato l'amore dimostrato verso il prossimo.
Pierfrancesco Palattella
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Diritti umani negati per i disabili. La denuncia del Consiglio d’Europa
In Europa esistono ancora centri di detenzione per persone con disabilità. In Bulgaria indagano su decessi e abusi su minori. Hammarberg (Consiglio d’Europa): “Non è stato fatto abbastanza per prevenire”. Dalla Serbia e dalla Macedonia, segnali positivi.
di Lorenzo Bagnoli
ROMA – In Bulgaria, alla procura generale è stato aperto un fascicolo d’inchiesta che riguarda 166 decessi e più di 30 casi di abuso a danno di minori con disabilità detenuti in istituti statali. Il Commissario per la difesa dei diritti umani al Consiglio d’Europa Thomas Hammarberg lo denuncia in una nota pubblicata ieri sera. “Questo – scrive Hammarberg - è un’importante segnale non solo per le autorità bulgare ma per tutti quegli stati che hanno ancora questo tipo di vecchie istituzioni per giovani e adulti”. Il Commissario sostiene che in molti Paesi membri del Consiglio ci sono ancora persone con disabilità segregate in centri e private di ogni contatto con il mondo esterno. “In numerosi casi – racconta Hammarberg – vivono in condizioni inadeguate, subiscono torture e sono private dei diritti umani. In molti casi, le morti non vengono né investigate né riportate”. Imprigionati sui letti per essere tenuti “sotto controllo”, migliaia di disabili europei sono vittima di violenze impunite. “Troppo poco è stato fatto per prevenire ed evitare queste violazioni dei diritti umani”, afferma Hammarberg. Eppure la convenzione Onu dei diritti delle persone con disabilità mette in seria discussione la legittimità di questi istituti. Senza contare che anche il Consiglio d’Europa ha proposto un “piano d’azione 2005-2015” che dovrebbe approdare al definitivo smantellamento delle “case per disabili”. I risultati, però, si fanno ancora attendere. Thomas Hammarberg chiude il suo intervento con degli esempi positivi: “La ‘de-istitituzzionalizzaione’ di questi centri è stata intrapresa seriamente in certi Paesi. Ad esempio, in Albania ho notato che il processo che ha spostato persone dalle comunità a singole case-famiglia ha dato effetti soddisfacenti. Anche in Serbia e Macedonia sono stati adottati ambiziosi piani per una riforma del sistema”.
Fonte: Redattore Sociale
21 ottobre 2010
http://www.perlapace.it/index.php?id_article=5395&PHPSESSID=3204c7007c175cda1bbb3436912f1bbd
di Lorenzo Bagnoli
ROMA – In Bulgaria, alla procura generale è stato aperto un fascicolo d’inchiesta che riguarda 166 decessi e più di 30 casi di abuso a danno di minori con disabilità detenuti in istituti statali. Il Commissario per la difesa dei diritti umani al Consiglio d’Europa Thomas Hammarberg lo denuncia in una nota pubblicata ieri sera. “Questo – scrive Hammarberg - è un’importante segnale non solo per le autorità bulgare ma per tutti quegli stati che hanno ancora questo tipo di vecchie istituzioni per giovani e adulti”. Il Commissario sostiene che in molti Paesi membri del Consiglio ci sono ancora persone con disabilità segregate in centri e private di ogni contatto con il mondo esterno. “In numerosi casi – racconta Hammarberg – vivono in condizioni inadeguate, subiscono torture e sono private dei diritti umani. In molti casi, le morti non vengono né investigate né riportate”. Imprigionati sui letti per essere tenuti “sotto controllo”, migliaia di disabili europei sono vittima di violenze impunite. “Troppo poco è stato fatto per prevenire ed evitare queste violazioni dei diritti umani”, afferma Hammarberg. Eppure la convenzione Onu dei diritti delle persone con disabilità mette in seria discussione la legittimità di questi istituti. Senza contare che anche il Consiglio d’Europa ha proposto un “piano d’azione 2005-2015” che dovrebbe approdare al definitivo smantellamento delle “case per disabili”. I risultati, però, si fanno ancora attendere. Thomas Hammarberg chiude il suo intervento con degli esempi positivi: “La ‘de-istitituzzionalizzaione’ di questi centri è stata intrapresa seriamente in certi Paesi. Ad esempio, in Albania ho notato che il processo che ha spostato persone dalle comunità a singole case-famiglia ha dato effetti soddisfacenti. Anche in Serbia e Macedonia sono stati adottati ambiziosi piani per una riforma del sistema”.
Fonte: Redattore Sociale
21 ottobre 2010
http://www.perlapace.it/index.php?id_article=5395&PHPSESSID=3204c7007c175cda1bbb3436912f1bbd
domenica 24 ottobre 2010
Armi chimiche contro i guerriglieri kurdi
http://www.peacelink.it/conflitti/a/32562.html
Armi chimiche contro i guerriglieri kurdi
Abbiamo avuto queste immagini da una Onlus italiana, che lo scorso agosto ha partecipato a una delegazione di osservatori nel Kurdistan turco e che le ha, a sua volta, ricevute da un’associazione curda per i diritti umani.
19 ottobre 2010
Fonte: Ufficio d'Informazione del Kurdistan in Italia http://www.uikionlus.com/
Una delle tante foto giunte in Italia
Galleria con tutte le foto:
http://www.autistici.org/turkishwarcrimes/
Di fronte alle immagini che accompagnano questo articolo, un primo impulso suggerisce di rimanere in silenzio. Tacere, non scrivere nulla, lasciare che sia l’orrore muto ed esplicito di queste fotografie a parlare al lettore.
Tuttavia, la parola deve farsi strada e tentare di dare un senso all’orrore. Quelle che vedete non sono foto di scena di un film di Dario Argento, né statue di cera di uno di quei macabri musei della tortura che si possono trovare in alcune città. Quei corpi martoriati sono esseri umani, erano esseri umani. Si chiamavano Sitki Tanriverdi, Nurettin Tas,Idris Sezgin.
Erano guerriglieri curdi: militanti del Pkk, il movimento indipendentista che, dagli anni Ottanta, combatte contro il Governo turco in quell’Anatolia sud-orientale che è proibito chiamare Kurdistan. Soldati irregolari di una guerra di cui si parla poco e che i media definiscono a bassa intensità. Ma le immagini di queste pagine ci ricordano che questa guerra esiste e produce vittime. Qualunque livello di intensità le si voglia attribuire.
Abbiamo avuto queste immagini da una Onlus italiana, che lo scorso agosto ha partecipato a una delegazione di osservatori nel Kurdistan turco e che le ha, a sua volta, ricevute da un’associazione curda per i diritti umani. Quest’ultima ha chiesto di rimanere anonima, quindi ci limiteremo a chiamarla l’associazione.
Una prima ricostruzione
La ricostruzione dei fatti data dall’associazione è scarna. Secondo la sua versione dei fatti, i tre guerriglieri sono stati uccisi ai primi di luglio, nel corso di una serie di combattimenti con l’esercito turco sulle montagne intorno a Semdinli, un piccolo centro urbano del Kurdistan turco.
Il 5 luglio i soldati hanno trovato o i corpi e li hanno consegnati all’obitorio dell’ospedale pubblico della città. A quel punto è intervenuta l’associazione. Le immagini ci mostrano quelli che ci vengono descritti come membri dell’associazione e dipendenti della municipalità mentre lavano i cadaveri in un fiume nei pressi di Hakkari. In altre immagini si vede come i corpi vengono avvolti nei lenzuoli e chiusi in semplici bare di legno. L’associazione spiega che saranno poi riportati all’obitorio e restituiti alle famiglie.
E fin qui non sarebbe nulla di nuovo. Ordinaria amministrazione di un conflitto che da troppi anni si ripete sempre uguale, con morti e feriti da entrambe le parti e atrocità che si sommano ad atrocità.
Ma sono le condizioni in cui sono ridotti i corpi che ci obbligano a porci delle domande.
Intanto non è chiaro perché il volto di uno dei tre sia così orrendamente deformato. E’ solo un avanzato stato di decomposizione?
E cosa sono le macchie che in più punti coprono il corpo di un altro cadavere, quello che i volontari dell’associazione espongono agli scatti del fotografo come in una cruda versione della Pietà? Per quanto le foto possono mostrare, sembra che la pelle sia stata portata via. O forse è cotta, ustionata?
L’associazione suggerisce che si tratti della prova dell’utilizzo di armi chimiche da parte dell’esercito turco. Non sono un esperto e non sono in grado di confermare una simile affermazione. Tuttavia, c’è la possibilità che non siano dichiarazioni avventate.
Armi chimiche contro il Pkk: il reportage di Der Spiegel
Lo scorso agosto, il settimanale tedesco Der Spiegel ha pubblicato un articolo in cui racconta di essere entrato in possesso di fotografie che raffigurano otto cadaveri di presunti combattenti del Pkk. Il settimanale ha deciso di non pubblicare le immagini, ma descrive corpi orrendamente ustionati e mutilati.
I giornalisti avevano ricevuto gli scatti da una delegazione di osservatori tedeschi per i diritti umani, che li aveva a sua volta avuti a marzo da un’associazione di attivisti turchi e curdi.
Le foto sono state giudicate autentiche da un esperto di falsificazioni fotografiche. Un rapporto forense dell’Ospedale dell’Università di Amburgo ha inoltre affermato che è molto probabile che gli otto curdi siano morti a causa dell’uso di sostanze chimiche.
L’articolo di Der Spiegel ha fatto scoppiare un vero e proprio caso in Germania, con esponenti politici, parlamentari ed esperti di diritti umani a chiedere un’inchiesta indipendente per investigare sull’eventuale utilizzo di armi chimiche nella lotta contro il Pkk.
Secondo quanto citato dal quotidiano berlinese Die Tageszeitung, il Ministero degli Esteri turco ha respinto le accuse. La Turchia, infatti, ha firmato la Convenzione sulle armi chimiche e le sue forze armate non possiedono ufficialmente armi chimiche o biologiche
Tuttavia, Der Spiegel riporta che i sospetti che Ankara utilizzi questo tipo di armi contro i guerriglieri curdi si sono intensificati negli ultimi anni. Tuttavia, è difficile ottenerne le prove perché spesso l’esercito turco restituisce i corpi dei guerriglieri uccisi troppo tardi per poter fare autopsie efficaci.
Le foto di cui siamo in possesso e quelle di cui parla il settimanale tedesco non sono le stesse. Diverso il periodo a cui si riferiscono e diverso il numero di guerriglieri morti. Ma le similitudini sono molte: dalle modalità di restituzione dei corpi al modo in cui un’associazione per i diritti umani riesce a fare avere gli scatti a delegazioni e giornalisti europei.
Rimane da appurare se anche le foto in nostro possesso raffigurano uomini uccisi da sostanze chimiche. L’unico modo per saperlo con certezza è sottoporle a una perizia analoga a quelle effettuate in Germania. Se il risultato dovesse essere positivo, l’utilizzo segreto di armi chimiche da parte dell’esercito turco smetterebbe di essere un semplice sospetto.
PARTE 2 - KURDISTAN TURCO E NORD IRAQ: UN’ESTATE DI GUERRA
L’estate 2010 è stata particolarmente calda nel Kurdistan turco. Il 1 giugno è scaduta la tregua tra Pkk ed esercito turco e le operazioni militari sono riprese in grande stile. In sole tre settimane a cavallo tra maggio e giugno, si sono susseguiti ripetuti attacchi dei guerriglieri che hanno causato almeno dodici morti tra i militari turchi. Se si considera anche il periodo precedente la fine della tregua, le autorità militari turche parlano di un bilancio di 55 militari uccisi dall’inizio di marzo. Le incursioni dei guerriglieri sono favorite dal fatto che da anni il Pkk ha installato proprie basi nel Nord dell’Iraq, territorio controllato stabilmente da curdi iracheni che ben tollerano la presenza dei propri “cugini”.
L’episodio che ha fatto perdere la pazienza ad Ankara è stato un attacco sferrato dai guerriglieri il 16 giugno contro una postazione militare lungo il confine con l’Iraq. Dopo uno scontro durato diverse ore, i militari hanno deciso di contrattaccare sconfinando in territorio iracheno. Le autorità militari hanno reso noto alle agenzie di stampa internazionali di aver inviato per circa due/tre chilometri oltre il confine tre divisioni di truppe d’assalto e una brigata delle forze speciali.
Successivamente, l’aviazione turca ha effettuato alcuni bombardamenti su presunte postazioni del Pkk in Nord Iraq. L’esercito ha annunciato di essere pronto a inviare altri uomini, ma il 17 giugno ha fatto retromarcia e ritirato tutte le truppe dal territorio iracheno. E’ stata un’operazione lampo, ancora più breve della massiccia invasione di terra del Nord Iraq che le truppe di Ankara avevano condotto nel 2008, sempre per stanare i guerriglieri del Pkk. E’ molto probabile che, come allora, la Turchia abbia subito pressioni da parte degli Stati Uniti per non compromettere la già fragile stabilità della regione.
In ogni caso, l’escalation del conflitto è evidente. I racconti degli osservatori internazionali che nel corso dell’estate sono stati nel Kurdistan turco confermano un crescente clima di tensione e guerra civile. L’esercito turco non ha rinunciato a dare la caccia ai guerriglieri pattugliando con mezzi più sofisticati i territori montuosi lungo il confine con il Nord Iraq e per farlo intende avvalersi della cooperazione con gli Stati Uniti e con altri Paesi esteri che possano fornire la tecnologia necessaria.
Droni israeliani ed elicotteri italiani
Il 21 giugno, il generale Ilker Basbug, un alto ufficiale dell’esercito turco, ha reso noto che a breve le sue truppe avrebbero iniziato a utilizzare droni “Heron” di fabbricazione israeliana per missioni di sorveglianza e intelligence nelle zone montuose di confine con il Nord Iraq. Mentre scriviamo questo articolo, i droni dovrebbero già trovarsi nello spazio aereo iracheno in coordinamento con le forze armate Usa per pattugliare le zone montuose di confine e raccogliere informazioni sulle postazioni del Pkk.
La notizia è stata riportata dalla Cnn e ha suscitato una certa sorpresa: non tanto per il contenuto delle dichiarazioni del generale, quanto per il fatto che erano passate appena tre settimane dall’assalto israeliano alla Freedom Flotilla, che aveva causato un’inedita rottura diplomatica tra Ankara e Tel Aviv.
Tutti avevano ancora nelle orecchie le parole del primo ministro turco Erdogan che accusava Israele di “terrorismo di stato” e affermava che “niente sarebbe stato più come prima” nelle relazioni tra i due Paesi.
Tuttavia, la frattura tra i due Paesi, da sempre in ottime relazioni, non doveva essere così grave. La ragion di Stato e la realpolitik hanno sempre la meglio sui megafoni della propaganda e, soprattutto, hanno il vantaggio di muoversi facendo meno rumore. A dispetto della recente propaganda, i legami della Turchia con l’industria bellica israeliana nel campo della tecnologia avanzata sono ancora molto forti.
Per vincere una “guerra asimmetrica” come quella con il Pkk, la Turchia ha bisogno mezzi adeguati quali droni, sistemi di sorveglianza, satelliti, ed elicotteri d’attacco: tutte cose che non produce o, nel caso degli elicotteri, ha iniziato a produrre da poco in partnership con l’industria bellica italiana.
