Barra video

Loading...

lunedì 30 agosto 2010

Nucleare in Italia: fissata la scaletta, a settembre il deposito scorie


Il governo ha fissato la scaletta delle tappe per il ritorno del nucleare in Italia. Il primo passo è la scelta dei siti per le scorie, che si dovrebbero conoscere entro il 23 settembre. A ottobre Palazzo Chigi presenterà il suo piano, che negli intendimenti di partenza prevede la realizzazione di 4 centrali. A gennaio 2011 dovrebbe essere poi pronto il decreto governativo per le domande degli operatori che intendono costruire gli impianti, con l’individuazione delle relative aree. L’idea di fondo è quella di preferire le zone costiere, anche perché le centrali necessitano di grandi quantitativi di acqua per il loro funzionamento.




La notizia ancora una volta ha messo in agitazione governatori regionali e comunità. Undici Regioni hanno anche presentato un ricorso alla Corte costituzionale, contro la legge del Parlamento (la n.99 del 2009) che ha delegato al governo l’intero pacchetto sul nucleare. A giugno i giudici hanno tuttavia rigettato le richieste, dichiarando i rilievi in parte inammissibili e in parte infondati. Nel ricorso era stata contestato il mancato rispetto della norma costituzionale che in tema di energia (anche nucleare) e di tutela del teritorio vuole che le scelte rientrino in un accordo tra Stato e Regioni.
In Italia la produzione dell’energia nucleare era stata abbandonata nel 1987, dopo un referendum popolare. Gli elettori si erano espressi negativamente, anche sotto la paura derivata dall’incidente di Chernobyl (Ucraina) dell’anno precedente. L’anno passato la decisione del governo Berlusconi di reintrodurre le centrali, dopo un accordo di collaborazione con la Francia, accolto tuttavia con scarso entusiasmo, se non con aperto dissenso, nella maggior parte del Paese. Anche dopo aver incassato il pronunciamento a esso favorevole della Consulta, il governo ha ribadito la volontà di aprire il confronto con le Regioni.
Tutto però – ha precisato Saglia – va chiuso entro il 2013. Una frase che sembra voler dire che in caso di mancato accordo il governo metterebbe in campo i poteri sostitutivi, consentiti proprio dalla legge delega dell’anno passato.

Tra le regioni candidate a ospitare uno degli impianti c’è sempre la Sardegna. In questi anni le cronache hanno spesso parlato di una scelta che sarebbe dovuta cadere su un’area vicina a Oristano. Le ultime notizie danno per possibile invece un sito nel Sulcis-Iglesiente, nell’area militare di Teulada. (Francesco Pirisi, IlNord)


http://www.9online.it/blog_emergenzarifiuti/2010/08/30/nucleare-in-italia-fissata-la-scaletta-a-settembre-il-deposito-scorie/

Gheddafi: la donna più rispettata in Libia che in Occidente

La donna è più rispettata in Libia che negli Stati Uniti e in Occidente. Seconda lezione di Corano per il colonnello Gheddafi. Duecento hostess sono arrivare all'Accademia libica per incontrare la "Guida della Rivoluzione". Una decina di ragazze indossava il tradizionale velo islamico, mentre una portava appesa al collo una foto del Colonnello. Per le altre camicetta bianca e gonna nera
Il Colonnello ha sottolineato che in Occidente alle donne viene permesso di fare lavori che non sono consoni al loro fisico e avrebbe portato l'esempio del tranviere o del minatore. "In Libia non sarebbe mai possibile una cosa del genere", avrebbe aggiunto Gheddafi invitando tutte le ragazze a visitare il suo Paese. Dopo la conversione di tre hostess davanti al leader libico nell'incontro di ieri, altre ragazze avrebbero mostrato interesse a cambiare fede. "Bisogna credere in una sola fede: l'Islam". Il Colonnello ha sottolineato che "Maometto è l'ultimo deiprofeti e l'Islam è l'unica fede da seguire". Gheddafi ha regalato a ogni ragazza una copia del Corano e una del Libro Verde.

E' POLEMICA. Non si spengono intanto le polemiche politiche sulla visita del leader libico. Nonostante lo stesso Berlusconi avesse definito solo "folklore" le uscite di Gheddafi, oggi si registra un fuoco incrociato da ambienti "finiani". La fondazione "Farefuturo", vicina al presidente della Camera paragona l'Italia alla Disneyland del Colonnello. "Se l'Italia è diventata la Disneyland di Gheddafi", si legge sul sito della fondazione", la ragione è purtroppo politica. Nelle passeggiate romane il rais libico esibisce la sua amicizia con il premier, la sua paradossale centralità nella politica internazionale" dell'Italia "e visto che Gheddafi paga, le sue diventano anche le 'nostre' ragioni e la sua politica la 'nostra'".
Sulla stessa linea anche Generazione Italia, l'associazione vicina a Italo Bocchino. "Vi immaginate Gheddafi che va a Parigi o a Berlino e organizza un incontro con 500 hostess per dir loro 'diventate musulmane'? Noi no. E non a caso Gheddafi certe pagliacciate - è il termine giusto - le viene a fare a Roma, non a Parigi o a Berlino". Lo scrive il direttore dell'associazione, Gianmario Mariniello.

Anche Carmelo Briguglio, deputato di Fli, esprime perplessità: "Queste visite di Gheddafi da un lato aumentano le distanze tra il governo italiano e i nostri tradizionali alleati, Stati Uniti in testa, e dall'altro creano con la S.Sede e con le gerarchie cattoliche problemi e malumori di cui nessuno sentiva il bisogno".


http://www.affaritaliani.it/politica/gheddafi_islam_lezione300810.html

Il libro anti-Islam spacca la Germania

Le condanne dei politici sono unanimi e drastiche, a cominciare da Angela Merkel, ma dalla gente arriva il sostegno alle tesi sul "futuro islamico" della Germania, dipinto da Thilo Sarrazin nel suo libro in uscita oggi "La Germania si distrugge da sola". Intervenendo sulla prima rete televisiva pubblica Ard, il cancelliere ha avuto parole durissime per il componente del direttorio della Bundesbank, definendo "assolutamente inaccettabili" le sue tesi sui pericoli futuri prodotti da una vasta immigrazione musulmana. Quanto sostenuto dall'ex ministro socialdemocratico delle Finanze della citta'-Stato di Berlino "esclude e getta disprezzo su un'intera parte della societa'", ha aggiunto la Merkel, secondo la quale il modo in cui le argomentazioni di Sarrazin vengono esposte "spacca la società".
Il cancelliere ha indirettamente invitato i vertici della Bundesbank a reagire pubblicamente, dicendosi "assolutamente sicura che anche la Bundesbank dira' la sua", anche perche' la Buba costituisce "l'insegna dell'intero Paese, importante all'interno, ma anche all'estero". Mentre in un'intervista allo 'Spiegel' il governatore socialdemocratico del Nordeno-Westfalia, Hannelore Kraft, invita Sarrazin ad "andarsene" dal partito, l'autore del contestato libro risponde in un'intervista alla radio pubblica 'Deutschlandfunk' di voler "restare nella Spd per tutta la vita".
Intanto il quotidiano 'Bild' pubblica una serie impressionante di dichiarazioni firmate di lettori a sostegno di Sarrazin, in cui lo si incita a "fondare un nuovo partito e presentarsi alle elezioni. Otterrebbe una maggioranza assoluta e diventerebbe cancelliere". Un altro lettore invita ad "erigere un monumento a quest'uomo", mentre un'altra voce racconta che "nel mio palazzo ci sono 18 appartamenti e 29 anni fa c'erano 15 famiglie tedesche e tre straniere. Adesso ce ne sono 3 tedesche e 15 straniere, quasi nessuno parla piu' tedesco".
Un altro lettore del giornale invita a "regalare a tutti i deputati del Bundestag il libro di Sarrazin, cosi' forse si svegliano e cambiano al piu' presto la politica per la Germania". In difesa di Sarrazin scende anche il columnist della 'Bild', Franz-Josef Wagner, secondo il quale lo scandalo del libro e' costituito dal fatto che Sarrazin "scrive la verita' senza ambiguita' e non ha peli sulla lingua". A comprendere il disagio di molti tedeschi per la forte presenza di immigrati e' anche il progressista 'Tagespiegel', secondo il quale "qualcosa deve essere andato per il verso sbagliato, se anche i genitori con tendenze ecologiste e alternative fanno di tutto per non mandare nelle scuole con un elevatissimo numero di figli di immigrati dei quartieri berlinesi di Neukoelln e Kreuzberg i loro figli, che essendo in minoranza non imparano nemmeno il tedesco e sono soggetti al mobbing". "La mia proposta per chi definisce Sarrazin un razzista", prosegue il commento, "e' di spiegare prima se sarebbe disposto a mandare suo figlio in una di queste scuole".
Intanto il consigliere della Bundesbank Thilo Sarrazin ha fatto di nuovo parlare di sè per dichiarazioni antisemite: ma stavolta contro di lui arrivano bordate dal governo: critiche sono venute oggi dai ministri degli esteri, Guido Westerwelle, alle difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg e dalla stessa cancelliera, Angela Merkel. "Tutti gli ebrei condividono un gene particolare, come i baschi condividono un certo gene che li differenzia dagli altri", ha detto in un'intervista al domenicale Welt am Sonntag il 65.enne banchiere, abituato alle dichiarazioni scandalose.
"Totalmente inaccettabili" ha definito la dichiarazione la Merkel, che s'è chiesta se la Banca centrale tedesca non debba riesaminare l'incarico di Sarrazin. "Le provocazioni hanno un limite...e Sarrazin questo limite l'ha superato», ha dichiarato zu Guttenberg, mentre per Westerwelle, "commenti che aizzano il razzismo e l'antisemitismo non hanno posto nel dibattito politico". Sarrazin, che di recente è stato espulso dal partito socialdemocratico, di cui era membro, per le sue idee xenofobe, sul libro di prossima uscita sostiene, fra l'altro, che il minore livello di istruzione degli immigrati che provengono "dalla Turchia, dal vicino e medio Oriente e dall'Africa" ha un impatto negativo sulla Germania, e commenta: "È naturale che in media diventiamo tutti più stupidi".