Nel settembre 2007 l’italiana Agusta Westland e la turca TAI – Turkish Aviation Industries - hanno siglato un accordo che, nel 2013, porterà alla produzione in serie – direttamente in Turchia - del T129 Atak, un nuovo modello di elicottero basato sulla piattaforma dell’italiano A129, meglio conosciuto col nome di “Mangusta”.
L’accordo si inserisce all’interno del programma Atak, sviluppato per il Comando delle forze di terra turco. Il valore stimato dell’operazione supererebbe il miliardo di euro per un requisito di cinquantuno nuovi elicotteri.
La Agusta Westland aveva già venduto a varie riprese elicotteri alla Turchia nel corso degli anni ‘70, ‘80 e ‘90. Non si trattava, tuttavia, di elicotteri da combattimento. Il T129 Atak costituisce dunque un fenomeno nuovo e un precedente nella cooperazione tra le industrie belliche dei due Paesi.
Riportando le parole del comunicato stampa congiunto di Agusta Westland e TAI, “il programma T129 rappresenta un nuovo impegno tra AgustaWestland e la TAI con l’obiettivo di sviluppare in Turchia una moderna industria elicotteristica per soddisfare le future necessità delle forze armate turche e, nel contempo, accrescere le potenzialità tecnologiche dell’industria militare turca. Attraverso il programma T129 Agusta Westland sta trasferendo il proprio know how ai suoi partner industriali turchi per rendere il T129 l’elicottero più avanzato nella sua classe, sia per soddisfare le necessità delle Forze di Terra turche, sia per renderlo appetibile per il mercato internazionale, in cui l’industria turca giocherà un ruolo primario.”
APPUNTI SUL CONTRATTO DEL T 129 ATAK (ex A129 Mangusta): DA RIORGANIZZARE E INTEGRARE NEL PEZZO.
AgustaWestland was announced as the winning bidder at the March 30, 2007 meeting of the Defense Industry Executive Committee.
Il contratto è stato firmato nel settembre 2007. Il primo fornitore è la TAI mentre subappaltatori sono AW e Aselsan. Altre compagnie turche sono coinvolte nel progetto. L’assemblaggio finale verrà fatto in Turchia, la consegna e l’accettazione del velivolo.
ATAK Team
L’ultima scadenza è il 2015, anno in cui avverrà la consegna definitiva del nuovo elicottero.
28 settembre, Vergiate, primo volo del prototipo P1
The ATAK Helicopter Program started on July 2, 2008 with the aim of providing the Turkish Land Forces Command with Attack/Tactical Reconnaissance helicopters. Under the program, after being customized according to user needs, 50 firm and 41 optional Attack/Tactical Reconnaissance helicopters will be produced and delivered to the end users starting from the third quarter of 2013. The helicopters will also be provided with integrated logistics support for their whole life cycle.
In the ATAK Helicopter Program, TAI is the prime contractor with AgustaWestland and ASELSAN being TAI’s subcontractors.
Upon timely and successfully completion of the T129 P1 prototype helicopter’s maiden flight, conducted by TAI and AgustaWestland’s test pilots on 28 September 2009, the program is being continued in accordance with the planned schedule and budget scale.
The T129 P1 prototype helicopter’s maiden flight was successfully completed by AgustaWestland and TAI test pilots during an official ceremony held at AgustaWestland facilities in Vergiate, Italy.
The ATAK Programme was initiated with the aim to meet the 50 firm and 41 optional Attack/Tactical Reconnaissance Helicopter requirement of the Turkish Land Forces Command (TLF) by the integration of high-tech avionic equipment, hardware and software which will be developed locally.The programme, in which the Turkish aviation industry is fully involved in the design, development and production phases, is running on time and on budget.
High performance, excellent maneuvering capability, asymmetrical weapon loading, low visual, aural and radar signature, high level of crashworthiness and ballistic tolerance enables T129 helicopter multi-role, excellent operational capability in the most hostile of battlefield environments.
These operations consist of:
• Attack
• Armed Reconnaissance
• Armed Escort
• Deep Strike
• Fire Support
• Precision Strike
• Suppression of Enemy Air Defenses etc. many kinds of missions.
La Agusta Westland ha fornito parte del know how per sviluppare una piattaforma su cui verrà realizzato il nuovo elicottero.
“Legge 185 -1990” Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento – da citare nel pezzo
Art. 1 . comma 6:
L’esportazione e il transito di armamenti sono altresì vietati:
a) Verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere
POSSIBILE APPROFONDIMENTO- TURCHIA E CURDI: UNA COESISTENZA DIFFICILE
b) La questione curda è uno dei problemi centrali della Turchia contemporanea. Sul riconoscimento dei curdi come minoranza etnica autonoma e, soprattutto, sul rispetto dei diritti umani, si intrecciano numerosi temi vitali per Ankara: dall’adesione all’Unione europea ai rapporti con gli Stati confinanti, dai progetti di sviluppo industriale nel sud-est del Paese alla possibilità di superare le contraddizioni che impediscono alla Turchia di diventare una vera democrazia.
c) Ma chi sono i curdi? Divisi tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e Armenia, i curdi non sono mai riusciti a costituire una propria entità statale, ma sono, in compenso, stati perseguitati pressoché ovunque. L’unico paese in cui hanno conquistato una reale autonomia – seppur formalmente soggetti al governo di Baghdad - è l’Iraq. Dopo i massacri ordinati da Saddam negli anni ’80 (con l’operazione Anfal e i bombardamenti al gas nervino sulle città di Halabja), i curdi iracheni hanno visto mutare la propria condizione dopo la Guerra del Golfo del 1991.Protetti dalla no – fly zone imposta dagli americani dopo la fine del conflitto, i curdi del Nord Iraq sono quindi riusciti progressivamente a sviluppare una reale autonomia amministrativa in un territorio ricco di risorse petrolifere. Il supporto fornito alle truppe Usa durante l’invasione dell’Iraq del 2003, non ne ha definitivamente rafforzato la posizione di forza all’interno del nuovo assetto di potere uscito dal conflitto.
Ovviamente questo non poteva piacere alla Turchia. Ankara, infatti, non ha mai riconosciuto né tollerato le rivendicazioni della minoranza curda (e delle minoranze in genere) al proprio interno. Comprensibile che, dopo una guerra “a bassa intensità” con gli autonomisti del Pkk che dura dai primi anni ’80 (e ha causato circa 30.000 morti, perlopiù tra i curdi), la Turchia abbia mal digerito la nascita di enclave curde autonome sui propri confini sud-orientali. Il timore è che il Nord Iraq possa costituire l’embrione di un vero e proprio stato curdo, che potrebbe innescare un processo di disgregazione nel sud-est Paese.
Armi chimiche contro i guerriglieri kurdi
Abbiamo avuto queste immagini da una Onlus italiana, che lo scorso agosto ha partecipato a una delegazione di osservatori nel Kurdistan turco e che le ha, a sua volta, ricevute da un’associazione curda per i diritti umani.
19 ottobre 2010
Fonte: Ufficio d'Informazione del Kurdistan in Italia http://www.uikionlus.com/
Una delle tante foto giunte in Italia
Galleria con tutte le foto:
http://www.autistici.org/turkishwarcrimes/
Di fronte alle immagini che accompagnano questo articolo, un primo impulso suggerisce di rimanere in silenzio. Tacere, non scrivere nulla, lasciare che sia l’orrore muto ed esplicito di queste fotografie a parlare al lettore.
Tuttavia, la parola deve farsi strada e tentare di dare un senso all’orrore. Quelle che vedete non sono foto di scena di un film di Dario Argento, né statue di cera di uno di quei macabri musei della tortura che si possono trovare in alcune città. Quei corpi martoriati sono esseri umani, erano esseri umani. Si chiamavano Sitki Tanriverdi, Nurettin Tas,Idris Sezgin.
Erano guerriglieri curdi: militanti del Pkk, il movimento indipendentista che, dagli anni Ottanta, combatte contro il Governo turco in quell’Anatolia sud-orientale che è proibito chiamare Kurdistan. Soldati irregolari di una guerra di cui si parla poco e che i media definiscono a bassa intensità. Ma le immagini di queste pagine ci ricordano che questa guerra esiste e produce vittime. Qualunque livello di intensità le si voglia attribuire.
Abbiamo avuto queste immagini da una Onlus italiana, che lo scorso agosto ha partecipato a una delegazione di osservatori nel Kurdistan turco e che le ha, a sua volta, ricevute da un’associazione curda per i diritti umani. Quest’ultima ha chiesto di rimanere anonima, quindi ci limiteremo a chiamarla l’associazione.
Una prima ricostruzione
La ricostruzione dei fatti data dall’associazione è scarna. Secondo la sua versione dei fatti, i tre guerriglieri sono stati uccisi ai primi di luglio, nel corso di una serie di combattimenti con l’esercito turco sulle montagne intorno a Semdinli, un piccolo centro urbano del Kurdistan turco.
Il 5 luglio i soldati hanno trovato o i corpi e li hanno consegnati all’obitorio dell’ospedale pubblico della città. A quel punto è intervenuta l’associazione. Le immagini ci mostrano quelli che ci vengono descritti come membri dell’associazione e dipendenti della municipalità mentre lavano i cadaveri in un fiume nei pressi di Hakkari. In altre immagini si vede come i corpi vengono avvolti nei lenzuoli e chiusi in semplici bare di legno. L’associazione spiega che saranno poi riportati all’obitorio e restituiti alle famiglie.
E fin qui non sarebbe nulla di nuovo. Ordinaria amministrazione di un conflitto che da troppi anni si ripete sempre uguale, con morti e feriti da entrambe le parti e atrocità che si sommano ad atrocità.
Ma sono le condizioni in cui sono ridotti i corpi che ci obbligano a porci delle domande.
Intanto non è chiaro perché il volto di uno dei tre sia così orrendamente deformato. E’ solo un avanzato stato di decomposizione?
E cosa sono le macchie che in più punti coprono il corpo di un altro cadavere, quello che i volontari dell’associazione espongono agli scatti del fotografo come in una cruda versione della Pietà? Per quanto le foto possono mostrare, sembra che la pelle sia stata portata via. O forse è cotta, ustionata?
L’associazione suggerisce che si tratti della prova dell’utilizzo di armi chimiche da parte dell’esercito turco. Non sono un esperto e non sono in grado di confermare una simile affermazione. Tuttavia, c’è la possibilità che non siano dichiarazioni avventate.
Armi chimiche contro il Pkk: il reportage di Der Spiegel
Lo scorso agosto, il settimanale tedesco Der Spiegel ha pubblicato un articolo in cui racconta di essere entrato in possesso di fotografie che raffigurano otto cadaveri di presunti combattenti del Pkk. Il settimanale ha deciso di non pubblicare le immagini, ma descrive corpi orrendamente ustionati e mutilati.
I giornalisti avevano ricevuto gli scatti da una delegazione di osservatori tedeschi per i diritti umani, che li aveva a sua volta avuti a marzo da un’associazione di attivisti turchi e curdi.
Le foto sono state giudicate autentiche da un esperto di falsificazioni fotografiche. Un rapporto forense dell’Ospedale dell’Università di Amburgo ha inoltre affermato che è molto probabile che gli otto curdi siano morti a causa dell’uso di sostanze chimiche.
L’articolo di Der Spiegel ha fatto scoppiare un vero e proprio caso in Germania, con esponenti politici, parlamentari ed esperti di diritti umani a chiedere un’inchiesta indipendente per investigare sull’eventuale utilizzo di armi chimiche nella lotta contro il Pkk.
Secondo quanto citato dal quotidiano berlinese Die Tageszeitung, il Ministero degli Esteri turco ha respinto le accuse. La Turchia, infatti, ha firmato la Convenzione sulle armi chimiche e le sue forze armate non possiedono ufficialmente armi chimiche o biologiche
Tuttavia, Der Spiegel riporta che i sospetti che Ankara utilizzi questo tipo di armi contro i guerriglieri curdi si sono intensificati negli ultimi anni. Tuttavia, è difficile ottenerne le prove perché spesso l’esercito turco restituisce i corpi dei guerriglieri uccisi troppo tardi per poter fare autopsie efficaci.
Le foto di cui siamo in possesso e quelle di cui parla il settimanale tedesco non sono le stesse. Diverso il periodo a cui si riferiscono e diverso il numero di guerriglieri morti. Ma le similitudini sono molte: dalle modalità di restituzione dei corpi al modo in cui un’associazione per i diritti umani riesce a fare avere gli scatti a delegazioni e giornalisti europei.
Rimane da appurare se anche le foto in nostro possesso raffigurano uomini uccisi da sostanze chimiche. L’unico modo per saperlo con certezza è sottoporle a una perizia analoga a quelle effettuate in Germania. Se il risultato dovesse essere positivo, l’utilizzo segreto di armi chimiche da parte dell’esercito turco smetterebbe di essere un semplice sospetto.
PARTE 2 - KURDISTAN TURCO E NORD IRAQ: UN’ESTATE DI GUERRA
L’estate 2010 è stata particolarmente calda nel Kurdistan turco. Il 1 giugno è scaduta la tregua tra Pkk ed esercito turco e le operazioni militari sono riprese in grande stile. In sole tre settimane a cavallo tra maggio e giugno, si sono susseguiti ripetuti attacchi dei guerriglieri che hanno causato almeno dodici morti tra i militari turchi. Se si considera anche il periodo precedente la fine della tregua, le autorità militari turche parlano di un bilancio di 55 militari uccisi dall’inizio di marzo. Le incursioni dei guerriglieri sono favorite dal fatto che da anni il Pkk ha installato proprie basi nel Nord dell’Iraq, territorio controllato stabilmente da curdi iracheni che ben tollerano la presenza dei propri “cugini”.
L’episodio che ha fatto perdere la pazienza ad Ankara è stato un attacco sferrato dai guerriglieri il 16 giugno contro una postazione militare lungo il confine con l’Iraq. Dopo uno scontro durato diverse ore, i militari hanno deciso di contrattaccare sconfinando in territorio iracheno. Le autorità militari hanno reso noto alle agenzie di stampa internazionali di aver inviato per circa due/tre chilometri oltre il confine tre divisioni di truppe d’assalto e una brigata delle forze speciali.
Successivamente, l’aviazione turca ha effettuato alcuni bombardamenti su presunte postazioni del Pkk in Nord Iraq. L’esercito ha annunciato di essere pronto a inviare altri uomini, ma il 17 giugno ha fatto retromarcia e ritirato tutte le truppe dal territorio iracheno. E’ stata un’operazione lampo, ancora più breve della massiccia invasione di terra del Nord Iraq che le truppe di Ankara avevano condotto nel 2008, sempre per stanare i guerriglieri del Pkk. E’ molto probabile che, come allora, la Turchia abbia subito pressioni da parte degli Stati Uniti per non compromettere la già fragile stabilità della regione.
In ogni caso, l’escalation del conflitto è evidente. I racconti degli osservatori internazionali che nel corso dell’estate sono stati nel Kurdistan turco confermano un crescente clima di tensione e guerra civile. L’esercito turco non ha rinunciato a dare la caccia ai guerriglieri pattugliando con mezzi più sofisticati i territori montuosi lungo il confine con il Nord Iraq e per farlo intende avvalersi della cooperazione con gli Stati Uniti e con altri Paesi esteri che possano fornire la tecnologia necessaria.