http://www.affaritaliani.it/politica/libro_anti_islam_germania_merkel300810.html

Alemanno, al via piano chiusura campi rom abusivi

Alemanno, al via piano chiusura campi rom abusivi

In arrivo una stretta del Campidoglio e le forze dell'ordine contro i campi nomadi abusivi: entro una settimana partirà un piano che prevede la chiusura progressiva degli insediamenti non regolari che insistono nel territorio della capitale.A stabilirlo è stato un vertice in Prefettura tra il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il questore Francesco Tagliente, il prefetto Giuseppe Pecoraro ed i rappresentanti di Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia Municipale.
"Abbiamo predisposto un piano per la chiusura progressiva degli accampamenti abusivi, offrendo naturalmente accoglienza a tutti coloro che ne hanno bisogno", ha spiegato Alemanno al termine dell'incontro. Il numero degli insediamenti abusivi e' stato stimato su una cifra che oscilla tra i 150 ed i 200. Alemanno ha sottolineato: "Parallelamente il piano nomadi andrà avanti, per chiudere tutti i campi tollerati e quelli abusivi più grossi. I cosiddetti microcampi - ha aggiunto - dove spesso avvengono delle disgrazie, non sono accettabili: versano in condizioni igienico sanitarie inaccettabili".
Nei prossimi giorni, spiega ancora Alemanno, "si svolgerà una prima riunione tra la Polizia Municipale, la Polizia di Stato ed i Carabinieri per confrontare i rispettivi dati. Si comincerà entro una settimana dai campi più pericolosi".



http://www.affaritaliani.it/roma/alemanno_al_via_piano_chiusura_campi_rom_abusivi300810.html

Il vero risultato della crisi: i debiti

Il vero risultato della crisi: i debiti

La notizia ha iniziato a circolare già qualche mese fa: i debiti delle famiglie italiane sono cresciuti di quasi un migliaio di euro in quest’ultimo anno; non tanto per ristrutturazioni o acquisti di beni immobili, quanto per credito al consumo riservato a spese di beni primari, tra cui gli alimenti. In poche parole, la crisi ha fatto registrare l’ennesimo scacco all’economia delle classi più deboli. Tuttavia, tutto ciò, lungi dall’essere la fine e l’epilogo di una situazione di crisi, sembra l’inizio più ovvio di una nuova fase dell’economia per buona parte delle famiglie italiane: il debito cronico.


Sembra un secolo fa, quando si parlava del fatto che gli americani, vivendo al di sopra delle loro possibilità, erano tra i più indebitati al mondo per il credito al consumo.

Com’è sempre successo, noi italiani pensavamo di essere troppo furbi per finire come loro!
Infatti, come spesso succede che chi guarda l’altro con un certo senso di superiorità e astuzia finisce sovente per trovarsi in una situazione ben peggiore del povero sfortunato medesimo, è proprio questo il caso di buona parte delle famiglie italiane. Tutto ciò sembra essere avvenuto, non solo per la malsana volontà di vivere al disopra dei propri mezzi, come era spesso comune tra i consumatori americani, ma, come emerge da attente analisi delle tipologie di spese in varie aree del Paese, per sopravvivere e sbarcare in lunario – ossia fare la spesa e pagare le bollette. Dalle notizie date dai media qualche tempo fa, il debito medio delle famiglie italiane, a vedere statistiche e resoconti vari, risulta in questo ultimo anno cresciuto di novecento euro, non solo per i debiti contratti per piccoli mutui per ristrutturazione di immobili, ma anche e soprattutto per credito al consumo attraverso anche altri canali di varie forme di finanziamento, come carte di credito revolving e simili, oltre che attraverso il prestito classico.
Per rendersi conto del fenomeno, basta aprire la pagina della propria posta elettronica, e subito si è letteralmente bombardati da bans e finestre pop-up di finanziarie di vario genere, quando non ti arrivano decine di e-mail: chi promette prestiti anche a protestati, chi cifre fino anche a 40mila euro con cessione del quinto dello stipendio, chi carte di credito con varie modalità di rimborso che ti danno accesso a cospicue quantità di danaro per le spese più disparate… In poche parole la crisi ha prodotto ulteriore indebitamento che è arrivato in toto a una media pro capite di quasi 16mila euro.

Tutto questo avviene sia al Sud che nell’opulento Nord. La cosa che colpisce è che il Sud tra il 2002 e il 2009 aveva già fatto registrare una crescita molto elevata dell’indebitamento; ciò prova che, dopo l’avvento dell’euro, la rapida crescita esponenziale incontrollata dei prezzi ha prodotto un primo impoverimento, e la crisi perenne, che al Sud è di casa ultimamente - visto l’alto livello di emigrazione degli ultimi quindici anni - ha colpito famiglie a monoreddito con più di uno o due figli. Questo ulteriore aumento del debito potrebbe veramente affossare, oltre alle famiglie italiane tout court, le già impoverite famiglie del Sud, fino a farle entrare in una spirale di debito perenne. Qualcuno potrebbe dire dove sia la novità in tutto questo, dato che da che mondo è mondo i debiti ci sono sempre stati. Ebbene, il fatto che il debito interno pro capite è cresciuto proprio in questo momento, significa che la crisi ha già iniziato a raccogliere i suoi nefasti profitti, e tutto ciò, visti i chiari di luna sia nel campo delle strategie occupazionali sia per quanto riguarda la ripresa dei consumi, sembra solo essere l’inizio di un periodo di ulteriori ristrettezze e malessere che è ben lungi dal concludersi per buona parte delle famiglie italiane, le quali rischiano di divenire in grande percentuale completamente insolventi.
A mio giudizio la vera crisi deve ancora arrivare!

http://www.agoravox.it/Il-vero-risultato-della-crisi-i.html

Arriva la Lega sud


Bossi spinge Berlusconi verso le elezioni. Per diventare il padrone assoluto del Nord e sbarcare nel meridione. Con una carta a sorpresa: il ministro Roberto Maroni


(30 agosto 2010)




Uno sbarco dei Mille al contrario, un 1860 alla rovescia, organizzato con perfetto senso della storia un secolo e mezzo dopo. Con le camicie verdi al posto di quelle rosse, Roberto Maroni al posto di Nino Bixio, il Senatur invece del Generale.

Giuseppe Garibaldi ha unito l'Italia, Umberto Bossi la disferà con una seconda spedizione dal Nord al Sud, questa volta elettorale: candidare la Lega su tutto il territorio nazionale con il verbo del federalismo, ognun per sè. In Calabria sono già pronti: ad aprile il senatore leghista Enrico Montani, piemontese di Verbania, è stato inviato tra la gente in Aspromonte, novello cacciatore delle Alpi, per aprire ufficialmente il tesseramento della Lega Calabria Federalista, avamposto del Carroccio in terra jonica. Forte degli 8500 voti, l'uno per cento, raccolto alle elezioni europee del 2009. Una miseria, per ora, rispetto ai granai di consensi delle regioni native, il Lombardo- Veneto: ma l'ascesa del partito dalla Val Brembana ai palazzi romani insegna che se si semina bene il tempo della mietitura verrà. E per Bossi i prossimi mesi sono quelli della raccolta decisiva. Lega Pigliatutto.

E Umberto di nuovo guerriero. «Il Capo è tornato a ruggire», esulta un deputato che lo ha seguito tra le feste di partito, le serate di miss Padania e le esternazioni fino alle ore piccole dove il fondatore del Carroccio si è rimesso a dettare l'agenda della politica nazionale, con il consueto aplomb padano.

Gianfranco Fini? «Vuole i matrimoni tra omosessuali, dà di matto». Denis Verdini? «Un democristiano di merda». Con Pier Ferdinando Casini, potenziale alleato di ritorno del Cavaliere, Bossi è stato più sintetico: «Uno stronzo ». Meno male, la forma non è andata perduta. In vista di elezioni da fare il prima possibile, al massimo all'inizio del 2011, anche a costo di scompaginare i piani di Silvio Berlusconi, che il voto anticipato per castigare i ribelli finiani lo minaccia ma con qualche preoccupazione, visti i sondaggi per il Senato. Numeri che danno a rischio la maggioranza del Cavaliere a palazzo Madama se dovesse correre un Terzo polo. E che, al contrario, fanno ingolosire la Lega, data intorno al 13 per cento nazionale, con punte del 15 in Emilia Romagna e per la prima volta rilevata nel centrosud, in Calabria, in Abruzzo, in Sardegna. Percentuali che in caso di flop berlusconiano nella tombola dei premi regionali per il Senato consegnerebbero al Carroccio la golden share per fare qualsiasi maggioranza. Oltre a un possibile sorpasso sul Pdl nelle regioni del Nord.

Ad Alzano Lombardo, minuscolo centro bergamasco, è già successo: alle regionali lombarde di primavera la Lega ha toccato il 35 per cento, il Pdl si è bloccato al 23. Qui, alla Berghem Fest, nell'ultima settimana sono sfilati ben quattro ministri: oltre a Bossi, Calderoli e Maroni. Più Giulio Tremonti, festeggiato in Cadore dallo stato maggiore leghista per il suo compleanno. La foto di gruppo del governo ideale da fare dopo le elezioni: un monocolore padano con il Gran Valtellinese al centro. Un incubo per Berlusconi che non dimentica l'avvertimento di un amico democristiano: «Attento, Silvio, i leghisti ti sono vicini, certo. Ma a distanza di pugnale». Oggi Alzano, domani l'intero Nord, l'Italia, i leghisti ci credono. Al punto di mettere da parte, rapidamente, i dissensi e le rivalità personali emersi all'inizio dell'estate, nei giorni del caso Brancher (l'ambasciatore di Berlusconi presso la Lega nominato ministro, costretto a dimettersi e poi condannato a due anni per ricettazione e appropriazione indebita). La tensione tra le due anime del movimento era salita al livello di guardia. Da un lato, il grosso degli amministratori locali e dei gruppi parlamentari, l'apparato riunito attorno a Calderoli e a Giancarlo Giorgetti, il silenzioso e potente presidente della commissione Bilancio della Camera, uno dei pochi ammessi a contraddire Bossi. Dall'altro, la Sacra Famiglia che fa da cordone sanitario al Senatur, composta dalla vice-presidente del Senato Rosy Mauro, dai capogruppo Federico Bricolo (fedelissimo del governatore veneto Luca Zaia) e Marco Reguzzoni e da Manuela Marrone, tra i cinque fondatori della Lega con il primo statuto del 1986 e soprattutto moglie del ministro: la custode della purezza padana.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/arriva-la-lega-sud/2133154/24

Bagnasco: "Fate più figli E' in pericolo la democrazia"

Il cardinale alla festa della Madonna della Guardia striglia italiani e liguri. "La Liguria si trova nelle primissime posizioni in quella che è una vera e propria corsa verso la morte. Dietro ad una bassa demografia sta una catastrofe culturale grave". In migliaia alla festa. Un accenno alla vertenza della Fiat: "Auspico che questa vertenza si risolva nel modo migliore per tutti. Le parole del Capo dello Stato vanno in questa linea"

di NADIA CAMPINI

Dall'alto della Madonna della Guardia, il cardinale di Genova Angelo Bagnasco, presidente della Cei, striglia italiani e liguri. Si fanno troppo pochi figli: "Che gli altri Paesi non se ne preoccupino è scontato, ma che non ce ne preoccupiamo e non ce ne occupiamo noi, è stolto. La Liguria si trova nelle primissime posizioni in quella che è una vera e propria corsa verso la morte".



Il cardinale ha dedicato la sua omelia per le celebrazioni del 520esimo anniversario dell'apparizione della Madonna della Guardia al tema della famiglia lanciando l'allarme sulla scarsa natalità, e ha puntato il dito contro chi ha responsabilità pubbliche: "Trascurare la famiglia nelle sue esigenze economiche - ha detto - significa sgretolare la società stessa. Per contro, mettere in atto delle politiche adeguate ai reali bisogni della famiglia perché possa avere dei figli con sufficiente serenità, significa guardare lontano, assicurare un corpo sociale stabile".

Bagnasco ha usato parole ancora più dure mettendo in rapporto demografia e democrazia e sottolineando che la Chiesa da molto tempo ripete che in Occidente "dietro ad una bassa demografia sta una catastrofe culturale grave".

Migliaia di persone sono arrivate in autobus o a piedi per ascoltare il cardinale al Santuario della Guardia, appuntamento tradizionale per i genovesi. A rappresentare le istituzioni, l'assessore comunale Gianni Vassallo, il presidente del Consiglio comunale Giorgio Guerello, il presidente della Provincia Alessandro Repetto e il sindaco di Ceranesi Omar Calorio. Guidavano la processione la banda e i tre Cristi delle confraternite.

Tutta la festa è stata incentrata quest'anno sui temi della famiglia e dei giovani ai quali già ieri sera il cardinale aveva dedicato l'omelia della vigilia, giovani che oggi si trovano spesso a fare i conti con i problemi del lavoro. Di questo ha partato a margine della celebrazione con un accenno alla vertenza della Fiat: "Auspico che questa vertenza si risolva nel modo migliore per tutti", ha detto il cardinale. "Le parole del Capo dello Stato vanno in questa linea. Spero che si risolva con un dialogo importante e intelligente".

http://genova.repubblica.it/cronaca/2010/08/29/news/bagnasco-6590376/

L’A3 ammazza i bambini. Un’estate di morte, e nessun ripensamento

L’A3 ammazza i bambini. Un’estate di morte, e nessun ripensamento

di Antonello Mangano

Una dodicenne è morta insieme al padre, nei pressi dei cantieri di Rosarno. Ad agosto, sull’A3, decine di bambini hanno rischiato di morire tra auto in fiamme, scontri tra vetture, zone di cantiere. Ma per l’Anas il problema non esiste. Chi chiede chiarimenti viene definito un “rapinatore”. Una critica è “pretestuosamente antagonista”. Vanno bene sono i comunicati di regime, secondo cui l’autostrada è “il vanto dell’Italia”, è “la più gettonata” e sarà completata nel 2013. Poco prima del Ponte…


Pietro Ciucci è un manager di successo, presiede la più importante società statale e nel corso del tempo ha cumulato numerosissime cariche. Sabrina aveva 12 anni ed era figlia di emigrati siciliani in Germania. Il primo continuerà la sua straordinaria carriera, la ragazzina invece è morta in un delirio di lamiere, restringimenti di carreggiata e birilli in fila per chilometri. Sono molti i bambini che hanno rischiato seriamente di morire quest’estate sulla Salerno - Reggio Calabria. Perlopiù figli di emigrati che con i genitori stavano tornando nei luoghi di origine. Gente che non prende l’aereo, ma torna in macchina con la famiglia per qualche giorno di mare.

Il 13 agosto, nei pressi dello svincolo delle Serre vibonesi, due adulti e sette bambini viaggiavano su un furgone Renault che, per cause non chiarite, è uscito di strada. Erano diretti a Gela. Gli adulti, una coppia di Pavia, hanno subito le ferite più gravi. L’uomo è stato portato con l’elisoccorso nell’ospedale di Catanzaro e la donna in quello di Vibo Valentia.

Il 16 agosto, quattro persone, tra cui due bambini, una di sei mesi e l’altro di sei anni, sono rimaste ferite in un incidente stradale nel tratto Vibo-Rosarno. Una delle due auto, una Golf, ha preso fuoco dopo essere finita contro le barriere di protezione. Il conducente è stato ricoverato in gravi condizioni all’ospedale di Vibo Valentia. Con la moglie e i due figli stavano andando dalla Germania in Sicilia, per le vacanze.

Il 25 agosto 2010, nel tratto tra Rosarno e Mileto, due persone sono morte e sei sono rimaste ferite in modo grave. Una Passat con a bordo una famiglia milanese (i genitori e una bambina di 7 anni) si è scontrata con un’altra auto. Salvatore Cavalieri, 56 anni, originario dell’agrigentino ma residente a Stoccarda e la figlia Sabrina, 12 anni, nata in Germania, sono deceduti. Feriti la moglie e altri due figli. Le auto viaggiavano entrambe verso nord, per il rientro dalle ferie.

A mano armata
La storia del nostro Paese è piena di incompiute e cantieri eterni. Ma oggi assistiamo a qualcosa di più grave, ovvero l’assenza di ripensamenti e pudori. L’A3 è diventata durante l’estate una trappola infernale di fuoco e asfalto, con incidenti da film americano d’azione. Agli episodi letali vanno affiancati quelli meno gravi, le code infinite, i gravi disagi dovuti all’assenza per larghi tratti di corsie d’emergenza e piazzole di sosta. Ma nel comunicato ufficiale della società - ripreso acriticamente da tutti gli organi di stampa – l’A3 era la via “più gettonata” e non quella perennemente intasata.

Un’eccezione, effettivamente, c’è stata. In un post di 248 parole, uno dei blog del Sole 24 Ore ha banalmente notato a metà agosto che i cantieri aperti sono gli stessi dello scorso anno, un’osservazione più che sufficiente a scatenare una durissima reazione dell’Anas: le affermazioni del giornalista Maurizio Caprino sarebbero “non aggiornate e pretestuose”, avendo omesso ben 16 km di tratto fruibile. Caprino aveva concluso: “Servono quantomeno chiarimenti”. “Devo notare come la Sua richiesta perentoria di informazioni appaia come ‘una rapina a mano armata’”, risponde pubblicamente Giuseppe Scanni, direttore relazioni esterne dell’Anas, lamentando “un atteggiamento pretestuosamente antagonista” dell’organo di Confindustria.

Non finisce qui. Caprino conduce una visita sul tratto tra Lauria e Padula, accompagnato dai tecnici Anas. “Riconosciuto il lavoro del personale dell’Anas sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria”, si legge trionfalmente su stradeanas.it, che ripubblica il nuovo post del giornalista del Sole 24 Ore.

Il pedaggio
L’Italia è in crisi, le casse pubbliche esangui. All’inizio di luglio il governo inventava quindi nuove fonti di finanziamento, tra cui tasse varie e nuovi pedaggi, per esempio sul Grande Raccordo di Roma. E sull’A3, almeno sui tratti completati, si annunciava l’introduzione del pagamento alla fine del 2011. Sembrava uno scherzo. “E’ ora di dire basta con la retorica sulla Salerno-Reggio Calabria come la vergogna d’Italia. Io credo che, invece, sia il vanto dell’Italia”, spiega Ciucci, annunciando l’ennesima data di completamento. Questa volta sarà il 2013.