Droni israeliani ed elicotteri italiani
Il 21 giugno, il generale Ilker Basbug, un alto ufficiale dell’esercito turco, ha reso noto che a breve le sue truppe avrebbero iniziato a utilizzare droni “Heron” di fabbricazione israeliana per missioni di sorveglianza e intelligence nelle zone montuose di confine con il Nord Iraq. Mentre scriviamo questo articolo, i droni dovrebbero già trovarsi nello spazio aereo iracheno in coordinamento con le forze armate Usa per pattugliare le zone montuose di confine e raccogliere informazioni sulle postazioni del Pkk.
La notizia è stata riportata dalla Cnn e ha suscitato una certa sorpresa: non tanto per il contenuto delle dichiarazioni del generale, quanto per il fatto che erano passate appena tre settimane dall’assalto israeliano alla Freedom Flotilla, che aveva causato un’inedita rottura diplomatica tra Ankara e Tel Aviv.
Tutti avevano ancora nelle orecchie le parole del primo ministro turco Erdogan che accusava Israele di “terrorismo di stato” e affermava che “niente sarebbe stato più come prima” nelle relazioni tra i due Paesi.
Tuttavia, la frattura tra i due Paesi, da sempre in ottime relazioni, non doveva essere così grave. La ragion di Stato e la realpolitik hanno sempre la meglio sui megafoni della propaganda e, soprattutto, hanno il vantaggio di muoversi facendo meno rumore. A dispetto della recente propaganda, i legami della Turchia con l’industria bellica israeliana nel campo della tecnologia avanzata sono ancora molto forti.
Per vincere una “guerra asimmetrica” come quella con il Pkk, la Turchia ha bisogno mezzi adeguati quali droni, sistemi di sorveglianza, satelliti, ed elicotteri d’attacco: tutte cose che non produce o, nel caso degli elicotteri, ha iniziato a produrre da poco in partnership con l’industria bellica italiana.
Nel settembre 2007 l’italiana Agusta Westland e la turca TAI – Turkish Aviation Industries - hanno siglato un accordo che, nel 2013, porterà alla produzione in serie – direttamente in Turchia - del T129 Atak, un nuovo modello di elicottero basato sulla piattaforma dell’italiano A129, meglio conosciuto col nome di “Mangusta”.
L’accordo si inserisce all’interno del programma Atak, sviluppato per il Comando delle forze di terra turco. Il valore stimato dell’operazione supererebbe il miliardo di euro per un requisito di cinquantuno nuovi elicotteri.
La Agusta Westland aveva già venduto a varie riprese elicotteri alla Turchia nel corso degli anni ‘70, ‘80 e ‘90. Non si trattava, tuttavia, di elicotteri da combattimento. Il T129 Atak costituisce dunque un fenomeno nuovo e un precedente nella cooperazione tra le industrie belliche dei due Paesi.
Riportando le parole del comunicato stampa congiunto di Agusta Westland e TAI, “il programma T129 rappresenta un nuovo impegno tra AgustaWestland e la TAI con l’obiettivo di sviluppare in Turchia una moderna industria elicotteristica per soddisfare le future necessità delle forze armate turche e, nel contempo, accrescere le potenzialità tecnologiche dell’industria militare turca. Attraverso il programma T129 Agusta Westland sta trasferendo il proprio know how ai suoi partner industriali turchi per rendere il T129 l’elicottero più avanzato nella sua classe, sia per soddisfare le necessità delle Forze di Terra turche, sia per renderlo appetibile per il mercato internazionale, in cui l’industria turca giocherà un ruolo primario.”
APPUNTI SUL CONTRATTO DEL T 129 ATAK (ex A129 Mangusta): DA RIORGANIZZARE E INTEGRARE NEL PEZZO.
AgustaWestland was announced as the winning bidder at the March 30, 2007 meeting of the Defense Industry Executive Committee.
Il contratto è stato firmato nel settembre 2007. Il primo fornitore è la TAI mentre subappaltatori sono AW e Aselsan. Altre compagnie turche sono coinvolte nel progetto. L’assemblaggio finale verrà fatto in Turchia, la consegna e l’accettazione del velivolo.
ATAK Team
L’ultima scadenza è il 2015, anno in cui avverrà la consegna definitiva del nuovo elicottero.
28 settembre, Vergiate, primo volo del prototipo P1
The ATAK Helicopter Program started on July 2, 2008 with the aim of providing the Turkish Land Forces Command with Attack/Tactical Reconnaissance helicopters. Under the program, after being customized according to user needs, 50 firm and 41 optional Attack/Tactical Reconnaissance helicopters will be produced and delivered to the end users starting from the third quarter of 2013. The helicopters will also be provided with integrated logistics support for their whole life cycle.
In the ATAK Helicopter Program, TAI is the prime contractor with AgustaWestland and ASELSAN being TAI’s subcontractors.
Upon timely and successfully completion of the T129 P1 prototype helicopter’s maiden flight, conducted by TAI and AgustaWestland’s test pilots on 28 September 2009, the program is being continued in accordance with the planned schedule and budget scale.
The T129 P1 prototype helicopter’s maiden flight was successfully completed by AgustaWestland and TAI test pilots during an official ceremony held at AgustaWestland facilities in Vergiate, Italy.
The ATAK Programme was initiated with the aim to meet the 50 firm and 41 optional Attack/Tactical Reconnaissance Helicopter requirement of the Turkish Land Forces Command (TLF) by the integration of high-tech avionic equipment, hardware and software which will be developed locally.The programme, in which the Turkish aviation industry is fully involved in the design, development and production phases, is running on time and on budget.
High performance, excellent maneuvering capability, asymmetrical weapon loading, low visual, aural and radar signature, high level of crashworthiness and ballistic tolerance enables T129 helicopter multi-role, excellent operational capability in the most hostile of battlefield environments.
These operations consist of:
• Attack
• Armed Reconnaissance
• Armed Escort
• Deep Strike
• Fire Support
• Precision Strike
• Suppression of Enemy Air Defenses etc. many kinds of missions.
La Agusta Westland ha fornito parte del know how per sviluppare una piattaforma su cui verrà realizzato il nuovo elicottero.
“Legge 185 -1990” Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento – da citare nel pezzo
Art. 1 . comma 6:
L’esportazione e il transito di armamenti sono altresì vietati:
a) Verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere
POSSIBILE APPROFONDIMENTO- TURCHIA E CURDI: UNA COESISTENZA DIFFICILE
b) La questione curda è uno dei problemi centrali della Turchia contemporanea. Sul riconoscimento dei curdi come minoranza etnica autonoma e, soprattutto, sul rispetto dei diritti umani, si intrecciano numerosi temi vitali per Ankara: dall’adesione all’Unione europea ai rapporti con gli Stati confinanti, dai progetti di sviluppo industriale nel sud-est del Paese alla possibilità di superare le contraddizioni che impediscono alla Turchia di diventare una vera democrazia.
c) Ma chi sono i curdi? Divisi tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e Armenia, i curdi non sono mai riusciti a costituire una propria entità statale, ma sono, in compenso, stati perseguitati pressoché ovunque. L’unico paese in cui hanno conquistato una reale autonomia – seppur formalmente soggetti al governo di Baghdad - è l’Iraq. Dopo i massacri ordinati da Saddam negli anni ’80 (con l’operazione Anfal e i bombardamenti al gas nervino sulle città di Halabja), i curdi iracheni hanno visto mutare la propria condizione dopo la Guerra del Golfo del 1991.Protetti dalla no – fly zone imposta dagli americani dopo la fine del conflitto, i curdi del Nord Iraq sono quindi riusciti progressivamente a sviluppare una reale autonomia amministrativa in un territorio ricco di risorse petrolifere. Il supporto fornito alle truppe Usa durante l’invasione dell’Iraq del 2003, non ne ha definitivamente rafforzato la posizione di forza all’interno del nuovo assetto di potere uscito dal conflitto.
Ovviamente questo non poteva piacere alla Turchia. Ankara, infatti, non ha mai riconosciuto né tollerato le rivendicazioni della minoranza curda (e delle minoranze in genere) al proprio interno. Comprensibile che, dopo una guerra “a bassa intensità” con gli autonomisti del Pkk che dura dai primi anni ’80 (e ha causato circa 30.000 morti, perlopiù tra i curdi), la Turchia abbia mal digerito la nascita di enclave curde autonome sui propri confini sud-orientali. Il timore è che il Nord Iraq possa costituire l’embrione di un vero e proprio stato curdo, che potrebbe innescare un processo di disgregazione nel sud-est Paese.
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Per la ricerca non è più l’ora delle indecisioni revocabili
Fonte: http://www.dirittodicritica.com/2010/10/23/tagli-ricerca-scientifica/
Cervelli in fuga e innovazione italiana al palo. L’incapacità cronica del nostro Paese nel sostenere la ricerca scientifica e tecnologica è storia vecchia di quarant’anni, ma ci impoverisce ancora oggi. L’Italia del dopoguerra ha vissuto il miracolo economico, una grande crescita con conseguente aumento della ricchezza degli italiani: una crescita simile fu tipica anche degli altri “sconfitti” (Germania e Giappone), ma poi, mentre gli altri Paesi viaggiavano a gran velocità, l’Italia ha cominciato ad arrancare. Perché?
La risposta risiede nelle storture che l’economia italiana soffrì dagli anni Sessanta in poi e può essere esemplificata da una domanda apparentemente bizzarra: perché gli italiani producono lavatrici, ma non detersivi per lavatrici?
Come ogni uomo e donna, anche un Paese si trova talvolta ad affrontare dei trade off, e uno di questi riguarda il come sostenere la crescita economica. Essa può essere sostenuta principalmente in due modi: con il lavoro (come fa la Cina) o con l’innovazione tecnologica (Giappone).
L’Italia del dopoguerra aveva enormi riserve di manodopera, dunque fu ovvio puntare sul lavoro. Arrivati ad un certo punto, però, non c’è più gente da spostare dall’agricoltura all’industria e ai servizi, ovvero la riserva di manodopera finisce; inoltre aumentando il tenore di vita degli strati più bassi della popolazione, aumenta anche l’istruzione e con essa la forza di rivendicare salari più alti (come avvenne nel Sessantotto). Per questo motivo non è possibile basare la crescita nel lungo periodo solo sulla forza lavoro: non nascono abbastanza operai e impiegati, e anzi progredendo si “producono” sempre meno figli, ma più istruiti.
Per un Paese diventa pertanto fondamentale puntare sull’innovazione tecnologica, cioè sulla ricerca. Negli Stati Uniti, economia già industrializzata, non vi erano riserve di manodopera, dunque si puntò sulla ricerca, e sappiamo bene quante innovazioni negli ultimi decenni sono nate negli States. E sappiamo anche che gli USA sono la prima potenza economica del mondo.
In Italia questo non avvenne, da un lato perché lo Stato non stimolò la ricerca, dall’altro perché gli imprenditori italiani decisero di non salire sui “treni” allora in partenza.
Negli anni Sessanta, infatti, il centrosinistra nazionalizzò diverse imprese (in particolare nel settore elettrico), come già avvenuto all’inizio del secolo con le ferrovie. Ma mentre a inizio secolo gli imprenditori “nazionalizzati” investirono i loro capitali in nuove attività, negli anni Sessanta gli imprenditori preferirono trasferire clandestinamente i capitali all’estero (sette miliardi di dollari dell’epoca), invece che investire in attività ad alto tasso tecnologico. Uno di questi era la chimica, che significa, fra l’altro, detersivi.
Ecco la risposta alla domanda posta in precedenza: negli anni Sessanta gli imprenditori italiani non capirono che se ci sono le lavatrici, devono esserci anche i detersivi. Il Belpaese fu presto invaso da marche straniere oggi ben note a tutti (le americane Ace e Dash, le tedesche Dixan e Perlana, e tutte le altre). C’era un’azienda italiana di detersivi, la Mira Lanza, produttrice dell’Ava di Calimero, ma per scelte industriali troppo orientate al breve periodo o semplicemente sbagliate (puntò sul bucato a mano, non sulle lavatrici) entrerà in crisi e negli anni Ottanta terminerà nelle mani anglo-tedesche di RB (Sole, Lip, Finish, Calgon). Questo piccolo esempio ben spiega come scelte lontane nel passato (in questo caso su ricerca e innovazione) hanno avuto effetti sul futuro (ovvero sul presente) dell’Italia, tagliata fuori oggi da un mercato proficuo per scelte sbagliate compiute negli anni Settanta.
Nel corso dei decenni successivi altri treni dell’innovazione partiranno, non ultimo quello dei computer, ma l’Italia sarà sempre costretta a inseguire o a implodere dopo una grande partenza, come è avvenuto con Olivetti. Una classe politica miope, scialacquona e ladra negli anni Ottanta si affiancherà ad una classe imprenditoriale inetta e incapace di ribellarsi al sistema politico corrotto, creando un gap sempre maggiore con le altre potenze del mondo, minando alla base la crescita italiana di lungo periodo.
Per crescere nel lungo periodo, dicono le moderne teorie economiche (neanche tanto moderne, il Modello_di_Solowmodello di Solow è del 1956), serve il progresso tecnico, ovvero serve la ricerca. Senza, nel lungo periodo si cresce solo in base alla crescita della popolazione (ovvero di quanti nuovi lavoratori entrano sul mercato del lavoro). Questo spiega in parte come mai segniamo con regolarità tassi di crescita del PIL più bassi degli altri Paesi: la popolazione cresce poco (grazie agli immigrati), il Paese non innova e la crescita economica arranca.
Tralasciare la ricerca, tagliando ad ogni finanziaria i fondi ad essa destinati (gli imprenditori non vogliono o non possono guidare l’innovazione perché o troppo piccoli o troppo indebitati per fare ricerca di base, che va fatta in università), significa far affondare il Paese nei prossimi anni. Ricerca non significa soltanto cura delle malattie, detersivi che lavano più bianco o farsi belli con l’iPad: ricerca significa crescita, ovvero miglioramento delle condizioni di vita per tutti, come è avvenuto per i nostri nonni e per i nostri padri. E così deve essere anche per i figli e per i nipoti.
O almeno dovrebbe.
Photo credits Bundesarchive
Scritto da Giovanni De Mizio in data 23 ottobre 2010
Cervelli in fuga e innovazione italiana al palo. L’incapacità cronica del nostro Paese nel sostenere la ricerca scientifica e tecnologica è storia vecchia di quarant’anni, ma ci impoverisce ancora oggi. L’Italia del dopoguerra ha vissuto il miracolo economico, una grande crescita con conseguente aumento della ricchezza degli italiani: una crescita simile fu tipica anche degli altri “sconfitti” (Germania e Giappone), ma poi, mentre gli altri Paesi viaggiavano a gran velocità, l’Italia ha cominciato ad arrancare. Perché?
La risposta risiede nelle storture che l’economia italiana soffrì dagli anni Sessanta in poi e può essere esemplificata da una domanda apparentemente bizzarra: perché gli italiani producono lavatrici, ma non detersivi per lavatrici?
Come ogni uomo e donna, anche un Paese si trova talvolta ad affrontare dei trade off, e uno di questi riguarda il come sostenere la crescita economica. Essa può essere sostenuta principalmente in due modi: con il lavoro (come fa la Cina) o con l’innovazione tecnologica (Giappone).
L’Italia del dopoguerra aveva enormi riserve di manodopera, dunque fu ovvio puntare sul lavoro. Arrivati ad un certo punto, però, non c’è più gente da spostare dall’agricoltura all’industria e ai servizi, ovvero la riserva di manodopera finisce; inoltre aumentando il tenore di vita degli strati più bassi della popolazione, aumenta anche l’istruzione e con essa la forza di rivendicare salari più alti (come avvenne nel Sessantotto). Per questo motivo non è possibile basare la crescita nel lungo periodo solo sulla forza lavoro: non nascono abbastanza operai e impiegati, e anzi progredendo si “producono” sempre meno figli, ma più istruiti.