“La Salerno – Reggio Calabria non è un errore. E’ un modello. E’ costata decine di volte in più rispetto alla previsione iniziale. In un video di molti anni fa Ciucci diceva a proposito del collegamento stabile sullo Stretto: ‘La prima pietra la metteremo nel 2005’. E Zamberletti: ‘Il Ponte sarà aperto nel 2010’”, spiega Luigi Sturniolo della Rete No Ponte.
Un modello che implica uno spreco enorme di denaro pubblico. Ma non solo. Pietro Ciucci non è imputabile di omicidio, e neanche di infanticidio. Nessun tribunale – giustamente – lo condannerà mai. Ma i morti sull’A3 non nascono dal caso. Sono il frutto inevitabile di un modus operandi basato sul ritardo, l’inefficienza, il massimo guadagno per il privato, la presenza stabile – e non l’infiltrazione – di gruppi mafiosi (sono già cinque le indagini della magistratura su mafia e appalti). Le dichiarazioni e gli atteggiamenti citati dimostrano che non c’è alcuna intenzione di cambiare. Anzi, chi fa semplici osservazioni è “pretestuoso” e “antagonista”. Chi chiede informazioni è un “rapinatore”. Proseguiranno allo stesso modo, fino al Ponte sullo Stretto. L’ottusità dell’Anas è quella dei poteri senza controlli. I movimenti dal basso, in questo momento, diventano l’unico baluardo di democrazia sul territorio. Non stanno chiedendo grandi cose. Semplicemente, vogliono che i cittadini possano spostarsi senza morire, anche nell’estremità della penisola.

http://www.terrelibere.it/terrediconfine/4044-l-a3-ammazza-i-bambini-un-estate-di-morte-e-nessun-ripensamento

Numero chiuso, al via i test, si comincia con i camici bianchi

Numero chiuso, al via i test, si comincia con i camici bianchi

Giovedì 2 settembre in tutta Italia la prova di ammissione a Medicina e chirurgia: due ore e 80 domande a risposta multipla. Poi toccherà a odontoiatri, architetti, professioni sanitarie. Ultimi, il 20 settembre, gli aspiranti insegnanti. Ma ogni ateneo può in autonomia stabilire tetti al numero di iscritti in quasi tutte le facoltà

di SALVO INTRAVAIA

ROMA - Al via i test per le facoltà a numero chiuso. Dopo un'intera estate passata sui libri, giovedì 2 settembre, in contemporanea in tutta Italia, si svolgerà la prova di ammissione alla facoltà di Medicina e chirurgia. I posti messi a disposizione per tutti gli atenei italiani dal ministero sono 8.755, ma i candidati sono 90 mila circa. Ce la farà a vestire il camice bianco soltanto uno su dieci. In due ore, ragazzi e ragazze saranno chiamati a risolvere 80 domande a risposta multipla, predisposte da una apposita commissione incaricata dal ministro: quaranta di cultura generale e ragionamento logico, diciotto di biologia, undici di chimica e undici di fisica e matematica.

Conquisteranno il diritto ad iscriversi alla facoltà di medicina coloro che si piazzano entro il numero dei posti disponibili per ogni facoltà. Il giorno successivo, venerdì 3 settembre, sarà la volta degli aspiranti odontoiatri. Per tutti coloro che desiderano laurearsi in Odontoiatria e protesi dentaria il numero di posti messo a disposizione dai tecnici ministeriali è esiguo: appena 789 in tutto. Alla Sapienza, l'ateneo più grande d'Italia e d'Europa, saranno ammessi soltanto 58 aspiranti. Anche per loro 80 quesiti a risposta multipla da risolvere in due ore. E lunedì 6 settembre completano il turno i candidati alla facoltà di Veterinaria, che avranno in tutto 1.006 posti.

La kermesse dei test universitari continua il 7 settembre con gli aspiranti architetti. I diplomati, per accaparrarsi uno dei 9.265 posti messi a concorso dovranno rispondere ad 80 domande di cultura generale, storia, disegno e rappresentazione e matematica e fisica, ma avranno a disposizione qualche minuto in più dei colleghi di medicina: 2 ore e 15 minuti. Chiudono questa prima fase di test di accesso alle facoltà a numero programmato nazionale i candidati alle cosiddette Professioni sanitarie: infermieri, ostetriche, logopedisti, fisioterapisti, ecc. Complessivamente, sono 28.135 i posti disponibili per l'anno accademico 2010/2011, di cui 16.336 facenti capo a scienze infermieristiche. Negli ultimi anni, le professioni sanitarie hanno registrato un boom iscrizioni dovuto al fatto che l'elevata richiesta da parte del mercato del lavoro di figure paramediche specializzate, assicura una rapida collocazione in ambito lavorativo.

Gli ultimi a cimentarsi col quizzone di ammissione saranno coloro che vedono un futuro dietro la cattedra. La mattina del 20 settembre, gli aspiranti insegnanti si contenderanno i 4.828 posti per la facoltà di Scienze della formazione primaria. In due ore dovranno rispondere ad 80 quesiti: cultura linguistica e ragionamento logico; cultura pedagogico-didattica; cultura letteraria, storico-sociale e geografica; cultura matematico-scientifica. Per ogni risposta corretta il test prevede per tutte le facoltà un punto, per ogni risposta errata un quarto di punto in meno, zero punti per ogni risposta non data. Da quest'anno, la votazione conseguita alla maturità sarà presa in considerazione solo a parità di punteggio conseguito al termine delle prove.

La tornata dei test di ammissione non si conclude con le facoltà a numero programmato nazionale. Ogni ateneo può in autonomia stabilire tetti al numero di iscritti in quasi tutte le facoltà. Come avviene spesso per Ingegneria, Scienze della comunicazione, Psicologia, Scienze giuridiche ed Economia. In questo caso sono gli atenei, che si rivolgono a società specializzate, ad occuparsi della predisposizione dei test e della selezione. L'anno scorso, tra le polemiche dei fautori del numero chiuso e di coloro che considerano incostituzionale sbarrare la strada ai giovani con un test, furono oltre 100 mila i posti messi a concorso dalle singole università.


29 agosto 2010

http://www.repubblica.it/scuola/2010/08/29/news/test_universita-6591566/

Treni tedeschi, milioni di euro di risarcimento per l’aria condizionata guasta. E in Italia?

Treni tedeschi, milioni di euro di risarcimento per l’aria condizionata guasta. E in Italia?

In Germania è una sentenza che ha riempito di gioia i milioni di pendolari che ogni giorno viaggiano sulle linee ferroviarie tedesche. La società tedesca Deutsche Bahn dovrà versare un mega risarcimento ai viaggiatori di 2,7 milioni di euro. A quale titolo? A luglio, quando l’ondata di caldo si è fatta sentire, i nuovi treni hi tech della compagnia D.B. hanno registrato dei guasti agli impianti di aria condizonata. Il disservizio ha causato malori a diversi passeggeri. In un caso sono dovute addirittura intervenire le ambulanze per soccorrere una scolaresca disidratata. I treni, infatti, sono sigillati e non è prevista la possibilità di aprire i finestrini in corsa o quando il treno è fermo. I risarcimenti hanno riguardato 23mila viaggiatori, ma altre richieste sono la vaglio e non è escluso che il giudice dia ragione agli utenti e che la cifra per la Deutsche Bahn possa salire.

E in Italia? Carlo Rienzi presidente del Codacons, l’associazione di tutela dell’ambiente e dei consumatori, dichiara: “Da noi questo sarebbe impossibile oggi. Ci auguriamo che la concorrenza sulle ferrovie italiane si faccia anche sulla base del rispetto dei diritti degli utenti. Questa dei rimborsi della società tedesca – continua Rienzi – è una lezione di quanto alto sia da loro il rispetto per il cliente. Da noi, invece, succede che un nostro utente abbia fatto causa a Trenitalia 4 anni fa per un problema che aveva a che fare sempre con gli impianti di condizionamento, ma quella volta a mancare era quello di riscaldamento, un intercity Roma – Latina, fuori e dentro temperature da brividi. Nonostante il nostro associato abbia già vinto in primo grado con un risarcimento pari a 500 euro, una cifra esigua, Trenitalia ha fatto ricorso in appello. Facendo spendere migliaia di euro ai contribuenti di spese legali”.
E gli episodi di guasti o disservizi sui nostri treni, di certo non mancano in questo periodo. Pochi giorni fa sui giornali locali di Parma veniva riportata la notizia che un uomo, dopo essere andato in escandescenze a causa della rottura dell’impianto di aria condizionata su un treno regionale che da Parma era diretto a Milano, ha deciso di bloccare per venti minuti una delle porte automatiche del vagone su cui viaggiava, obbligando il personale di servizio a chiamare la Polizia ferroviaria. Il viaggiatore si rifiutava di far ripartire il treno se prima non fosse stata riattivata l’aria condizionata. E’ dovuta intervenire la Polfer che ha trascinato via l’uomo e per lui è scattata una denuncia per interruzione di pubblico servizio, con annessa multa.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/29/treni-tedeschi-milioni-di-euro-di-risarcimento-per-laria-condizionata-guasta/54354/

Cannes, italiano muore in carcere Aveva parlato di soprusi

Era stato arrestato, nel marzo scorso, in un Casinò della Costa Azzurra con l'accusa di falsificazione e uso improprio di carta di credito. Cinque mesi dopo, Daniele Franceschi, 31 anni, carpentiere di Viareggio, sposato, separato e padre di un bambino di 9 anni, è morto in una cella del carcere di Grasse, nell'entroterra di Cannes, in circostanze tutte da chiarire. Lo riferiscono oggi alcuni quotidiani locali. Franceschi in questi mesi ha scritto diverse lettere alla madre Cira Antignano raccontando anche di aver subito soprusi, maltrattamenti e di non essere stato curato quando aveva la febbre molto alta.


Il decesso, secondo le autorità francesi, sarebbe avvenuto nella notte tra martedì e mercoledì scorsi, ufficialmente «per arresto cardiaco». I familiari hanno appreso la notizia dopo tre giorni e ieri l'hanno comunicata ai quotidiani. Martedì 31 agosto è in programma l'autopsia all'istituto di medicina legale di Nizza. Il legale della famiglia ha già chiesto che vi prenda parte un medico italiano di fiducia.
Cira Antignano, la madre di Daniele Franceschi, dichiara alle agenzie: «Abbiamo saputo che un medico di fiducia italiano avrebbe potuto seguire l'autopsia su mio figlio. Ma non sapevamo come procurarcelo. Così, ho mandato venerdì un fax al ministero della Giustizia chiedendo aiuto, chiedendo di avere un medico legale da portare dall'Italia, ma non ho ricevuto risposta. Domani ci sarà l'autopsia, poi forse potremo trasferire la salma a casa. Ma i francesi, sull'esito dell'esame, potranno raccontarci quello che vorranno».
Franceschi era andato in vacanza in Costa Azzurra nel marzo scorso con alcuni amici. Il gruppo aveva deciso di trascorrere una serata al casinò ma quando Franceschi si era presentato a pagare le fiche esibendo una carta di credito gli addetti si sono accorti che qualcosa non andava e hanno chiamato la gendarmeria, che ha arrestato l'italiano.
L'avvocato Aldo Lasagna sta seguendo il caso per la famiglia che vuole chiarezza e fa appello alle autorità italiane e al console per capire cosa sia accaduto in quella cella del carcere di Grasse.