Per un Paese diventa pertanto fondamentale puntare sull’innovazione tecnologica, cioè sulla ricerca. Negli Stati Uniti, economia già industrializzata, non vi erano riserve di manodopera, dunque si puntò sulla ricerca, e sappiamo bene quante innovazioni negli ultimi decenni sono nate negli States. E sappiamo anche che gli USA sono la prima potenza economica del mondo.
In Italia questo non avvenne, da un lato perché lo Stato non stimolò la ricerca, dall’altro perché gli imprenditori italiani decisero di non salire sui “treni” allora in partenza.
Negli anni Sessanta, infatti, il centrosinistra nazionalizzò diverse imprese (in particolare nel settore elettrico), come già avvenuto all’inizio del secolo con le ferrovie. Ma mentre a inizio secolo gli imprenditori “nazionalizzati” investirono i loro capitali in nuove attività, negli anni Sessanta gli imprenditori preferirono trasferire clandestinamente i capitali all’estero (sette miliardi di dollari dell’epoca), invece che investire in attività ad alto tasso tecnologico. Uno di questi era la chimica, che significa, fra l’altro, detersivi.
Ecco la risposta alla domanda posta in precedenza: negli anni Sessanta gli imprenditori italiani non capirono che se ci sono le lavatrici, devono esserci anche i detersivi. Il Belpaese fu presto invaso da marche straniere oggi ben note a tutti (le americane Ace e Dash, le tedesche Dixan e Perlana, e tutte le altre). C’era un’azienda italiana di detersivi, la Mira Lanza, produttrice dell’Ava di Calimero, ma per scelte industriali troppo orientate al breve periodo o semplicemente sbagliate (puntò sul bucato a mano, non sulle lavatrici) entrerà in crisi e negli anni Ottanta terminerà nelle mani anglo-tedesche di RB (Sole, Lip, Finish, Calgon). Questo piccolo esempio ben spiega come scelte lontane nel passato (in questo caso su ricerca e innovazione) hanno avuto effetti sul futuro (ovvero sul presente) dell’Italia, tagliata fuori oggi da un mercato proficuo per scelte sbagliate compiute negli anni Settanta.
Nel corso dei decenni successivi altri treni dell’innovazione partiranno, non ultimo quello dei computer, ma l’Italia sarà sempre costretta a inseguire o a implodere dopo una grande partenza, come è avvenuto con Olivetti. Una classe politica miope, scialacquona e ladra negli anni Ottanta si affiancherà ad una classe imprenditoriale inetta e incapace di ribellarsi al sistema politico corrotto, creando un gap sempre maggiore con le altre potenze del mondo, minando alla base la crescita italiana di lungo periodo.
Per crescere nel lungo periodo, dicono le moderne teorie economiche (neanche tanto moderne, il Modello_di_Solowmodello di Solow è del 1956), serve il progresso tecnico, ovvero serve la ricerca. Senza, nel lungo periodo si cresce solo in base alla crescita della popolazione (ovvero di quanti nuovi lavoratori entrano sul mercato del lavoro). Questo spiega in parte come mai segniamo con regolarità tassi di crescita del PIL più bassi degli altri Paesi: la popolazione cresce poco (grazie agli immigrati), il Paese non innova e la crescita economica arranca.
Tralasciare la ricerca, tagliando ad ogni finanziaria i fondi ad essa destinati (gli imprenditori non vogliono o non possono guidare l’innovazione perché o troppo piccoli o troppo indebitati per fare ricerca di base, che va fatta in università), significa far affondare il Paese nei prossimi anni. Ricerca non significa soltanto cura delle malattie, detersivi che lavano più bianco o farsi belli con l’iPad: ricerca significa crescita, ovvero miglioramento delle condizioni di vita per tutti, come è avvenuto per i nostri nonni e per i nostri padri. E così deve essere anche per i figli e per i nipoti.
O almeno dovrebbe.
Photo credits Bundesarchive
Scritto da Giovanni De Mizio in data 23 ottobre 2010
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Carceri, un detenuto su due in attesa di condanna
http://www.rassegna.it/articoli/2010/10/22/67874/carceri-un-detenuto-su-due-in-attesa-di-condanna
Rapporto Antigone, "Da Stefano Cucchi a tutti gli altri. Un anno di vita nelle carceri italiane". 68.527 i detenuti per 44.612 posti letto. Quasi 30mila in carcere per droga. 113 morti nel 2009, 72 suicidi. Arresti in calo a causa del "tutto esaurito'
In Italia gli istituti penitenziari sono 206, i posti letto 44.612 e i detenuti 68.527. E' questa l'istantanea del sovraffollamento carcerario scattata dall'Associazione Antigone nel suo settimo Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia, presentato il 22 ottobre a Roma. "Da Stefano Cucchi a tutti gli altri. Un anno di vita nelle carceri italiane": è questo il titolo del Rapporto. Molti i temi trattati, a partire proprio dalla tragedia del geometra trentunenne.
Il nostro Paese detiene il record europeo per presenza di imputati nelle carceri, ben il 43,7%, mentre quelli in attesa di primo giudizio sono 15.233. Per questo sono già 1.300 le richieste di ricorso alla Corte Europea per i diritti umani contro le condizioni di vita inumane. I detenuti semiliberi sono 877, le persone in affidamento in prova 7.800 e le persone in detenzione domiciliare 4.692, i detenuti italiani imputati o condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso sono 5.726 (71 gli stranieri).
Resta drammaticamente alto il numero di detenuti in carcere per aver commesso violazioni della legge sulle droghe: 28.154 persone, un effetto della legge Fini-Giovanardi sugli stupefacenti che intasa le celle mentre le comunità terapeutiche e di recupero sono mezze vuote. Così come è alto il numero di coloro che devono scontare una pena inferiore a un anno: 11.601 persone. Gli ergastolani italiani sono invece 1.437, contro soli 54 ergastolani stranieri.
L'emergenza nelle carceri italiane è il sovraffollamento ma anche le morti: 113 nel 2009 di cui 72 suicidi, 18 da causa ancora da accertare, 22 per malattia e 1 per omicidio. Secondo il rapporto di Antigone, nei primi nove mesi del 2010 i suicidi sono stati già 55.
Frena l'aumento dei detenuti: nei primi sei mesi del 2010 i reclusi sono aumentati di 3.647 unità ogni 30 giorni, negli ultimi tre mesi sono cresciuti di sole 269 unità. Secondo i dati dell'Osservatorio dell'associazione, per tutto il 2009 i detenuti sono cresciuti di 555 persone al mese; per il primo semestre 2010 la crescita è stata di 607 al mese, nell'ultimo semestre invece di sole 89 unità al mese. E la diminuzione riguarda sia gli italiani che gli stranieri. Visto che le leggi non sono cambiate, rileva Antigone, la diminuzione dei detenuti 'è dovuta al fatto che i poliziotti arrestano meno per il 'tutto esaurito' nelle carceri'.
Il 25% dei detenuti, informa sempre Antigone, è di origine padana.
L'organico della polizia penitenziaria conta 38.965 uomini e 3.303 donne, per un totale complessivo di 42.268 unità. Ma alla data attuale vi sono solo 34.165 uomini e 3.183 donne, che tutti insieme fanno 37.348 unità. La pianta organica ministeriale prevede, infine, 1.331 educatori e 1.507 assistenti sociali. Ma al 1 settembre 2010 risultavano in servizio 1.031 educatori e 1.105 assistenti sociali, vale a dire circa 1 operatore ogni sessanta detenuti.
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"Classi differenziate per i disabili" Bufera sul leghista Fontanini
I disabili nella scuola? "Ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici, più utile metterli su percorsi differenziati". Il leghista Pietro Fontanini interviene a un convegno a Palmanova e si scatena la bufera. Le dichiarazioni del presidente della Provincia di Udine davanti a 300 operatori del settore disabilità, trovano in serata la reazione "attonita e indignata" dell'assessore regionale alla Sanità, disabile, Vladimir Kosic (Pdl)
di Marco Ballico
TRIESTE. I disabili nella scuola? "Ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici, più utile metterli su percorsi differenziati". Il leghista Pietro Fontanini interviene a un convegno promosso dal Consorzio per l'assistenza medico-pedagogica a Palmanova e si scatena la bufera. Le dichiarazioni del presidente della Provincia di Udine, confermate da più testimoni e contestate dalla platea di 300 operatori sul tema della disabilità, trovano in serata la reazione "attonita e indignata" dell'assessore alla sanità Vladimir Kosic. Ma il primo a prendere le distanze, già al tavolo dei relatori, è Paolo Ciani, consigliere regionale del Pdl.
LA DENUNCIA A riferire le parole di Fontanini è Francesco Martines, capogruppo del Pd in Provincia. "Ritengo queste affermazioni offensive nei confronti delle famiglie che vivono situazioni di disabilità - scrive Martines in una nota - e nei confronti di operatori che cercano in tutti i modi di rendere operative teorie e comportamenti di massima integrazione e inclusione nel mondo della scuola e nella società".
LA SMENTITA ontanini, all'ora di cena, detta all'agenzia una smentita sul termine "ritardi". E precisa: "Quello che ho detto è che, rispetto al modello italiano che prevede l'insegnante di sostegno, si potrebbe pensare a quello in vigore in altri Paesi europei: la classe differenziata". E ancora: "Non mi sono espresso nei termini che mi sono stati attribuiti e mai affermerei simili cose. Ho riportato un'esperienza personale, da insegnante, riferita a una quinta della scuola secondaria superiore che si stava preparando all'esame di maturità". Tra l'altro, conclude Fontanini, "come Provincia finanziamo progetti per l'inserimento dei disabili nel mondo del lavoro".
LE CONFERME Martines ribadisce però quanto riportato nella prima denuncia: "Ho verificato con decine di operatori presenti. Tutti furibondi". E pure Ciani, testimone diretto, smentisce Fontanini: "Quanto riportato è, purtroppo, corretto. Non a caso sono subito intervenuto prendendo le distanze. Non si capisce - aggiunge il consigliere del Pdl - quando Fontanini parla da presidente della Provincia o da segretario della Lega". Critico anche l'assessore Kosic: "Se rispondono al vero le affermazioni riportate, devo constatare il palese contrasto con quello che stiamo facendo con gli enti locali e le famiglie sul tema della disabilità. Ricordo che la legge nazionale 517/1977 ha abolito, con una scelta di umanità e rispetto, le "classi speciali" che altro non erano che ospedali psichiatrici per bambini".
L'OPPOSIZIONE Pure dal Pd arrivano forti contestazioni. "Chi parla così dimostra di non capire niente", dichiara la deputata Alessandra Siragusa. Durissimo anche Gianfranco Moretton: Le dichiarazioni insane di Fontanini richiederebbero un percorso differente per lui e non per le persone meno fortunate". Secondo il capogruppo del Pd il presidente della Provincia di Udine "ha perduto il lume della ragione e del buon senso. Il suo agire ci porterebbe alla disgregazione della società allontanandola dall'obiettivo del vivere civile per un ambiente giusto ed equilibrato". Per Debora Serracchiani, infine, "quando un politico parla di ghettizzare i bambini disabili, vuol dire che non c'è più limite e che ci stiamo già muovendo in un territorio pericoloso".
(23 ottobre 2010)
Fonte: http://ilpiccolo.gelocal.it/dettaglio/scuola-classi-differenziate-per-i-disabili-bufera-sul-leghista-fontanini/2579916?ref=HREC1-8
L’Africa? Ormai è l’orto degli speculatori
L’Africa? Ormai è l’orto degli speculatori
di Matteo Cavallito
Minacciati dalla domanda dei Paesi emergenti e dalla “fame” degli speculatori, i contadini africani stanno perdendo la loro terra. Al Salone del Gusto di Torino l’allarme delle comunità del cibo
I Paesi importatori, le nazioni emergenti e gli speculatori internazionali stanno privando progressivamente gli africani della loro terra acquistando, con la complicità dei governi locali, milioni di ettari coltivabili a prezzi stracciati. E’ l’allarme lanciato oggi a Torino nella seconda giornata del Salone del Gusto-Terramadre il vertice mondiale delle comunità del cibo in programma fino a lunedì prossimo nel capoluogo piemontese. Nell’incontro, che ha aperto il ciclo di conferenze che accompagna la manifestazione, il presidente della ong Crocevia Antonio Onorati non sembra avere dubbi: “occorre ottenere al più presto una moratoria sugli acquisti di terreno da parte degli operatori stranieri”. Un obiettivo, ricorda, al centro dell’impegno delle organizzazioni sociali e contadine che, ha stabilito recentemente la Fao, potranno finalmente prendere parte ai negoziati con i governi di tutto il mondo per stabilire regole certe a tutela della sovranità alimentare. Le trattative dovrebbero concludersi nell’ottobre 2011.
Nel solo 2009, ha sottolineato la Banca Mondiale, in tutto il mondo circa 45 milioni di ettari di terreno coltivabile hanno cambiato di proprietà. Una cifra enorme, ricorda Onorati, pari a una volta e mezzo la superficie dell’Italia. Il fenomeno è conosciuto come “land grabbing”, “presa di possesso della terra”, ma la definizione rischia di cadere nell’eufemismo. In realtà, tuona il presidente di Slow Food Carlo Petrini, si tratta di una corsa senza freni all’accaparramento delle risorse che segue
“una logica colonialista, imperialista e criminale”. “L’Africa non è il nostro orto – ribadisce Petrini – , è l’orto degli africani”. Peccato però che in molti nell’area G20 vedano le cose in modo differente.
Secondo le stime Onu l’Africa possiederebbe (o forse dovremmo dire “ospiterebbe”) almeno 700 milioni di ettari destinabili all’agricoltura. Di questi, tuttavia, appena il 7% riceve irrigazione e solo 4% è soggetto a una coltura di qualche genere. Il Continente, in altre parole, avrebbe a disposizione un potenziale agricolo spaventoso che, se da un lato stona clamorosamente con il persistente problema della fame, dall’altro alimenta i sogni di ricchezza dei Paesi importatori. Entro il 2050, si dice, la crescita demografica dovrebbe portare la popolazione mondiale a sfondare quota 9 miliardi. Un bel problema, visto che le risorse naturali, a cominciare da quelle alimentari, rischiano seriamente di non tenere il passo con questa espansione. I cinesi se ne sono già accorti visto che dal 2008 hanno iniziato ad importare cibo per far fronte a una domanda che il mercato interno, da solo, non è più in grado di soddisfare. L’India e i Paesi del Golfo hanno seguito a ruota investendo massicciamente in Africa dove la terra, è bene ricordarlo, costa pochissimo (non più di 500 dollari per ettaro, circa 1/20 del prezzo praticato in Europa). Un paio d’anni fa con una lungimirante operazione finanziaria la multinazionale coreana Daewoo si è portata via 1,3 milioni di ettari del Madagascar.