29 agosto 2010

http://www.unita.it/news/mondo/102885/cannes_italiano_muore_in_carcere_aveva_parlato_di_soprusi

L'addio dei marines senza vittoria a Bagdad resta il fantasma del Libano

Invincibili ma non vittoriosi gli americani lasciano l'Iraq. Senza un saluto, senza un addio. In sette anni più di un milione di soldati Usa si sono avvicendati in questo Paese. La gente non sa se essere soddisfatta o preoccupata della partenza delle truppe straniere per la situazione in cui la lasciano

di BERNARDO VALLI



BAGDAD - Il primo soldato americano che ho incontrato sette anni fa non aveva più di vent'anni. Era di New York e aveva un'espressione smarrita. Forse soltanto stupita. Era appena entrato nella capitale nemica, l'aveva espugnata, ma non sapeva contro chi puntare il fucile automatico. Nessuno lo minacciava. Sulla piazza, nel quartiere popolare allora chiamato Saddam City e poi ribattezzato Sadr City, c'erano soltanto centinaia di ragazzi preoccupati di mettere al sicuro il loro bottino: frigoriferi, armadi, ventilatori, seggiole, materassi, appena rubati nei ministeri, negli ospedali, nei commissariati di polizia, nelle caserme abbandonate. Quei ragazzi non guardavano neppure quel soldato americano mandato in avanguardia nel labirinto di Bagdad. A loro importava che non ci fossero più poliziotti e soldati iracheni nei paraggi. Erano tutti scomparsi.

Se l'erano svignata. E lui, il giovane marine di New York, era stupito di non imbattersi in qualche nido di resistenza. Invece della battaglia che si aspettava assisteva ad un saccheggio. Forse, pensò, gli iracheni festeggiano cosi la fine della dittatura.

Comunque ai suoi occhi la guerra appariva ormai conclusa. Di questo era sicuro. Ed era altrettanto certo di averla vinta. E invece tutto stava per cominciare.

Dopo quel marine, che fu tra i primi a entrare a Sadr City, nei sette anni successivi più di un milione di soldati americani si sono avvicendati in Iraq. Quasi tutti adesso sono partiti. E dopo avere raggiunto il vicino Kuwait sono ritornati in patria o sono stati smistati in Afghanistan. Ma se ne sono andati senza cantare vittoria, anche se con il piglio di soldati di un grande esercito potente e invincibile. Nell'epoca dei conflitti asimmetrici una forza armata tradizionale (confrontata a realtà sociali e culturali ostili, da cui emergono guerriglie che agiscono nella clandestinità, e col terrorismo), può infatti essere militarmente invincibile ma non vittoriosa. L'avventura in cui è stata impegnata dal potere politico si rivela in tal caso fallimentare.

È accaduto altrove negli ultimi decenni ed è accaduto in Iraq. Dove le bombe continuano ad esplodere, dove il nuovo esercito iracheno non è sicuro di garantire la sicurezza prima del 2020, e dove la gente non sa se essere soddisfatta per la partenza delle truppe straniere d'occupazione o essere preoccupata per la situazione in cui esse hanno abbandonato il Paese. Molti dicono: "Hanno cominciato consentendo un saccheggio e ci lasciano nelle peste". Non pochi sono coloro che rimpiango Saddam. Ma è un rimpianto dettato dalla collera o dalla paura. È il "si stava meglio quando si stava peggio" che non va interpretato alla lettera. Non ci sono stati comunque sventolii di fazzoletti da parte della popolazione e nessuno ha rivolto un saluto riconoscente ai soldati in partenza, che hanno portato un po' di democrazia. Il valore di quest'ultima, nei limiti in cui è stata realizzata, è giudicato dai più inferiore a quello della sicurezza.

Neanche un saluto! Eppure quel milione e più di soldati non erano fantasmi. I fantasmi non muoiono e qui di americani ne sono morti quattromila quattrocento. E nei sette anni di loro presenza almeno centomila iracheni sono morti, secondo calcoli al ribasso. Probabilmente il doppio. La stragrande maggioranza degli iracheni comuni non ha avuto contatti normali diretti con gli americani. Anche questo spiega la freddezza per la loro partenza. Li ha visti insaccati nelle loro tute, nascosti dietro lenti scure, con le armi puntate, che sfrecciavano a bordo di veicoli blindati (gli Humvees) nelle città e villaggi. Nessuno si è mai imbattuto in un militare americano isolato, e ancor meno disarmato, in una strada di Bagdad. E ancor meno in un caffè in compagnia di una donna o di un amico autoctono. Lo impedivano tante cose: i costumi locali, la diffidenza, e anzitutto il rischio di essere presi di mira da un terrorista. Quindi uccisi o rapiti.

Un esercito di centosettantamila uomini (quale era quello americano negli anni più intensi del conflitto) fa vivere un folto numero di persone addette ai servizi o di commercianti. Non è stato cosi in Iraq. Escluso un esiguo numero di iracheni, i civili impiegati nelle basi militari, o attorno ad esse, erano e sono stranieri: se non americani, provenienti da Paesi emergenti. Dalle Filippine all'India. Oppure dall'America Latina e dall'Europa. Da fuori, dall'estero, venivano anche i viveri. Acqua minerale compresa. Sul piano dei normali contatti umani (e in gran parte anche di quelli economici) è stato un esercito di fantasmi.

Tra quarantotto ore ne rimarranno soltanto cinquantamila, non più ufficialmente "combattenti", ma nella veste di consiglieri. E con loro resta una Bagdad che sembra un campo trincerato. Una capitale sfregiata da centinaia di chilometri di muri di cemento armato, dietro i quali sono trincerati ministeri, caserme, alberghi, case private, interi quartieri. E strade sfondate, spesso sommerse dalle immondizie, ed edifici diroccati, feriti dalle autobombe dei kamikaze. Al centro della metropoli la famosa Green Zone, città nella città dove sono rinchiusi vip politici e rappresentanze diplomatiche. Anzitutto quella degli Stati Uniti. Loro al sicuro, blindati, e noi fuori, esposti a tutte le insidie. È inevitabile, ma non suscita simpatia.La situazione è paradossale, mi dicono i redattori di Al Sabah (Il Mattino), quotidiano governativo. Paradossale perché la parziale partenza degli americani è fonte al tempo stesso di soddisfazione e di paura. Il ritiro delle truppe di occupazione appaga l'orgoglio nazionale, ma accentua l'angoscia per la sicurezza. Ed anche la sfiducia nelle autorità nazionali, che non sono neppure in grado di assicurare acqua ed elettricità.

La raffica di attentati quasi simultanei di mercoledì scorso (cinquantasei morti e centinaia di feriti in tredici città, a nord e a sud del Paese) ha dimostrato che l'opposizione armata, ormai dedita soltanto al terrorismo, è in grado di promuovere operazioni a vasto raggio. E non è garantito che polizia ed esercito nazionali siano in grado di affrontarle o prevenirle.Gli attentati del 25 agosto sono subito stati rivendicati da Al Qaeda (la versione irachena, che unisce varie organizzazioni clandestine), con un comunicato in cui si dice che "le ali della vittoria spazzeranno via anche il nuovo giorno".Una frase che sembra una sfida alla "Nuova Alba", il nome dato dagli americani all'operazione che comincia il primo settembre. Il primo ministro Nuri al-Maliki ha subito reagito ordinando a esercito e polizia di intensificare la sorveglianza (ha dichiarato l'"allerta massima") e con un messaggio televisivo ha invitato gli iracheni a tenere gli occhi aperti, a denunciare senza esitare qualsiasi movimento sospetto.

Mercoledi sarà un giorno cruciale. Il generale Oderno, comandante delle truppe Usa, passerà le consegne a un generale iracheno, e poi lascerà Bagdad. E da quel momento gli americani che restano non saranno più, almeno ufficialmente, dei "combattenti". Reale o fittizia, la transizione ha un forte valore simbolico.

In un ristorante sulla riva del Tigri, a tarda sera, alla fine del quotidiano digiuno del Ramadan, incontro un notabile politico della città di Falluja, dove si trovano numerosi appartenenti a Sawa. Sawa è la milizia creata dagli americani con i sunniti recuperati dall'insurrezione armata. Molti erano militari dell'esercito di Saddam. In un primo tempo si sono alleati con Al Qaeda per opporsi al potere degli sciiti e agli americani, poi hanno finito per divorziare dagli integralisti religiosi che praticavano il terrorismo. E si sono affiancati agli americani. Adesso, mi dice l'uomo di Falluja, i capi di Sawa si preparano a formare gruppi di autodifesa autonomi. Si aspettano infatti un'influenza sempre più forte degli iraniani sulle autorità sciite che controllano esercito e polizia. E quindi non si fidano. Pensano che Teheran colmerà il vuoto lasciato dagli americani e spingerà i partiti sciiti ad inasprire l'ostilità nei confronti dei sunniti. Destinati ad essere ancor più emarginati. A Falluja sono convinti che gli iraniani agiscano sia a livello politico, sia nella clandestinità.

Chiedo al notabile di Falluja se l'Iran non sia diventata un'ossessione. E lui, per provare quel che afferma, mi dà elementi che non sono ovviamente in grado di verificare. All'Iran sono attribuiti, non sempre a torto, molti dei malanni che affliggono il Paese, mentre gli americani allentano la presa. Sarebbero loro, gli iraniani, grazie ai rapporti con i partiti sciiti iracheni, a rendere ancora impossibile, o difficile, la formazione di un governo sei mesi dopo le elezioni legislative di marzo. E sarebbero sempre loro ad alimentare il terrorismo, attraverso gruppi clandestini su cui esercitano una forte influenza.

Tra i tanti paradossali effetti dell'intervento americano in Iraq forse il più ricco di conseguenze è l'emergere di una maggioranza sciita. Essa è senz'altro legittima, perché uscita dalle urne, ma è anche sconvolgente, perché ha risvegliato dopo secoli lo slancio di una comunità a lungo frustrata, che ora vive un clima risorgimentale. Ed essa esige il potere a Bagdad, ma è divisa, rissosa al suo interno, e non riesce a realizzare il suo secolare progetto. Lo slancio sciita iracheno favorisce per molti aspetti l'Iran, potenza sciita e principale nemico degli Stati Uniti. Questo mette in allarme l'intero mondo sunnita. Arabia Saudita in testa. Insomma l'Iraq è diventato un campo di battaglia, in cui intervengono tante forze straniere, e sul quale gli americani, perlomeno in apparenza, limitano il loro intervento. Questo fa pensare al tragico Libano degli anni Ottanta. Ma assai più grande.

http://www.repubblica.it/esteri/2010/08/30/news/marines_iraq-6613355/?ref=HRER1-1

A Montecity Santa Giulia l’asilo non si fa, terreno inquinato da metalli pesanti e Pcb

Il report dell'Arpa blocca l'inaugurazione della struttura prevista per settembre. Nell'area è stato trovato materiale tossico. Solo poche settimane fa il sindaco Mortatti aveva detto che non c'era pericolo. Ora è costretta a fare marcia indietro
“Metalli Pcb (inquinanti persistenti altamente tossici) e vapori di solventi nei gas interstiziali”. Sono queste le sostanze tossiche trovate dall’Arpa (l’agenzia regionale per l’ambiente) nel terreno di Montecity Santa Giulia, l’area, a sud di Milano, dell’imprenditore Luigi Zunino messa sotto sequestro dalla procura poche settimane fa. Le sostanze tossiche sono state individuate nel terreno dove il Comune ha fatto costruire l’asilo nido e la scuola materna. In settembre la struttura avrebbe dovuto accogliere 134 bambini. Eppure, solo tre settimane fa, i vertici di palazzo Marino giuravano che non c’era alcun rischio e che l’asilo sarebbe stato aperto. Adesso, di fronte a inequivocabili risultati delle analisi sulle sostanza cancerogene presenti nell’area, il sindaco Letizia Moratti è costretta a dire: “Con la salute dei bambini non si scherza”. Ma che fine faranno i bambini iscritti alla scuola Santa Giulia?

“Saranno divisi”, dichiara l’assessore alla Politiche sociali Mariolina Moioli. I neonati andranno in viale Ungheria, mentre gli 84 bambini della materna verranno collocati nella scuola di via Serbelloni. I genitori non sono stati ancora contattati, l’assessore promette al Corriere della Sera “lo faremo lunedì”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/28/a-montecity-santagiulia-lasilo-non-si-fa-terreno-inquinato-da-metalli-pesanti-e-pcb/54222/



La storia dell’area Monte-city Rogoredo è lunga. L’intera area era stata sequestrata lo scorso luglio a seguito del ritrovamento di sostanze tossiche, persino nelle falde acquifere. Sotto accusa andò l’imprenditore Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche. L’inchiesta era nata molti mesi prima da un’indagine finanziaria sui fondi neri accantonati proprio da Grossi, legato a tutti i più importanti politici lombardi: dal governatore Roberto Formigoni al deputato Giancarlo Abelli sino al premier Silvio Berlusconi.

Belgio, pedofilia: registrazione telefonica proverebbe la ‘copertura’ del card. Danneels

I giornali belgi hanno dato ieri ampio risalto alla trascrizione di registrazioni effettuate all’insaputa del cardinale Godfried Danneels, ex primate del paese. In una di esse il porporato chiederebbe a una vittima delle attenzioni del vescovo di Bruges, Roger Vangheluwe (dimessosi quattro mesi fa dopo aver ammesso di aver violentato suo nipote), di non denunciare gli abusi e, semmai, di attendere l’imminente pensionamento del prelato. “Penso che non faresti un favore né a lui né a te stesso urlando il tuo caso ai quattro venti e infangando il tuo nome”, dice Danneels nel documento audio, registrato quindici giorni prima le dimissioni di Vangheluwe. La vittima ha deciso di rendere pubbliche le testimonianze per non essere accusata di ricattare le gerarchie ecclesiastiche.

http://www.uaar.it/news/2010/08/29/belgio-pedofilia-registrazione-telefonica-proverebbe-copertura-del-card-danneels/

La strage delle balene alle isole Far Oer

Trascurata dagli organismi internazionali, la racconta la Stampa

In mezzo all’annoso dibattito sulla caccia alle balene, e in particolare sulle deroghe concesse o pretese dalle navi giapponesi rispetto alla moratoria internazionale, oggi Fabio Pozzo racconta sulla Stampa del trascurato caso delle isole Far Oer, dove ogni anno si uccidono mille esemplari delle piccole balene Globicefale.

L’arcipelago delle Faroer, o Føroyar nell’idioma locale, lingua imparentata con l’islandese e con alcuni dialetti della Norvegia occidentale, si erge sull’Atlantico tra l’Islanda e le Shetland con l’impeto di un’onda.Diciotto giganti di basalto, diciassette abitati. Sono emersi trenta milioni di anni fa dal blu dell’Oceano, sotto una spinta vulcanica che ha disegnato falesie vertiginose, scure e minacciose. Così brutali a vedersi da intimare l’altolà a coloro che si avvicinano dal mare, quasi fossero sentinelle d’un segreto. Quello di un patrimonio naturale di rara bellezza, costituito da fiordi profondi, valli che s’addolciscono nel verde dell’erba folta e grassa, scorci mozzafiato. Ma anche il mistero di riti che spezzano il cuore. È qui, infatti, che si combatte l’ultima battaglia degli ambientalisti. Qui, il nuovo fronte, dopo la «trincea» della baja di Taiji, quella della mattanza giapponese dei delfini, e dell’Isola de-la-Madeleine, in Canada, dove si uccidono a bastonate i cuccioli di foca.Alle Faroer si può arrivare con la nave, ma anche dal cielo: ed è un’esperienza forte. L’aereo s’infila nelle nuvole, perde repentinamente quota sino ad atterrare sul sessantaduesimo parallelo. Poi si lascia l’aeroporto dell’isola di Vagar, costruito dai militari inglesi durante la Seconda guerra mondiale, striminzito come un deposito d’autobus e, il più delle volte, ci s’immerge nel nulla. Le nuvole sono così basse che toccano l’asfalto. È come viaggiare nell’ovatta, lungo il saliscendi continuo della rete stradale – perfetta, tunnel compresi – che porta a Tòrshavn.

http://www.ilpost.it/2010/08/30/la-strage-delle-balene-alle-isole-far-oer/

Il sindaco: «Finchè ci sarò io gli islamici non potranno riunirsi»


Il primo cittadino leghista Marco Colombo ha negato la possibilità di effettuare la preghiera comunitaria del venerdì allo Sporting di Lisanza: "Quello è un luogo di sport. I musulmani possono pregare ognuno a casa propria"

Il sindaco di Sesto Calende Marco Colombo non si fa impressionare dalle parole del suo predecessore Caielli, che lo accusa di discriminare i musulmani negando loro il diritto di pregare al venerdì.

Anzi, rivendica orgogliosamente la decisione di non permettere la preghiera comunitaria allo Sporting di Lisanza: «Prima di dire che quel luogo non è idoneo alla preghiera, essendo una associazione sportiva, - risponde Colombo – voglio anche confermare che il mandato elettorale affidatoci dai cittadini è chiaro: a Sesto Calende, finchè ci saremo noi, i musulmani non potranno pregare in comunità e questo è il primo impegno che ci siamo presi. Questo non significa che gli islamici non possano pregare ognuno a casa propria, rispettiamo la loro religione e per il resto continueremo a dare loro i servizi a cui hanno diritto come tutti gli altri».

Infine arriva la frecciata a Caielli: «Lo stesso ex-sindaco, quando era in carica, non permise la preghiera agli islamici quindi non accettiamo lezioni di tolleranza da lui – conclude Colombo – infine vorrei dire a Caielli di smetterla di scrivere perchè noi facciamo i fatti, lui solo le parole». Il sindaco di Sesto Calende Marco Colombo non si fa impressionare dalle parole del suo predecessore Caielli, che lo accusa di discriminare i musulmani negando loro il diritto di pregare al venerdì. Anzi, rivendica orgogliosamente la decisione di non permettere la preghiera comunitaria allo Sporting di Lisanza: «Prima di dire che quel luogo non è idoneo alla preghiera, essendo una associazione sportiva, - risponde Colombo – voglio anche confermare che il mandato elettorale affidatoci dai cittadini è chiaro: a Sesto Calende, finchè ci saremo noi, i musulmani non potranno pregare in comunità e questo è il primo impegno che ci siamo presi. Questo non significa che gli islamici non possano pregare ognuno a casa propria, rispettiamo la loro religione e per il resto continueremo a dare loro i servizi a cui hanno diritto come tutti gli altri». Infine arriva la frecciata a Caielli: «Lo stesso ex-sindaco, quando era in carica, non permise la preghiera agli islamici quindi non accettiamo lezioni di tolleranza da lui – conclude Colombo – infine vorrei dire a Caielli di smetterla di scrivere perchè noi facciamo i fatti, lui solo le parole».


http://www3.varesenews.it/varese/articolo.php?id=180967

Uk: “La modella e il deforme”. E’ polemica sul reality

Uk: “La modella e il deforme”. E’ polemica sul reality

di Teresa Scerillo

Sulla tv inglese arriva “La bella e la bestia”: una coppia in una casa di Londra con specchi alle pareti. Lei bella, attraente, perfetta; lui con il viso e il corpo pesantemente sfigurato. MediaWatch: “Voyeurismo nel nome del divertimento”.
L’hanno chiamato “La bella e la bestia”, ma non e’ una favola: e’ un reality, l’ennesimo reality che fa discutere in Gran Bretagna. L’idea, scrive il Daily Mail e’ degli autori di Channel 4, gli stessi che hanno gia’ portato sullo schermo “Cuts offs” (sei persone con disabilita’ su un’isola deserta alle prese con la sopravvivenza e la convivenza forzata) e “Arrange me a marriage” (amici e familiari mobilitati per trovare, con tutti i mezzi possibili, un partner a una persona single).