Dietro alla grande corsa, però, non ci sono solo i governi stranieri. Da almeno tre anni infatti quello del land grabbing è diventato uno degli affari prediletti della grande finanza. Da un lato ci sono i fondi di investimento classici, a cominciare dai fondi pensione, che, scottati dalla tempesta della crisi e dalle pessime esperienze nella giungla dei titoli strutturati, non mancano ora di rifugiarsi in un business che considerano più stabile e sicuro. Dall’altro ci sono invece gli speculatori veri e propri che, dopo aver guadagnato miliardi di dollari con l’impennata dei prezzi dei cereali tra il 2007 e il 2008, contano di replicare ancora la scommessa vincente. Circa un anno e mezzo fa, il finanziere d’assalto Ian Watson aveva espresso il concetto in modo estremamente chiaro. «Quando guadagnano più soldi – aveva affermato – gli abitanti dei Paesi in via di sviluppo non acquistano un televisore con megaschermo; acquistano più cibo». Agrifirma, il fondo di Watson, controllava all’epoca già centomila acri di terra in Brasile. All’inizio del 2009, un gruppo di investitori guidato dalla famiglia Rothschild e dal finanziere Jim Slater ha immesso nel fondo oltre 150 milioni di dollari con un solo obiettivo dichiarato: comprare quanta più terra possibile.
Nei Paesi africani, ovviamente, la complicità dei leader politici diventa essenziale. Il governo etiope, ricorda oggi Nyikaw Ochalla, direttore della londinese Anuak Survival Organisation, difende la sua apertura agli investimenti stranieri dipingendola come una strategia utile per lo sviluppo dell’agricoltura locale e la riduzione della dipendenza dagli aiuti esteri. La realtà dei fatti, però, è ben diversa. Il governo “vende la terra per niente, praticamente la regala”, e poco importa che i nuovi padroni scelgano di eliminare le colture alimentari per dedicarsi al business dei fiori e dei biocarburanti. Quanto al cibo prodotto, sottolinea ancora Ochalla, c’è poco da farsi illusioni. “E’ tutto destinato all’export”.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/22/l%e2%80%99africa-ormai-e-l%e2%80%99orto-degli-speculatori/73099/
di Matteo Cavallito
Minacciati dalla domanda dei Paesi emergenti e dalla “fame” degli speculatori, i contadini africani stanno perdendo la loro terra. Al Salone del Gusto di Torino l’allarme delle comunità del cibo
I Paesi importatori, le nazioni emergenti e gli speculatori internazionali stanno privando progressivamente gli africani della loro terra acquistando, con la complicità dei governi locali, milioni di ettari coltivabili a prezzi stracciati. E’ l’allarme lanciato oggi a Torino nella seconda giornata del Salone del Gusto-Terramadre il vertice mondiale delle comunità del cibo in programma fino a lunedì prossimo nel capoluogo piemontese. Nell’incontro, che ha aperto il ciclo di conferenze che accompagna la manifestazione, il presidente della ong Crocevia Antonio Onorati non sembra avere dubbi: “occorre ottenere al più presto una moratoria sugli acquisti di terreno da parte degli operatori stranieri”. Un obiettivo, ricorda, al centro dell’impegno delle organizzazioni sociali e contadine che, ha stabilito recentemente la Fao, potranno finalmente prendere parte ai negoziati con i governi di tutto il mondo per stabilire regole certe a tutela della sovranità alimentare. Le trattative dovrebbero concludersi nell’ottobre 2011.
Nel solo 2009, ha sottolineato la Banca Mondiale, in tutto il mondo circa 45 milioni di ettari di terreno coltivabile hanno cambiato di proprietà. Una cifra enorme, ricorda Onorati, pari a una volta e mezzo la superficie dell’Italia. Il fenomeno è conosciuto come “land grabbing”, “presa di possesso della terra”, ma la definizione rischia di cadere nell’eufemismo. In realtà, tuona il presidente di Slow Food Carlo Petrini, si tratta di una corsa senza freni all’accaparramento delle risorse che segue
“una logica colonialista, imperialista e criminale”. “L’Africa non è il nostro orto – ribadisce Petrini – , è l’orto degli africani”. Peccato però che in molti nell’area G20 vedano le cose in modo differente.
Secondo le stime Onu l’Africa possiederebbe (o forse dovremmo dire “ospiterebbe”) almeno 700 milioni di ettari destinabili all’agricoltura. Di questi, tuttavia, appena il 7% riceve irrigazione e solo 4% è soggetto a una coltura di qualche genere. Il Continente, in altre parole, avrebbe a disposizione un potenziale agricolo spaventoso che, se da un lato stona clamorosamente con il persistente problema della fame, dall’altro alimenta i sogni di ricchezza dei Paesi importatori. Entro il 2050, si dice, la crescita demografica dovrebbe portare la popolazione mondiale a sfondare quota 9 miliardi. Un bel problema, visto che le risorse naturali, a cominciare da quelle alimentari, rischiano seriamente di non tenere il passo con questa espansione. I cinesi se ne sono già accorti visto che dal 2008 hanno iniziato ad importare cibo per far fronte a una domanda che il mercato interno, da solo, non è più in grado di soddisfare. L’India e i Paesi del Golfo hanno seguito a ruota investendo massicciamente in Africa dove la terra, è bene ricordarlo, costa pochissimo (non più di 500 dollari per ettaro, circa 1/20 del prezzo praticato in Europa). Un paio d’anni fa con una lungimirante operazione finanziaria la multinazionale coreana Daewoo si è portata via 1,3 milioni di ettari del Madagascar.
Dietro alla grande corsa, però, non ci sono solo i governi stranieri. Da almeno tre anni infatti quello del land grabbing è diventato uno degli affari prediletti della grande finanza. Da un lato ci sono i fondi di investimento classici, a cominciare dai fondi pensione, che, scottati dalla tempesta della crisi e dalle pessime esperienze nella giungla dei titoli strutturati, non mancano ora di rifugiarsi in un business che considerano più stabile e sicuro. Dall’altro ci sono invece gli speculatori veri e propri che, dopo aver guadagnato miliardi di dollari con l’impennata dei prezzi dei cereali tra il 2007 e il 2008, contano di replicare ancora la scommessa vincente. Circa un anno e mezzo fa, il finanziere d’assalto Ian Watson aveva espresso il concetto in modo estremamente chiaro. «Quando guadagnano più soldi – aveva affermato – gli abitanti dei Paesi in via di sviluppo non acquistano un televisore con megaschermo; acquistano più cibo». Agrifirma, il fondo di Watson, controllava all’epoca già centomila acri di terra in Brasile. All’inizio del 2009, un gruppo di investitori guidato dalla famiglia Rothschild e dal finanziere Jim Slater ha immesso nel fondo oltre 150 milioni di dollari con un solo obiettivo dichiarato: comprare quanta più terra possibile.
Nei Paesi africani, ovviamente, la complicità dei leader politici diventa essenziale. Il governo etiope, ricorda oggi Nyikaw Ochalla, direttore della londinese Anuak Survival Organisation, difende la sua apertura agli investimenti stranieri dipingendola come una strategia utile per lo sviluppo dell’agricoltura locale e la riduzione della dipendenza dagli aiuti esteri. La realtà dei fatti, però, è ben diversa. Il governo “vende la terra per niente, praticamente la regala”, e poco importa che i nuovi padroni scelgano di eliminare le colture alimentari per dedicarsi al business dei fiori e dei biocarburanti. Quanto al cibo prodotto, sottolinea ancora Ochalla, c’è poco da farsi illusioni. “E’ tutto destinato all’export”.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/22/l%e2%80%99africa-ormai-e-l%e2%80%99orto-degli-speculatori/73099/
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La Ue: «I fondi europei? Scordateveli»
http://www.terranews.it/news/2010/10/la-ue-%C2%ABi-fondi-europei-scordateveli%C2%BB
La Ue: «I fondi europei? Scordateveli»
BRUXELLES. Niente denaro a chi non rispetta i patti. L’emergenza rifiuti travalica i confini nazionali e torna ad avere eco sul tetto d’Europa.
Niente denaro a chi non rispetta i patti. L’emergenza rifiuti travalica i confini nazionali e torna ad avere eco sul tetto d’Europa. Il portavoce del commissario all’ambiente della Commissione europea, Janez Potocnik, ha espresso preoccupazione per i fatti di Terzigno, e si augura che il tutto si risolva «il più presto possibile e in maniera adeguata». Ma l’Unione non si ferma ad auspici e speranze. «La Campania si può scordare di vedere sbloccati i 145 milioni di euro di fondi europei, attualmente congelati dalla Commissione europea, per l’apertura di una discarica in un parco nazionale», ha assicurato la presidente della Commissione d’inchiesta parlamentare europea, la laburista olandese Judith Merkies, che ha poi sottolineato come l’Italia non stia onorando gli accordi presi nei mesi scorsi. Niente nuove discariche all’interno del parco: questa la promessa fatta a Bruxelles dalle autorità campane. Ma le cose stanno andando in tutt’altra direzione. Verso derive «aberranti», a detta della laburista. Poi l’affondo: «La Campania non sta vivendo soltanto una nuova emergenza rifiuti, ma anche una grave situazione ambientale e di perdita del rapporto di fiducia tra governo e cittadini». Soltanto tre settimane fa, la stessa Merkies aveva ringraziato Berlusconi per aver detto che il sito non sarebbe stato aperto. «Promesse che stanno per essere rotte», ha sottolineato l’olandese, secondo cui «un governo è buono quando è affidabile». E i Verdi europei aggiungono: «Siamo particolarmente allarmati per l’annuncio dell’esecutivo italiano di riaprire la controversa discarica di Cava di Vitiello, in totale conflitto con le garanzie date in precedenza». L’eurodeputata danese Margarete Auken ha affermato che ci sono molte ragioni concrete per credere che il sito sia del tutto inadatto: «Così si va incontro a un nuovo disastro ambientale nella regione, una situazione – ha detto l’esponente verde - aggravata dagli atti di violenza della polizia contro manifestanti pacifici che stanno cercando di prevenire che la discarica diventi operativa». Auken ha poi sollecitato le autorità italiane a fermare immediatamente questo «crimine contro l‘ambiente» e ha chiesto anche ulteriori interventi da parte della Corte di giustizia europea.
La Ue: «I fondi europei? Scordateveli»
BRUXELLES. Niente denaro a chi non rispetta i patti. L’emergenza rifiuti travalica i confini nazionali e torna ad avere eco sul tetto d’Europa.
Niente denaro a chi non rispetta i patti. L’emergenza rifiuti travalica i confini nazionali e torna ad avere eco sul tetto d’Europa. Il portavoce del commissario all’ambiente della Commissione europea, Janez Potocnik, ha espresso preoccupazione per i fatti di Terzigno, e si augura che il tutto si risolva «il più presto possibile e in maniera adeguata». Ma l’Unione non si ferma ad auspici e speranze. «La Campania si può scordare di vedere sbloccati i 145 milioni di euro di fondi europei, attualmente congelati dalla Commissione europea, per l’apertura di una discarica in un parco nazionale», ha assicurato la presidente della Commissione d’inchiesta parlamentare europea, la laburista olandese Judith Merkies, che ha poi sottolineato come l’Italia non stia onorando gli accordi presi nei mesi scorsi. Niente nuove discariche all’interno del parco: questa la promessa fatta a Bruxelles dalle autorità campane. Ma le cose stanno andando in tutt’altra direzione. Verso derive «aberranti», a detta della laburista. Poi l’affondo: «La Campania non sta vivendo soltanto una nuova emergenza rifiuti, ma anche una grave situazione ambientale e di perdita del rapporto di fiducia tra governo e cittadini». Soltanto tre settimane fa, la stessa Merkies aveva ringraziato Berlusconi per aver detto che il sito non sarebbe stato aperto. «Promesse che stanno per essere rotte», ha sottolineato l’olandese, secondo cui «un governo è buono quando è affidabile». E i Verdi europei aggiungono: «Siamo particolarmente allarmati per l’annuncio dell’esecutivo italiano di riaprire la controversa discarica di Cava di Vitiello, in totale conflitto con le garanzie date in precedenza». L’eurodeputata danese Margarete Auken ha affermato che ci sono molte ragioni concrete per credere che il sito sia del tutto inadatto: «Così si va incontro a un nuovo disastro ambientale nella regione, una situazione – ha detto l’esponente verde - aggravata dagli atti di violenza della polizia contro manifestanti pacifici che stanno cercando di prevenire che la discarica diventi operativa». Auken ha poi sollecitato le autorità italiane a fermare immediatamente questo «crimine contro l‘ambiente» e ha chiesto anche ulteriori interventi da parte della Corte di giustizia europea.
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Wikileaks, nuovi file choc «In Iraq 109mila morti»
L'orrore quotidiano dell'Iraq raccontato in quasi 400.000 documenti resi noti da Wikileaks, costretto a pubblicare in anticipo la documentazione dopo la rottura dell'embargo da parte di Al Jazira. Dall'inizio del conflitto in Iraq nel 2003 sino alla sua conclusione nel 2009, si legge nella documentazione, sono morte più di 109.000 persone: tra queste, oltre 66.000 civili, ovvero più della metà del totale delle vittime.
Un numero impressionante, di fronte al quale, notano molti, anche la guerra in Afghanistan impallidisce. Tra i morti civili, oltre 15 mila hanno perso la vita in incidenti sino ad ora sconosciuti, secondo i dati forniti dal gruppo londinese Iraq Body Count. I responsabili principali di queste stragi, secondo quanto emerge dalla documentazione, sono i soldati iracheni, su cui cade il fardello delle reiterate violenze compiute nei confronti di prigionieri in loro custodia. Almeno sei detenuti, se non di più, sono morti mentre erano in stato di detenzione per le percosse ricevute: i prigionieri venivano costantemente frustati, percossi e maltrattati.
Almeno in un caso gli americani hanno avuto il sospetto che a un detenuto iracheno fossero state amputate le dita e disciolte nell'acido. I documenti di Wikileaks - afferma Al Jazira - «rivelano che gli Stati Uniti erano al corrente del ricorso alla tortura autorizzato dallo Stato (iracheno)». Su alcuni episodi, afferma il New York Times, sono state svolte indagini da parte americana, ma nella maggior parte dei casi le segnalazioni dei soldati sono state ignorate. E gli Usa hanno anche la loro parte di responsabilità diretta: dall'analisi condotta da Le Monde, per esempio, emerge che i soldati americani hanno ucciso 681 civili, tra cui molte donne e bambini, ai checkpoint. Non solo: i militari Usa hanno scoperto i cadaveri di «migliaia di uomini e donne vittime di esecuzioni sommarie», senza che ciò venisse reso noto. C'è poi un elicottero Apache che ricorre: il Crazyhorse 18, quello coinvolto nell'uccisione di due giornalisti della Reuters messo all'indice dopo un video pubblicato da Wikileaks che testimoniava la strage, aveva in precedenza sparato e ucciso due iracheni nonostante questi si fossero arresi. «Vogliono arrendersi», segnalò l'elicottero agli alti comandi, prima di ricevere da un avvocato militare della vicina base aerea di Taji luce verde al fuoco.
Nei 400.000 documenti c'è l'orrore vero, come quello patito dai tanti civili iracheni mandati avanti su strade minate, con la scusa di «pulire la strada da macerie e rifiuti», mentre in realtà servivano per verificare la presenza di ordigni. E c'è spazio anche per Al Qaida: il gruppo di Osama bin Laden nel 2005 voleva attaccare il carcere iracheno di Abu Ghraib, la «prigione delle torture», chiuso con l'avvento dell'amministrazione Obama alla Casa Bianca. «50-100 razzi verranno usati per lanciare il segnale di inizio dell'attacco, che continuer… con il lancio di altri razzi. I prigionieri devono prepararsi. Gli attaccanti dovranno essere pronti a sacrificare la vita dei detenuti per avere successo. Morire durante il Ramadan è un onore», si legge in una missiva attribuita a Abu Musab al-Zarqawi, l'allora leader di al Qaida in Iraq.