SANO E DEFORME INSIEME - Due persone, probabilmente un uomo e una donna, saranno costrette ad una forzata convivenza in una casa di Londra, con alcune selezionate tramite uscite per strade e in centri commerciali: ma se la prima (quasi certamente lei) sara’ una persona molto bella e attraente, con lineamenti perfetti ed evidente sex appeal, l’altra (lui) avra’ invece un viso fortemente sfigurato o un corpo deturpato. L’immagine dell’una sara’ l’esatto contrario di quella dell’altro: l’emblema della bellezza da una parte, il “mostro” dall’altra. Perfezione e deformità fisica, il “sano” e il “deforme” nella stessa casa.

MISERO DIVERTIMENTO - E per ricordare questa profonda differenza, le pareti della casa saranno coperte integralmente da grossi specchi, per esaltare – agli occhi degli stessi protagonisti – la grande dissonanza del loro apparire. Non mancano, naturalmente, le polemiche: l’emittente difende la buona fede degli autori, sostiene di non fare altro se non mostrare parti della societa’ reale e in fondo di voler favorire la riflessione su un certo fanatismo estetico, spingendo a ridefinire il concetto di bellezza. Da parte sua, l’organizzazione MediaWatch ha criticato aspramente il programma, definendolo “voyeuristico” e giudicando negativamente il format, costruito solamente “nel nome del divertimento” piu’ misero.

http://www.giornalettismo.com/archives/78564/uk-channel-4-reality-beauty-and-the-beast/

Cinque domande per Gheddafi

Cinque domande per Gheddafi

Mentre il paese guarda le hostess e i cavalli, l'Unità chiede conto al regime libico delle violazioni dei diritti umani

“Purtroppo le notizie sono scarse perché i giornalisti non hanno possibilità di muoversi liberamente nel paese di Gheddafi”, scrive Umberto de Giovannangeli sull’Unità di oggi introducendo cinque domande sul regime libico a cui non è facile ottenere risposta: per la ritrosia di Gheddafi e per il polverone circense mediatico sollevato a forza di hostess, cavalli e baracconate imbarazzanti avallate dal nostro governo.

1. Colonnello Gheddafi, che fine hanno fatto i 250 eritrei rinchiusi nei campi in Libia?
Per giorni sono stati segregati nel carcere di Brak, sottoposti a violenze fisiche e psicologiche. Oltre cento di loro avevano cercato di raggiungere l’Italia per veder riconosciuto il loro diritto di asilo. Sono stati ricacciati indietro. «Liberati» dal lager, di loro non si ha più notizia. Molti di loro sono costretti a una quotidianità di stenti, a dormire nelle strade, a vivere di elemosina. «Siamo trattati come bestie», è il loro disperato racconto. Chiedono di poter essere accolti in un Paese terzo. Nessuno gli ha dato ascolto.

2. Colonnello Gheddafi, perchè non sottoscrive la Convenzione di Ginevra sul diritto d’asilo?
Nonostante le sollecitazioni delle più importanti organizzazioni per i diritti umani, la Libia non ha ancora sottoscritto la Convenzione Onu sui rifugiati del 1951, il testo base che garantisce il rispetto dei diritti umani e la tutela di chi è costretto a fuggire dal proprio Paese. L’art. 33 parla del divieto di respingimento. Rapporti aggiornati di Amnesty International e Human Rights Watch, segnalano, documentandoli, numerosi casi di tortura da parte della polizia e dei servizi di sicurezza libici contro oppositori politici.

3. Colonnello, perché non apre le porte dei centri di accoglienza ai giornalisti?
Poter raccontare la realtà dei «centri di accoglienza» libici. Poter liberamente parlare con coloro che in quei centri sono passati. A chiederlo sono in tanti. A farsi portavoce della richiesta generale è soprattutto il presidente della Federazione nazionale della Stampa italiana (Fnsi), Roberto Natale. La richiesta della Fnsi è rivolta anche al Governo italiano affinché si faccia parte attiva per sostenerla con le autorità libiche. Finora, senza risultati. Per la stampa libera, la Libia rimane off-limits.

4. Signor Colonnello, è vero che lei ha chiuso tutti i centri di detenzione?
L’ambasciatore libico a Roma lo ha affermato pubblicamente: tutti i centri di detenzione nei quali venivano segregati tutti coloro – migliaia – che erano ritenuti da Tripoli «migranti illegali», sono stati chiusi. Le testimonianze raccolte da l’Unità danno conto di una realtà ben diversa: la stragrande maggioranza di questi centri detentivi sono ancora in funzione. Così come risultano proseguire le retate di eritrei, somali, nigeriani «colpevoli» di voler cercare un futuro in Europa, fuggendo da situazioni infernali.

5. Signor Colonnello, risulta che lei faccia affari con il premier Berlusconi. È vero?
Business nel campo televisivo, compartecipazione di società nel cui gruppo azionario sono presenti altre società legate alla famiglia del Premier o a quella del Colonnello. Il Guardian lo ha scoperto. L’Unità ne ha dato conto, subendo gli strali dell’onorevole Ghedini, avvocato di Silvio Berlusconi. Palazzo Chigi ha smentito qualsiasi rapporto di affari fra Berlusconi e Gheddafi. A farlo è anche un personaggio-chiave della partita: il produttore-finanziere franco-tunisino, Tarak Ben Ammar. I dubbi restano.

http://www.ilpost.it/2010/08/30/cinque-domande-per-gheddafi/

domenica 29 agosto 2010

Gheddafi show nella capitale "Islam diventi religione Europa"

L'arrivo del Colonnello per celebrare l'anniversario della firma del trattato di amicizia con l'Italia. Centinaia di ragazze ad attenderlo nella residenza dell'ambasciatore per la lezione di Corano. Tre si convertono, due se ne vanno stizzite: "Non ci hanno pagato". Per il leader libico un calendario fitto di appuntamenti privati

ROMA - Dopo una serie di cambi di programma, il colonnello Gheddafi è arrivato a Roma per celebrare il secondo anniversario della firma del trattato di amicizia fra Italia e Libia. Sempre imprevedibile, Gheddafi è atterrato a Ciampino dopo le 13. L'arrivo a Roma era stato inizialmente annunciato per questa sera, poi anticipato a ieri e infine fissato per oggi.

Gheddafi è sceso dall'aereo scortato da due amazzoni. Vestito con un abito tradizionale libico, è stato accolto dal picchetto d'onore, dal ministro degli Esteri, Franco Frattini e dall'ambasciatore libico Hafed Gadur. Il colonnello è stato chiamato dai tanti giornalisti e fotografi presenti sulla pista d'atterraggio e si è girato salutando. Poi, a bordo della sua tradizionale limousine bianca, ha raggiunto la residenza dell'ambasciatore libico, in zona Cassia, dove stavolta è stata piantata la sua inseparabile tenda e dove sarà ospitato durante i due giorni di visita a Roma.

Lezione di Corano alle hostess. Ad attendere il suo arrivo nella residenza dell'ambasciatore centinaia di ragazze, reclutate dall'agenzia Hostessweb. Alla fine saranno quasi 500. Eleganti, multietniche, alcune vestite anche con il caratteristico velo islamico, le hostess si sono raggruppate all'Accademia libica intorno alle 12.30. "Ci hanno dato pochissime istruzioni" ha ammesso una delle ragazze. Un'altra ha fatto sapere che la giornata che le hostess passeranno con Gheddafi "non è retribuita". Un fatto che ha provocato qualche malumore. La volta scorsa, nel novembre scorso, ciascuna di loro aveva percepito un 'gettone' di 50 euro.

Il Colonnello ha tenuto una lezione di Corano a tutte le presenti. Un incontro che sarà replicato domani. "L'Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l'Europa". E' una delle frasi pronunciate dal Colonnello, a quanto racconta una delle ragazze, Erika, uscendo dall'Accademia libica. Per tutte in regalo una copia del Corano. "E' stato molto pacato e tranquillo ci ha regalato una copia del Corano", ha riferito un'altra delle hostess.

Il leader libico ha invitato le fanciulle presenti a "convertirsi e seguire 'l'ultimo dei profetì", ovvero Maometto. Tre delle ragazze, secondo il racconto di una delle presenti, si sono in effetti convertite di fronte al colonnello.Con una sorta di "rito veloce", Gheddafi ha 'suggellato' la loro scelta.

Un'altra hostess, Tiziana, ha raccontato che il buffet non presentava alimenti a base di carne. Un buffet tutto italiano: pizza, tramezzini. "E' stata una cerimonia molto formale, organizzata meglio del novembre scorso". La ragazza ha poi riferito che nel corso della cerimonia "sono state rispettate tutte le nostre abitudini. E Gheddafi ha più volte sottolineato che la donna è libera, anche in Libia, dove può accedere a qualsiasi professione".

Una parte delle hostess era già stata nella residenza dell'ambasciatore libico per incontrare il colonnello a novembre, quando Gheddafi, per due serate consecutive, ospitò circa 150 ragazze 1della medesima agenzia.

Non è tutto però è andato per il verso giusto. Due delle hostess reclutate per l'evento hanno lasciato l'Accademia libica prima dell'incontro con il Colonnello. Scure in volto, non hanno voluto spiegare il motivo ai giornalisti assiepati fuori dal cancello. "Noi non siamo nessuno", hanno detto. E alla domanda se fosse stata una "brutta esperienza", hanno risposto: "Lasciamo perdere". La tensione nel gruppo era già emersa prima dell'ingresso in accademia, quando alcune hostess e un coordinatore avevano avuto un acceso diverbio.