Altri episodi, non meno brutali e inquietanti, emergeranno certamente nei prossimi giorni, man mano che i file verranno analizzati. Il Pentagono minimizza, gli episodi denunciati «sono stati a suo tempo ampiamente riportati in servizi di cronaca», ma non c'è dubbio che Julian Assange abbia messo ancora una volta i piedi nel piatto della politica estera Usa, con effetti tutti da verificare sulla politica interna statunitense alla vigilia delle elezioni di mid-term.
23 ottobre 2010
http://www.unita.it/news/mondo/104942/wikileaks_nuovi_file_choc_in_iraq_mila_morti
Un numero impressionante, di fronte al quale, notano molti, anche la guerra in Afghanistan impallidisce. Tra i morti civili, oltre 15 mila hanno perso la vita in incidenti sino ad ora sconosciuti, secondo i dati forniti dal gruppo londinese Iraq Body Count. I responsabili principali di queste stragi, secondo quanto emerge dalla documentazione, sono i soldati iracheni, su cui cade il fardello delle reiterate violenze compiute nei confronti di prigionieri in loro custodia. Almeno sei detenuti, se non di più, sono morti mentre erano in stato di detenzione per le percosse ricevute: i prigionieri venivano costantemente frustati, percossi e maltrattati.
Almeno in un caso gli americani hanno avuto il sospetto che a un detenuto iracheno fossero state amputate le dita e disciolte nell'acido. I documenti di Wikileaks - afferma Al Jazira - «rivelano che gli Stati Uniti erano al corrente del ricorso alla tortura autorizzato dallo Stato (iracheno)». Su alcuni episodi, afferma il New York Times, sono state svolte indagini da parte americana, ma nella maggior parte dei casi le segnalazioni dei soldati sono state ignorate. E gli Usa hanno anche la loro parte di responsabilità diretta: dall'analisi condotta da Le Monde, per esempio, emerge che i soldati americani hanno ucciso 681 civili, tra cui molte donne e bambini, ai checkpoint. Non solo: i militari Usa hanno scoperto i cadaveri di «migliaia di uomini e donne vittime di esecuzioni sommarie», senza che ciò venisse reso noto. C'è poi un elicottero Apache che ricorre: il Crazyhorse 18, quello coinvolto nell'uccisione di due giornalisti della Reuters messo all'indice dopo un video pubblicato da Wikileaks che testimoniava la strage, aveva in precedenza sparato e ucciso due iracheni nonostante questi si fossero arresi. «Vogliono arrendersi», segnalò l'elicottero agli alti comandi, prima di ricevere da un avvocato militare della vicina base aerea di Taji luce verde al fuoco.
Nei 400.000 documenti c'è l'orrore vero, come quello patito dai tanti civili iracheni mandati avanti su strade minate, con la scusa di «pulire la strada da macerie e rifiuti», mentre in realtà servivano per verificare la presenza di ordigni. E c'è spazio anche per Al Qaida: il gruppo di Osama bin Laden nel 2005 voleva attaccare il carcere iracheno di Abu Ghraib, la «prigione delle torture», chiuso con l'avvento dell'amministrazione Obama alla Casa Bianca. «50-100 razzi verranno usati per lanciare il segnale di inizio dell'attacco, che continuer… con il lancio di altri razzi. I prigionieri devono prepararsi. Gli attaccanti dovranno essere pronti a sacrificare la vita dei detenuti per avere successo. Morire durante il Ramadan è un onore», si legge in una missiva attribuita a Abu Musab al-Zarqawi, l'allora leader di al Qaida in Iraq.
Altri episodi, non meno brutali e inquietanti, emergeranno certamente nei prossimi giorni, man mano che i file verranno analizzati. Il Pentagono minimizza, gli episodi denunciati «sono stati a suo tempo ampiamente riportati in servizi di cronaca», ma non c'è dubbio che Julian Assange abbia messo ancora una volta i piedi nel piatto della politica estera Usa, con effetti tutti da verificare sulla politica interna statunitense alla vigilia delle elezioni di mid-term.
23 ottobre 2010
http://www.unita.it/news/mondo/104942/wikileaks_nuovi_file_choc_in_iraq_mila_morti
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Veleni lunghi un anno
http://www.terranews.it/news/2010/10/veleni-lunghi-un-anno
Veleni lunghi un anno
di Vincenzo Mulè
ECOMAFIE. Saranno noti martedì i risultati delle analisi sulle sostanze presenti nel torrente Oliva. Il procuratore Giordano: «Dati molto gravi». E domenica ad Amantea un incontro chiederà nuove indagini.
È passato un anno, ma la caccia ai veleni non è ancora terminata. Anzi, verrebbe quasi da dire che il peggio deve ancora venire. Saranno infatti pronti martedì e consegnati al procuratore capo di Paola Bruno Giordano, i risultati delle analisi dei prelievi effettuati sul letto del fiume Oliva, nei comuni di Serra D’Aiello ed Aiello Calabro, in provincia di Cosenza. «Sono risultati preoccupanti – anticipa il procuratore – sotto al fiume Oliva c’è di tutto: arsenico, metalli pesanti e sostanze chimiche altamente nocive». Solo dopo la lettura dei risultati delle analisi potrà scattare la seconda fase delle indagini, quella che punterà a risalire alla provenienza dei rifiuti tossici. Da tempo, ormai il procuratore di Paola, Bruno Giordano, riprendendo le fila di un vecchio fascicolo del 2005 legato alla Rosso, spiaggiata ad Amantea nel dicembre del 1990, ma anche alla Rigel, affondata nel 1987 a largo di Capo Spartivento nel reggino, indaga su presenze radioattive nell’entroterra cosentino. Lo scorso anno, la Procura di Paola aveva consegnato all’allora assessore all’ambiente Silvio Greco uno studio epidemiologico riferito all’area del fiume Oliva, nel quale si evidenziavano allarmanti problemi sanitari dovute alla presenza di sostanze tossiche nocive. L’area faceva registrare una radioattività più alta del normale, da tre a sei volte, con un incremento di leucemie e tumori. Le aree coinvolte dall’attività di caratterizzazione, ossia l’analisi del terreno e la successiva bonifica, sono state sei. Alle quattro individuate in partenza (la briglia del fiume dove è presente un sarcofago di cemento armato pieno di mercurio ed altri metalli pesanti, località Foresta, località Carbonara, e la cava dismessa) se ne sono aggiunte altre due, le contrade Carbonara e Giani. In quest’ultima è stato rilevato «un ammasso notevolissimo di rifiuti tossici, interrati e poi coperti con terreno naturale». Un inquinamento tale che ha fatto impazzire i valori del magnetometro. C’è molta attesa per l’ufficializzazione di questi risultati. Quella degli sversamenti di rifiuti in mare e in terra, in Calabria, è un tema ancora molto sentito dalla popolazione. A dispetto delle rassicuranti parole del ministero dell’Ambiente. Solo una settimana fa, la Direzione marittima di Reggio Calabria ha ultimato la mappatura dei fondali marini tra la Calabria e la Casilicata. I risultati dicono che sono oltre 200 i relitti di imbarcazioni individuati al largo delle coste di Calabria e Basilicata e di queste solo di 160 se ne conoscono le cause dell’affondamento. Se ne deduce che quaranta relitti di origine sconosciuta sono inabissati al largo delle coste calabresi e lucane. Un risultato che ha riaperto le polemiche a un anno di distanza dal ritrovamento a largo di Cetraro di un mercantile che, secondo il pentito Francesco Fonti, sarebbe stato affondato dalla ‘ndrangheta. Fonti raccontò pure che quella al largo delle coste cosentine era la la Cunsky, inabissatasi con il suo carico di scorie radioattive. Il pentito riferì anche che complessivamente sarebbero state una trentina le navi fatte affondare lungo le coste calabresi. Dopo gli accertamenti disposti dal ministero dell’Ambiente pero’, il ministro Stefania Prestigiacomo, ed il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, nell’ottobre dello scorso anno, annunciarono che il relitto era della nave passeggeri ‘’Catania’’e che sul fondale non c’erano tracce di contaminazioni radioattive. Dichiarazioni, però, che convinsero in pochi. Tanto che, a un anno di distanza, ancora si chiede di fare chiarezza sulla vicenda. E domenica prossima, il “comitato Natale De Grazia” ha organizzato un dibattito sul tema “Calabria e veleni, un anno dopo. Appunti per costruire un futuro diverso”. Scopo dell’incontro, come sottolineano i promotori, è quello di «comprendere lo stato di salute dei territori calabresi interessati da gravi episodi di inquinamento legati all’illecita gestione di rifiuti tossico-nocivi». Come ricorda Gianfranco Posa, presidente del Comitato «la scelta della data servirà a ricordare la grande manifestazione del 24 ottobre 2009 contro l’inquinamento dei territori calabresi che ha portato ad Amantea circa 30 mila persone con la partecipazione massiccia di associazioni, istituzioni, sigle sindacali e semplici cittadini».
Veleni lunghi un anno
di Vincenzo Mulè
ECOMAFIE. Saranno noti martedì i risultati delle analisi sulle sostanze presenti nel torrente Oliva. Il procuratore Giordano: «Dati molto gravi». E domenica ad Amantea un incontro chiederà nuove indagini.
È passato un anno, ma la caccia ai veleni non è ancora terminata. Anzi, verrebbe quasi da dire che il peggio deve ancora venire. Saranno infatti pronti martedì e consegnati al procuratore capo di Paola Bruno Giordano, i risultati delle analisi dei prelievi effettuati sul letto del fiume Oliva, nei comuni di Serra D’Aiello ed Aiello Calabro, in provincia di Cosenza. «Sono risultati preoccupanti – anticipa il procuratore – sotto al fiume Oliva c’è di tutto: arsenico, metalli pesanti e sostanze chimiche altamente nocive». Solo dopo la lettura dei risultati delle analisi potrà scattare la seconda fase delle indagini, quella che punterà a risalire alla provenienza dei rifiuti tossici. Da tempo, ormai il procuratore di Paola, Bruno Giordano, riprendendo le fila di un vecchio fascicolo del 2005 legato alla Rosso, spiaggiata ad Amantea nel dicembre del 1990, ma anche alla Rigel, affondata nel 1987 a largo di Capo Spartivento nel reggino, indaga su presenze radioattive nell’entroterra cosentino. Lo scorso anno, la Procura di Paola aveva consegnato all’allora assessore all’ambiente Silvio Greco uno studio epidemiologico riferito all’area del fiume Oliva, nel quale si evidenziavano allarmanti problemi sanitari dovute alla presenza di sostanze tossiche nocive. L’area faceva registrare una radioattività più alta del normale, da tre a sei volte, con un incremento di leucemie e tumori. Le aree coinvolte dall’attività di caratterizzazione, ossia l’analisi del terreno e la successiva bonifica, sono state sei. Alle quattro individuate in partenza (la briglia del fiume dove è presente un sarcofago di cemento armato pieno di mercurio ed altri metalli pesanti, località Foresta, località Carbonara, e la cava dismessa) se ne sono aggiunte altre due, le contrade Carbonara e Giani. In quest’ultima è stato rilevato «un ammasso notevolissimo di rifiuti tossici, interrati e poi coperti con terreno naturale». Un inquinamento tale che ha fatto impazzire i valori del magnetometro. C’è molta attesa per l’ufficializzazione di questi risultati. Quella degli sversamenti di rifiuti in mare e in terra, in Calabria, è un tema ancora molto sentito dalla popolazione. A dispetto delle rassicuranti parole del ministero dell’Ambiente. Solo una settimana fa, la Direzione marittima di Reggio Calabria ha ultimato la mappatura dei fondali marini tra la Calabria e la Casilicata. I risultati dicono che sono oltre 200 i relitti di imbarcazioni individuati al largo delle coste di Calabria e Basilicata e di queste solo di 160 se ne conoscono le cause dell’affondamento. Se ne deduce che quaranta relitti di origine sconosciuta sono inabissati al largo delle coste calabresi e lucane. Un risultato che ha riaperto le polemiche a un anno di distanza dal ritrovamento a largo di Cetraro di un mercantile che, secondo il pentito Francesco Fonti, sarebbe stato affondato dalla ‘ndrangheta. Fonti raccontò pure che quella al largo delle coste cosentine era la la Cunsky, inabissatasi con il suo carico di scorie radioattive. Il pentito riferì anche che complessivamente sarebbero state una trentina le navi fatte affondare lungo le coste calabresi. Dopo gli accertamenti disposti dal ministero dell’Ambiente pero’, il ministro Stefania Prestigiacomo, ed il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, nell’ottobre dello scorso anno, annunciarono che il relitto era della nave passeggeri ‘’Catania’’e che sul fondale non c’erano tracce di contaminazioni radioattive. Dichiarazioni, però, che convinsero in pochi. Tanto che, a un anno di distanza, ancora si chiede di fare chiarezza sulla vicenda. E domenica prossima, il “comitato Natale De Grazia” ha organizzato un dibattito sul tema “Calabria e veleni, un anno dopo. Appunti per costruire un futuro diverso”. Scopo dell’incontro, come sottolineano i promotori, è quello di «comprendere lo stato di salute dei territori calabresi interessati da gravi episodi di inquinamento legati all’illecita gestione di rifiuti tossico-nocivi». Come ricorda Gianfranco Posa, presidente del Comitato «la scelta della data servirà a ricordare la grande manifestazione del 24 ottobre 2009 contro l’inquinamento dei territori calabresi che ha portato ad Amantea circa 30 mila persone con la partecipazione massiccia di associazioni, istituzioni, sigle sindacali e semplici cittadini».
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Panama: Ripristinati i diritti dei lavoratori
Panama: Ripristinati i diritti dei lavoratori
di Elvira Corona
C'è voluto del tempo ma alla fine il governo panamense ha fatto un passo indietro, e anche se il presidente dello stato centroamericano Ricardi Martinelli ha dichiarato che “ non ci sono stati nè vincitori né vinti” un vincitore forse c'è: il popolo di Panama. A oltre tre mesi dalle numerose manifestazioni di protesta e dallo sciopero generale che ha bloccato Panama il 13 luglio scorso finalmente, i panamensi che chiedevano il ritiro della Legge 30 hanno potuto tirare un sospiro di sollievo.
La famigerata legge - che tra le altre cose limitava fortemente il diritto di sciopero dei lavoratori - è stata abrogata lo scorso 10 ottobre dopo giorni di negoziazione del cosiddetto Tavolo di Dialogo tra il governo e membri della società civile, sindacati, ambientalisti, difensori dei diritti umani. Al suo posto sono state presentate 6 proposte di legge.
Dopo aver ricevuto i documenti dal Tavolo del Dialogo che ha analizzato la Legge 30 del giugno 2010, il Consiglio di Gabinetto in una riunione straordinaria ha approvato i sei progetti di legge che cancellano la precedente legge. Risulta quindi che 19 articoli rimangono invariati, 19 modificati e uno abrogato.
Il presidente Ricardo Martinelli ha affermato che “ il risultato del dialogo dimostra che tutte le volte che mettiamo gli interessi del popolo prima degli interessi personali e politici possiamo realizzare qualunque accordo di cui possa beneficiare il paese”. Dichiarazioni forse inopportune dato che le proteste sono costate la vita a un numero ancora imprecisato di persone e molte soffrono ancora le conseguenze di una brutale repressione.
E' comunque un risultato importante: numerosi rappresentanti dei movimenti sindacali, degli ambientalisti e difensori dei diritti umani sono d'accordo nell'affermare che anche se non si è ottenuto il 100% delle richieste avanzate, gli accordi costituiscono un trionfo per il movimento popolare e onorano la memoria dei morti durante la repressione delle forze dell'ordine di Bocas del Toro.
Le rivendicazioni del popolo nelle strade, la capacità di negoziazione e discussione dei rappresentanti popolari, le posizioni ferme e convinte, la solidarietà internazionale ricevuta da diverse parti del mondo, sono stati i fattori determinanti per ottenere un risultato nel cosiddetto Tavolo di Dialogo sulla legge 30, che gli attivisti impegnati nelle denunce e nel rifiuto della legge considerano un trionfo del popololo.
Secondo Genaro Lopes dirigente sindacale del Sindacato Unico Nazionale dei Lavoratori nelle Costruzioni SUNTRACS “le lezioni imparate sono molte. Il movimento sociale si è mantenuto attivo, generando azioni di mobilitazione e presentando argomentazioni inconfutabili sulle ricadute negative del progetto. La solidarietà internazionale - continua Lopes - è stata un altro punto chiave, centinaia di lettere di condanna della violenza e violazione dei diritti umani inviate al governo, la carovana di solidarietà dal Messico fino a Panama, le manifestazioni davanti alle ambasciate del paese centroamericano in vari paesi del mondo”.
Anche se rimangono altri aspetti da risolvere e importanti obiettivi da raggiungere, “si è riusciti a frenare le politiche del Governo Martinelli, dirette a indebolire e liquidare le organizzazioni sindacali e privarle dei diritti dei lavoratori come il diritto allo sciopero, alla contrattazione collettiva e poter disporre in maniera autonoma delle proprie risorse finanziarie ottenute con la quota di iscrizione al sindacato” si legge nell'editoriale della Voz del SUNTRACS (in.pdf).
Anche se i risultati del Tavolo di Dialogo sono a tratti contraddittori, la soddisfazione dei panamensi è per essere riusciti a eliminare almeno i punti più controversi della legge anche se c'è ancora molto lavoro da fare. I risultati più importanti sono sicuramente il ristabilito diritto di sciopero per i lavoratori, il diritto di poter disporre delle quote sindacali e il ripristino degli studi di impatto ambientale.
Si mantiene però la legge Carcaelazo, che criminalizza le proteste della società civile, “attualmente 149 persone che hanno partecipato alle manifestazioni hanno un procedimento penale in corso - denunciano dall'Unidad de Lucha Integral del Pueblo - e il governo non ha accettato la proposta di incarcerare preventivamente le forze dell'ordine in flagranza di abuso di autorità”, uno degli obiettivi della lotta del popolo delle proteste. Il dirigente Francisco Paz della Confederazione Nazionale dell'Unità Sindacale Indipendente CONUSI, ha dichiarato che “uno degli aspetti centrali era la legge sulla polizia, che dava praticamente alla polizia la licenza di uccidere durante manifestazioni di protesta, senza avere nessuna conseguenza, questo era considerato da molti come un attentato ai diritti umani”.
Solo due giorni prima dell'approvazione dei 6 progetti di legge in sostituzione della legge 30, si era tenuta un'ultima manifestazione, una specie di avvertimento: se la legge non fosse stata abrogata la gente era pronta a nuove mobilitazioni e a un nuovo sciopero generale. Ora il paese centroamericano può stare tranquillo, ma è fondamentale non abbassare la guardia, sindacati e società civile sono pronti a vigilare che gli accordi vengano mantenuti e continueranno a chiedere giustizia per i compagni: “noi lavoratori continueremo a difendere le nostre conquiste e i nostri diritti a qualsiasi prezzo, e non ci fermeremo finché i nostri compagni di Bocas del Toro non avranno giustizia”.
di Elvira Corona
C'è voluto del tempo ma alla fine il governo panamense ha fatto un passo indietro, e anche se il presidente dello stato centroamericano Ricardi Martinelli ha dichiarato che “ non ci sono stati nè vincitori né vinti” un vincitore forse c'è: il popolo di Panama. A oltre tre mesi dalle numerose manifestazioni di protesta e dallo sciopero generale che ha bloccato Panama il 13 luglio scorso finalmente, i panamensi che chiedevano il ritiro della Legge 30 hanno potuto tirare un sospiro di sollievo.
La famigerata legge - che tra le altre cose limitava fortemente il diritto di sciopero dei lavoratori - è stata abrogata lo scorso 10 ottobre dopo giorni di negoziazione del cosiddetto Tavolo di Dialogo tra il governo e membri della società civile, sindacati, ambientalisti, difensori dei diritti umani. Al suo posto sono state presentate 6 proposte di legge.
Dopo aver ricevuto i documenti dal Tavolo del Dialogo che ha analizzato la Legge 30 del giugno 2010, il Consiglio di Gabinetto in una riunione straordinaria ha approvato i sei progetti di legge che cancellano la precedente legge. Risulta quindi che 19 articoli rimangono invariati, 19 modificati e uno abrogato.
Il presidente Ricardo Martinelli ha affermato che “ il risultato del dialogo dimostra che tutte le volte che mettiamo gli interessi del popolo prima degli interessi personali e politici possiamo realizzare qualunque accordo di cui possa beneficiare il paese”. Dichiarazioni forse inopportune dato che le proteste sono costate la vita a un numero ancora imprecisato di persone e molte soffrono ancora le conseguenze di una brutale repressione.
E' comunque un risultato importante: numerosi rappresentanti dei movimenti sindacali, degli ambientalisti e difensori dei diritti umani sono d'accordo nell'affermare che anche se non si è ottenuto il 100% delle richieste avanzate, gli accordi costituiscono un trionfo per il movimento popolare e onorano la memoria dei morti durante la repressione delle forze dell'ordine di Bocas del Toro.
Le rivendicazioni del popolo nelle strade, la capacità di negoziazione e discussione dei rappresentanti popolari, le posizioni ferme e convinte, la solidarietà internazionale ricevuta da diverse parti del mondo, sono stati i fattori determinanti per ottenere un risultato nel cosiddetto Tavolo di Dialogo sulla legge 30, che gli attivisti impegnati nelle denunce e nel rifiuto della legge considerano un trionfo del popololo.
Secondo Genaro Lopes dirigente sindacale del Sindacato Unico Nazionale dei Lavoratori nelle Costruzioni SUNTRACS “le lezioni imparate sono molte. Il movimento sociale si è mantenuto attivo, generando azioni di mobilitazione e presentando argomentazioni inconfutabili sulle ricadute negative del progetto. La solidarietà internazionale - continua Lopes - è stata un altro punto chiave, centinaia di lettere di condanna della violenza e violazione dei diritti umani inviate al governo, la carovana di solidarietà dal Messico fino a Panama, le manifestazioni davanti alle ambasciate del paese centroamericano in vari paesi del mondo”.
Anche se rimangono altri aspetti da risolvere e importanti obiettivi da raggiungere, “si è riusciti a frenare le politiche del Governo Martinelli, dirette a indebolire e liquidare le organizzazioni sindacali e privarle dei diritti dei lavoratori come il diritto allo sciopero, alla contrattazione collettiva e poter disporre in maniera autonoma delle proprie risorse finanziarie ottenute con la quota di iscrizione al sindacato” si legge nell'editoriale della Voz del SUNTRACS (in.pdf).
Anche se i risultati del Tavolo di Dialogo sono a tratti contraddittori, la soddisfazione dei panamensi è per essere riusciti a eliminare almeno i punti più controversi della legge anche se c'è ancora molto lavoro da fare. I risultati più importanti sono sicuramente il ristabilito diritto di sciopero per i lavoratori, il diritto di poter disporre delle quote sindacali e il ripristino degli studi di impatto ambientale.
Si mantiene però la legge Carcaelazo, che criminalizza le proteste della società civile, “attualmente 149 persone che hanno partecipato alle manifestazioni hanno un procedimento penale in corso - denunciano dall'Unidad de Lucha Integral del Pueblo - e il governo non ha accettato la proposta di incarcerare preventivamente le forze dell'ordine in flagranza di abuso di autorità”, uno degli obiettivi della lotta del popolo delle proteste. Il dirigente Francisco Paz della Confederazione Nazionale dell'Unità Sindacale Indipendente CONUSI, ha dichiarato che “uno degli aspetti centrali era la legge sulla polizia, che dava praticamente alla polizia la licenza di uccidere durante manifestazioni di protesta, senza avere nessuna conseguenza, questo era considerato da molti come un attentato ai diritti umani”.
Solo due giorni prima dell'approvazione dei 6 progetti di legge in sostituzione della legge 30, si era tenuta un'ultima manifestazione, una specie di avvertimento: se la legge non fosse stata abrogata la gente era pronta a nuove mobilitazioni e a un nuovo sciopero generale. Ora il paese centroamericano può stare tranquillo, ma è fondamentale non abbassare la guardia, sindacati e società civile sono pronti a vigilare che gli accordi vengano mantenuti e continueranno a chiedere giustizia per i compagni: “noi lavoratori continueremo a difendere le nostre conquiste e i nostri diritti a qualsiasi prezzo, e non ci fermeremo finché i nostri compagni di Bocas del Toro non avranno giustizia”.
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Minorenni italiani: allarme povertà e criminalità
Fonte: http://www.laveracronaca.com/index.php?option=com_content&view=article&id=691%3Aminori-italiani-allarme-poverta-e-criminalita&catid=1%3Aultime&Itemid=29
Sabato 23 Ottobre 2010
È allarme per i minori italiani, sempre più stretti nella morsa della povertà e che tendono sempre più a cadere nella trappola dell’illegalità; il dato si evince da due differenti relazioni, non collegate tra loro, che mettono in evidenza numeri inquietanti.La prima indagine è stata condotta dall’Istat e mostra come, in Italia, sia in aumento la povertà diffusa tra i minori; la seconda relazione è stata presentata dal Nucleo investigativo dei Carabinieri di Roma e certifica un aumento del fenomeno dei baby – pusher, vale a dire spacciatori minori e, nel caso specifico, con meno di 14 anni. Andiamo a leggere i dati.Parlando di povertà, in Italia sono 1 milione e 765 mila i minori che vivono in questo stato, vale a dire il 17% del totale; di questi, circa 650 mila versano in condizioni di assoluta povertà, vale a dire sono considerati i più poveri tra i poveri. I dati, che fanno riferimento all’anno 2009, sono stati diffusi dall’Istat nelle scorse ore in occasione di un seminario promosso dall'Unicef, in collaborazione con altre associazioni, volto a trovare una soluzione a questa piaga sociale. La povertà minorile, dai dati presentati, è in forte aumento se si considerano gli ultimi 13 anni ed è presente maggiormente al sud, dove si trovano circa il 70% del totale degli indigenti minori; anche il numero di bambini in condizione di assoluta povertà aumenta spostandoci verso il Mezzogiorno, e tra le famiglie con almeno due figli a carico. Nel corso del seminario, i rappresentanti dell’Unicef hanno sottolineato come la povertà stia raggiungendo, in Italia, livelli preoccupanti e come sia di conseguenza necessario assumere misure idonee a contrastare il fenomeno.
Parlando di minori, sempre nelle scorse ore è stato diramato un altro dato inquietante; secondo una relazione presentata al congresso nazionale della Societa' italiana di pediatria da parte del nucleo investigativo dei carabinieri di Roma, sono in aumento i baby – pusher, vale a dire spacciatori con meno di 18 anni; nella maggior parte dei casi si tratta di ragazzi scelti appositamente da adulti, in quanto non imputabili, per spacciare sostanze stupefacenti. Il numero dei baby – pusher, secondo i dati forniti dai carabinieri, sarebbe aumentato soprattutto nel 2009 e dall’identikit tracciato si tratterebbe per lo più di studenti, con meno di 14 anni e di nazionalità italiana dediti a compiere questo tipo di attività soprattutto davanti a locali frequentati da loro coetanei. Dai dati riportati si evince come, nel 2009, gli adolescenti arrestati per reati connessi alla droga siano stati 823, mentre 1163 sarebbero i ragazzi segnalati all'autorità giudiziaria. La maggior parte degli arrestati ha 17 anni, tuttavia sono ampiamente rappresentate anche fasce più giovani; il 28% ha 16 anni, il 14% ne ha 15 e il 4% ha 14 anni.Da segnalare che, a differenza della povertà minorile che, come detto, risulta esser maggiormente diffusa nel Mezzogiorno; parlando di baby - pusher il fenomeno è concentrato soprattutto nel Nord Italia (41,10%), poi nel Sud e Isole (36,89%) e Centro (22%).
Francesco Onorati
Sabato 23 Ottobre 2010
È allarme per i minori italiani, sempre più stretti nella morsa della povertà e che tendono sempre più a cadere nella trappola dell’illegalità; il dato si evince da due differenti relazioni, non collegate tra loro, che mettono in evidenza numeri inquietanti.La prima indagine è stata condotta dall’Istat e mostra come, in Italia, sia in aumento la povertà diffusa tra i minori; la seconda relazione è stata presentata dal Nucleo investigativo dei Carabinieri di Roma e certifica un aumento del fenomeno dei baby – pusher, vale a dire spacciatori minori e, nel caso specifico, con meno di 14 anni. Andiamo a leggere i dati.Parlando di povertà, in Italia sono 1 milione e 765 mila i minori che vivono in questo stato, vale a dire il 17% del totale; di questi, circa 650 mila versano in condizioni di assoluta povertà, vale a dire sono considerati i più poveri tra i poveri. I dati, che fanno riferimento all’anno 2009, sono stati diffusi dall’Istat nelle scorse ore in occasione di un seminario promosso dall'Unicef, in collaborazione con altre associazioni, volto a trovare una soluzione a questa piaga sociale. La povertà minorile, dai dati presentati, è in forte aumento se si considerano gli ultimi 13 anni ed è presente maggiormente al sud, dove si trovano circa il 70% del totale degli indigenti minori; anche il numero di bambini in condizione di assoluta povertà aumenta spostandoci verso il Mezzogiorno, e tra le famiglie con almeno due figli a carico. Nel corso del seminario, i rappresentanti dell’Unicef hanno sottolineato come la povertà stia raggiungendo, in Italia, livelli preoccupanti e come sia di conseguenza necessario assumere misure idonee a contrastare il fenomeno.
Parlando di minori, sempre nelle scorse ore è stato diramato un altro dato inquietante; secondo una relazione presentata al congresso nazionale della Societa' italiana di pediatria da parte del nucleo investigativo dei carabinieri di Roma, sono in aumento i baby – pusher, vale a dire spacciatori con meno di 18 anni; nella maggior parte dei casi si tratta di ragazzi scelti appositamente da adulti, in quanto non imputabili, per spacciare sostanze stupefacenti. Il numero dei baby – pusher, secondo i dati forniti dai carabinieri, sarebbe aumentato soprattutto nel 2009 e dall’identikit tracciato si tratterebbe per lo più di studenti, con meno di 14 anni e di nazionalità italiana dediti a compiere questo tipo di attività soprattutto davanti a locali frequentati da loro coetanei. Dai dati riportati si evince come, nel 2009, gli adolescenti arrestati per reati connessi alla droga siano stati 823, mentre 1163 sarebbero i ragazzi segnalati all'autorità giudiziaria. La maggior parte degli arrestati ha 17 anni, tuttavia sono ampiamente rappresentate anche fasce più giovani; il 28% ha 16 anni, il 14% ne ha 15 e il 4% ha 14 anni.Da segnalare che, a differenza della povertà minorile che, come detto, risulta esser maggiormente diffusa nel Mezzogiorno; parlando di baby - pusher il fenomeno è concentrato soprattutto nel Nord Italia (41,10%), poi nel Sud e Isole (36,89%) e Centro (22%).
Francesco Onorati
Le nuove regole per i prèsidi. "Vietato criticare la riforma Gelmini"
Il "codice disciplinare per i dirigenti scolastici" è pienamente operativo. Se le dichiarazioni possono essere "lesive dell'immagine dell'amministrazione", si rischia la sospensione dal servizio e dello stipendio. Il "Codice Brunetta" non ammette scivoloni
i SALVO INTRAVAIA
ROMA - Criticare pubblicamente la riforma Gelmini può costare ai dirigenti scolastici fino a tre mesi di stipendio. E alzare la voce nei confronti di un genitore una multa, fino a 350 euro. Stessa sanzione, da 150 a 350 euro di multa, per i capi d'istituto che andassero in giro senza cartellino di riconoscimento o che non avessero provveduto ad apporre una targa con nome e cognome davanti alla porta della propria stanza. Con la pubblicazione sul sito del ministero dell'Istruzione, avvenuta il 21 ottobre, il Codice disciplinare per i dirigenti scolastici è pienamente operativo.
Da oggi, i capi d'istituto dovranno stare attenti a esprimere la propria opinione in pubblico o sui media. Se infatti le loro dichiarazioni dovessero essere considerate lesive dell'immagine dell'amministrazione potrebbe scattare la "sospensione dal servizio con privazione della retribuzione da un minimo di tre giorni fino a un massimo di tre mesi". Il codice Brunetta ("Comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni"), recepito anche per i presidi, non ammette dichiarazioni pubbliche che vadano a "detrimento dell'immagine della pubblica amministrazione".
A maggio di quest'anno, il direttore dell'Ufficio scolastico regionale, Marcello Limina, aveva avvertito insegnanti e presidi: meglio "astenersi da dichiarazioni o enunciazioni che in qualche modo potessero ledere l'immagine dell'amministrazione pubblica e rapportarsi con i loro superiori gerarchici nella gestione delle relazioni con la stampa". Insomma: niente interviste tranchant su giornali e in tv. Ed era scoppiato il finimondo, con l'opposizione che ha chiesto di rimuovere Limina e la maggioranza che lo ha difeso.
Criticare pubblicamente la riforma Gelmini è da considerarsi "lesivo dell'immagine della pubblica amministrazione" o semplice manifestazione "della libertà di pensiero"? "A deciderlo - spiega Gianni Carlini, coordinatore dei dirigenti scolastici della Flc Cgil - è chi irroga la sanzione: cioè, il direttore dell'Ufficio scolastico regionale". Da quando è stato sottoscritto il Codice di comportamento "i presidi sono più prudenti", ammette Carlini. E da allora non mancano richieste di chiarimento, da parte del ministero dell'Istruzione o da parte del servizio ispettivo del ministero della Funzione pubblica, ai capi d'istituto per i motivi più disparati.
In un caso il preside è stato chiamato in causa da un genitore per non avere pubblicato retribuzione e curriculum sul sito della scuola. Per poi chiarire che la pubblicazione dei documenti in questione deve essere effettuata sul sito del ministero dell'Istruzione e non sul sito della scuola. In un'altra circostanza, il dirigente scolastico al quale era stata richiesta un'intervista ha comunicato il tutto al proprio superiore. E per tutta risposta il direttore dell'Ufficio scolastico regionale gli ha rammentato i vincoli cui è sottoposto il capo d'istituto: non denigrare la pubblica amministrazione.
La firma del contratto di lavoro dei dirigenti scolastici per il quadriennio 2006/2009, che al suo interno contiene le norme di comportamento e le relative sanzioni, è avvenuta lo scorso mese di luglio, ma non era ancora stato pubblicato. Probabilmente, non tutti i capi d'istituto sono a conoscenza del fatto che una semplice intervista ad un giornale o ad una tv può metterli nei guai. L'articolo 16, comma 7, del contratto dei capi d'istituto stabilisce infatti "la sospensione dal servizio con privazione della retribuzione da un minimo di tre giorni fino ad un massimo di tre mesi" nei casi previsti dall'articolo 55-sexies, comma 1, del decreto legislativo 165/2001 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche).
Il quale rinvia al Codice di comportamento dei dipendenti pubblici che all'articolo 11 recita: "salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini, il dipendente si astiene da dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell'immagine dell'amministrazione. Il dipendente tiene informato il dirigente dell'ufficio dei propri rapporti con gli organi di stampa". Il manuale di comportamento dei presidi regola tantissime fattispecie di irregolarità e comportamenti dubbi. E per la prima volta nella scuola introduce le sanzioni pecuniarie. "Da un minimo di 150 ad un massimo di 350 euro per i dirigenti scolastici che dovessero prodursi in "alterchi negli ambienti di lavoro, anche con utenti o terzi" o che non rendessero "conoscibile il proprio nominativo mediante l'uso di cartellini identificativi o di targhe da apporre presso la postazione di lavoro". Il Codice di comportamento stabilisce anche le sanzioni per ruberie, collusioni con insegnanti assenteisti e apertura di procedimenti penali a carico dei dirigenti scolastici. E a far capire che da quest'anno non si tollerano più comportamenti scorretti e ambigui interviene un recente decreto del ministro Gelmini, che allarga il raggio d'azione degli ispettori ministeriali: consente loro di controllare le scuole anche senza incarico da parte del direttore regionale. A sorpresa.
http://www.repubblica.it/scuola/2010/10/23/news/regole_presidi-8358650/
i SALVO INTRAVAIA
ROMA - Criticare pubblicamente la riforma Gelmini può costare ai dirigenti scolastici fino a tre mesi di stipendio. E alzare la voce nei confronti di un genitore una multa, fino a 350 euro. Stessa sanzione, da 150 a 350 euro di multa, per i capi d'istituto che andassero in giro senza cartellino di riconoscimento o che non avessero provveduto ad apporre una targa con nome e cognome davanti alla porta della propria stanza. Con la pubblicazione sul sito del ministero dell'Istruzione, avvenuta il 21 ottobre, il Codice disciplinare per i dirigenti scolastici è pienamente operativo.
Da oggi, i capi d'istituto dovranno stare attenti a esprimere la propria opinione in pubblico o sui media. Se infatti le loro dichiarazioni dovessero essere considerate lesive dell'immagine dell'amministrazione potrebbe scattare la "sospensione dal servizio con privazione della retribuzione da un minimo di tre giorni fino a un massimo di tre mesi". Il codice Brunetta ("Comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni"), recepito anche per i presidi, non ammette dichiarazioni pubbliche che vadano a "detrimento dell'immagine della pubblica amministrazione".
A maggio di quest'anno, il direttore dell'Ufficio scolastico regionale, Marcello Limina, aveva avvertito insegnanti e presidi: meglio "astenersi da dichiarazioni o enunciazioni che in qualche modo potessero ledere l'immagine dell'amministrazione pubblica e rapportarsi con i loro superiori gerarchici nella gestione delle relazioni con la stampa". Insomma: niente interviste tranchant su giornali e in tv. Ed era scoppiato il finimondo, con l'opposizione che ha chiesto di rimuovere Limina e la maggioranza che lo ha difeso.
Criticare pubblicamente la riforma Gelmini è da considerarsi "lesivo dell'immagine della pubblica amministrazione" o semplice manifestazione "della libertà di pensiero"? "A deciderlo - spiega Gianni Carlini, coordinatore dei dirigenti scolastici della Flc Cgil - è chi irroga la sanzione: cioè, il direttore dell'Ufficio scolastico regionale". Da quando è stato sottoscritto il Codice di comportamento "i presidi sono più prudenti", ammette Carlini. E da allora non mancano richieste di chiarimento, da parte del ministero dell'Istruzione o da parte del servizio ispettivo del ministero della Funzione pubblica, ai capi d'istituto per i motivi più disparati.
In un caso il preside è stato chiamato in causa da un genitore per non avere pubblicato retribuzione e curriculum sul sito della scuola. Per poi chiarire che la pubblicazione dei documenti in questione deve essere effettuata sul sito del ministero dell'Istruzione e non sul sito della scuola. In un'altra circostanza, il dirigente scolastico al quale era stata richiesta un'intervista ha comunicato il tutto al proprio superiore. E per tutta risposta il direttore dell'Ufficio scolastico regionale gli ha rammentato i vincoli cui è sottoposto il capo d'istituto: non denigrare la pubblica amministrazione.
La firma del contratto di lavoro dei dirigenti scolastici per il quadriennio 2006/2009, che al suo interno contiene le norme di comportamento e le relative sanzioni, è avvenuta lo scorso mese di luglio, ma non era ancora stato pubblicato. Probabilmente, non tutti i capi d'istituto sono a conoscenza del fatto che una semplice intervista ad un giornale o ad una tv può metterli nei guai. L'articolo 16, comma 7, del contratto dei capi d'istituto stabilisce infatti "la sospensione dal servizio con privazione della retribuzione da un minimo di tre giorni fino ad un massimo di tre mesi" nei casi previsti dall'articolo 55-sexies, comma 1, del decreto legislativo 165/2001 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche).
Il quale rinvia al Codice di comportamento dei dipendenti pubblici che all'articolo 11 recita: "salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini, il dipendente si astiene da dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell'immagine dell'amministrazione. Il dipendente tiene informato il dirigente dell'ufficio dei propri rapporti con gli organi di stampa". Il manuale di comportamento dei presidi regola tantissime fattispecie di irregolarità e comportamenti dubbi. E per la prima volta nella scuola introduce le sanzioni pecuniarie. "Da un minimo di 150 ad un massimo di 350 euro per i dirigenti scolastici che dovessero prodursi in "alterchi negli ambienti di lavoro, anche con utenti o terzi" o che non rendessero "conoscibile il proprio nominativo mediante l'uso di cartellini identificativi o di targhe da apporre presso la postazione di lavoro". Il Codice di comportamento stabilisce anche le sanzioni per ruberie, collusioni con insegnanti assenteisti e apertura di procedimenti penali a carico dei dirigenti scolastici. E a far capire che da quest'anno non si tollerano più comportamenti scorretti e ambigui interviene un recente decreto del ministro Gelmini, che allarga il raggio d'azione degli ispettori ministeriali: consente loro di controllare le scuole anche senza incarico da parte del direttore regionale. A sorpresa.
http://www.repubblica.it/scuola/2010/10/23/news/regole_presidi-8358650/
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Svezia, spari agli immigrati: una cinquantina di casi dall’inizio dell’anno
Stanotte un altro episodio, l’ultimo di una serie che va avanti da giorni: a Malmo, tranquilla cittadina, dopo il tramonto un inmmigrato è stato preso di mira e preso a fucilate. Succede nella democratica Svezia, dove il clima xenofobo comincia a inasprire la convivenza con le comunità di immigrati.
Una dozzina di casi solo questa settimana, circa 50 dall’inizio dell’anno. “Sembra chiaro che vi siano motivazioni razziali”, spiega Lars-Haakan Lindholm, portavoce della polizia cittadina.
Nessun morto per ora ma solo feriti, anche se alcuni in maniera seria.
http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-europa/svezia-spari-immigrati-608676/
Una dozzina di casi solo questa settimana, circa 50 dall’inizio dell’anno. “Sembra chiaro che vi siano motivazioni razziali”, spiega Lars-Haakan Lindholm, portavoce della polizia cittadina.
Nessun morto per ora ma solo feriti, anche se alcuni in maniera seria.
http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-europa/svezia-spari-immigrati-608676/
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Terzigno. Rivelazione choc dell´amministratore ASIA
http://www.torresette.it/legginews.asp?idnotizia=10533#
In un articolo comparso sul sito della testata giornalistica "La Stampa", si legge una rivelazione scioccante da parte dell´amministratore elegato dell´ASIA, Daniele Fortini, sul caso della bonifica delle cave di Lo Uttaro di Caserta.
La discarica di Terzigno, quella in funzione e maleodorante che ha scatenato la rivolta. «Noi i colpevoli? - si difende l’ad di Asìa, Daniele Fortini -. All’inizio dell’estate, siamo stati costretti a sversare a Terzigno migliaia e migliaia di tonnellate di rifiuti putrefatti della discarica Lo Uttaro di Caserta, e dell’ ex Cdr di Caivano. Avvertimmo che avrebbe provocato esalazioni moleste. La situazione è peggiorata perché ci hanno impedito di coprire i rifiuti on quaranta carichi di terra e con cisterne con enzimi che servono ad attutire la puzza e a inibire gli aggressivi gabbiani. Finora abbiamo perso 11 compattatori nuovi, per un valore di 2.176.000 euro».
Come oggi si può ancora aver fiducia di quanti sono diventati gli artefici del disastro della nostra terra?
Sabato 23 Ottobre 2010
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Lega. Borghezio ad Affaritaliani.it: Padania indipendente e autonoma come il Kosovo
Lega. Borghezio ad Affaritaliani.it: Padania indipendente e automa come il Kosovo
Che cosa accadrebbe se non si arrivasse alla riforma federale dello Stato?
"Secondo me - spiega l'europarlamentare della Lega Nord Mario Borghezio ad Affaritaliani.it - si aprirebbe uno scenario imprevedibile e non sarebbe troppo difficile canalizzare la sacrosanta esasperazione dei popopli del Nord verso obiettivi di indipendenza, raggiungibili oggi più mai grazie al diritto di autodeterminazione sancito dal Trattato di Lisbona. Diritto che è stato riconosciuto dall'Unione europea per il Kosovo e, indipendetemente dal giudizio che diamo su questa vicenda, si tratta di un chiaro precedente. La Padania ha tutte le carte in regola per autogovenarsi, sempre nell'ambito dell'Europa dei popoli e delle regioni. Se da Roma ostacolassero il cammino di riforme, alla lunga, sarerebbero sconfitti come lo saranno i nemici della libertà dei corsi, dei baschi e delle altre nazioni senza stato".
http://www.affaritaliani.it/politica/padania_kosovo211010.html
Che cosa accadrebbe se non si arrivasse alla riforma federale dello Stato?
"Secondo me - spiega l'europarlamentare della Lega Nord Mario Borghezio ad Affaritaliani.it - si aprirebbe uno scenario imprevedibile e non sarebbe troppo difficile canalizzare la sacrosanta esasperazione dei popopli del Nord verso obiettivi di indipendenza, raggiungibili oggi più mai grazie al diritto di autodeterminazione sancito dal Trattato di Lisbona. Diritto che è stato riconosciuto dall'Unione europea per il Kosovo e, indipendetemente dal giudizio che diamo su questa vicenda, si tratta di un chiaro precedente. La Padania ha tutte le carte in regola per autogovenarsi, sempre nell'ambito dell'Europa dei popoli e delle regioni. Se da Roma ostacolassero il cammino di riforme, alla lunga, sarerebbero sconfitti come lo saranno i nemici della libertà dei corsi, dei baschi e delle altre nazioni senza stato".
http://www.affaritaliani.it/politica/padania_kosovo211010.html
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