Dopo i saluti da cerimoniale, per il leader libico sono previste oltre 24 ore di appuntamenti privati: fino cioè alle 17 di domani, quando si terrà il primo evento ufficiale della visita, il convegno all'Accademia libica su "i rapporti fra Libia e italia", seguito da una mostra fotografica sulla storia del paese nordafricano.

Pochi i dati certi, molte le indiscrezioni sulla prima parte della visita di Gheddafi: dagli incontri riservati con big della finanza e dell'industria italiani (è circolato ad esempio il nome del numero uno dell'Eni Paolo Scaroni, ma non ci sono conferme) alle passeggiate "spontanee" e caffè nel centro di Roma e forse perfino a nuovi "seminari" sull'Islam da impartire a ragazze italiane, simili a quelli dell'anno scorso che destarono un certo scalpore.

Anche in questa visita il leader libico porterà con sé la sua scorta di amazzoni e l'immancabile tenda beduina. Al seguito del raiss ci saranno poi 30 cavalli arabi con altrettanti cavalieri che arriveranno con un volo speciale a fiumicino: domani sera, alle 21, si esibiranno nel corso delle celebrazioni previste alla caserma Salvo D'Acquisto, alla presenza del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. I purosangue saranno ospitati nelle scuderie del IV reggimento dei carabinieri a cavallo fino al loro ritorno in patria. Lo spettacolo dovrebbe cominciare con alcuni cavalieri libici e proseguirà con il celeberrimo carosello dei carabinieri, che andrà in scena proprio in onore del leader libico e vedrà la partecipazione di circa 130 cavalli e cavalieri dell'arma, due squadroni e una fanfara. Ultimo atto sarà la cena di domani in caserma offerta dal premier italiano, e un ricevimento con 800 invitati.

http://www.repubblica.it/politica/2010/08/29/news/la_visita_di_gheddafi-6588415/?ref=HREA-1

“Se tu non fossi tu”. Il Cav torna a cantare con Apicella. A ottobre il Cd

ROMA - Mentre gli italiani sono costretti a fare i conti con una crisi economica devastante il Cavaliere torna a cantare insieme al suo inseparabile amico, Apicella. La passione del Cavaliere per la musica arriva da lontano: ama scrivere i testi e poi si diverte a cantarli, soprattutto accompagnato dalla chitarra dell’artista partenopeo conosciuto dieci anni fa durante una cena elettorale all’Hotel Vesuvio di Napoli.
“‘Se tu non fossi tu’ sara’ il pezzo di punta della compilation, dice Apicella. Sara’ venduto anche come singolo e con il presidente Berlusconi stiamo pensando a un video”. Un progetto che sa tanto di propaganda elettorale in vista delle possibili elezioni politiche.Ecco alcune strofe in anticipo: ‘Se tu non fossi tu, sarebbe meglio, faresti parte solo di un dettaglio…’ “Il cd con 13 pezzi -dice- uscira’ il 9 ottobre in tutta Italia. Aspetto che passi questa maretta e poi, impegni di governo e politici permettendo, prendero’ un appuntamento con Berlusconi per definire il tutto”.Altri titoli del disco sono: ‘Ma se ti perdo’ e ‘Quann ‘o core’. ‘Stay with me’, invece, ha solo il titolo inglese mentre il testo e’ scritto in italiano.Questo album in preparazione sarebbe il quarto della serie. In cantiere, rivela Apicella, c’e’ anche un altro brano, in dialetto napoletano, che pero’ non fara’ parte del nuovo cd: ‘O core dint’ ‘o zucchero’.

http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.dazebao.org%2Fnews%2Findex.php%3Foption%3Dcom_content%26view%3Darticle%26id%3D11912%253Ase-tu-non-fossi-tu-il-cav-torna-a-cantare-con-apicella-a-ottobre-il-cd%26catid%3D97%253Avita-sociale%26Itemid%3D297&h=92ae0

India: Survival e i Dongria in festa per il no del Governo alla miniera della Vedanta

India: Survival e i Dongria in festa per il no del Governo alla miniera della Vedanta

di Giorgio Beretta

Il Ministro indiano all’Ambiente, Jairam Ramesh, non ha concesso l'autorizzazione al progetto della miniera di bauxite che la Vedanta Resources intendeva aprire a Niyamgiri, in Odisha (ex Orissa), nella zona della montagna sacra della popolazione indigena Dongria Kondh. "E' una straordinaria vittoria dei popoli indigeni su una delle più grandi compagnie minerarie del mondo" - afferma una nota di Survival International che da tempo ha fatto conoscere e sostenuto la lotta della tribù indiana per la salvaguardia della propria terra. "La lotta ha opposto una piccola tribù forte di 8mila individui contro lo smisurato potere di una compagnia da 8 miliardi di dollari e il suo fondatore, la cui personale ricchezza è stimata in 6 miliardi di dollari" - sottolinea l'associazione.
"Per i Dongria Kondh è una svolta cruciale in quello che poteva essere un drammatico destino. Per Survival, sicuramente uno dei successi più grandi di tutta la nostra storia" - commenta Francesca Casella, direttrice della sezione italiana di Survival. "Inutile cercare di descrivere la nostra emozione e quella dei Dongria - continua la nota. Un attivista-giornalista indiano si trovava ieri alle pendici delle montagne di Niyamgiri e ci ha chiamato per ringraziarci e dirci che in India la sentenza segnerà una svolta nella storia dei diritti dei popoli indigeni e incoraggerà molte altre battaglie civili e umanitarie per anni a venire. Mentre parlava, sulla vetta del monte pioveva a dirotto e si sentivano tuoni e fulmini di grande potenza. Dicono che fosse Niyam Raja (il nome della montagna sacra) che festeggiava...".



Con un comunicato reperibile solo nelle pagine interne (sezione RNS News) del proprio sito internet, Vedanta Resources afferma che la compagnia "non è in possesso della miniera di Niyamgiri e che nessuna attività mineraria è stata o sarà intrapresa finchè non ci sarà l'autorizzazione". La nota riporta anche che "il Governo di Orissa sta considerando di fornire fonti alternative di bauxite alla raffineria della Vedanta, dallo stato di Orissa".
Lo scorso luglio Survival International aveva chiesto al Primo Ministro dell'India, Manmohan Singh, non concedere l'autorizzazione alla costruzione della miniera della Vedanta che avrebbe minacciato la spravvivenza delle tribù Dongria Kondh. “L’attività mineraria porta benefici solo ai ricchi” - ha spiegato un uomo Dongria a Survival. “Se la compagnia distruggerà per profitto la nostra montagna e la nostra foresta, noi diventeremo mendicanti”. La tribù è oggi conosciuta come “la vera Avatar” per le incredibili analogie esistenti tra la sua battaglia e la storia raccontata nel celebre film di James Cameron. I Dongria Kondh sono una delle tribù più isolate del continente indiano e vivono in piccoli villaggi disseminati lungo i pendii delle colline di Niyamgiri, un territorio di spettacolare bellezza, coperto di dense foreste, popolate da una grande varietà di animali tra cui tigri, elefanti e leopardi.
Una squadra di esperti incaricata dal Ministero dell’Ambiente di investigare sui progetti della Vedanta aveva segnalato già alcuni mesi fa che la miniera di Niyamgiri avrebbe potuto “portare alla distruzione dei Dongria Kondh” come popolo. Il proprietario di maggioranza della Vedanta Resources, una delle 100 società più capitalizzate quotate al London Stock Exchange (FTSE-100), è il miliardario indiano Anil Agarwal. Il Ministro dell’Ambiente nei mesi scorsi ha nominato un’altra commissione di esperti per compiere ulteriori indagini e nei giorni scorsi ha emesso la sua decisione.
L'anno scorso il governo britannico ha condannato Vedanta per la sua “mancanza di rispetto dei diritti dei Dongria Kondh” sottolineando come fosse “necessario un cambiamento d’atteggiamento da parte della compagnia”. Survival International insieme a numerose altre associazioni sono state in grado di sensibilizzare sulla questione anche numerosi azioni della Vedanta - tra cui la Chiesa d’Inghilterra, il Governo norvegese e la fondazione Joseph Rowntree Charitable Trust - che hanno ceduto le loro quote azionarie Vedanta proprio per le preoccupazioni in merito al rispetto dei diritti umani.
Come detto, Survival International è stata per anni in testa alla campagna mondiale contro la miniera. L'associazione ha ricevuto il sostegno di celebrità come Claudio Santamaria in Italia e Bianca Jagger e Joanna Lumley all’estero per difendere la causa delle tribù; i suoi sostenitori hanno scritto oltre 10mila lettere di protesta al governo indiano e più di 600mila persone hanno visto il film-denuncia di Survival "Mine – Storia di una montagna sacra". Dongria Kondh hanno organizzato numerose proteste e in un’atmosfera di crescente violenza, due dei loro leader sono stati sequestrati e picchiati. Pochi giorni fa, una commissione d’inchiesta nominata dal Ministro Ramesh aveva raccomandato il blocco della miniera sostenendo che la Vedanta ha agito illegalmente e nel ‘totale sprezzo della legge”.
“L’era in cui le compagnie minerarie potevano permettersi di distruggere impunemente tutti coloro che si trovavano sulla loro strada sta fortunatamente per concludersi” - ha dichiarato oggi Stephen Corry, direttore generale di Survival. “Rimane tuttavia significativo che la Vedanta abbia combattuto per i suoi progetti fino alla fine, negando ripetutamente qualunque cosa dichiarasse la tribù. La società civile deve restare vigile su tutti questi cosiddetti progetti di sviluppo: non si può contare sul fatto che le compagnie rispettino spontaneamente i diritti umani, specialmente quando si relazionano con popoli indigeni che non possono sapere tutto quello che gli sta capitando”. [GB]

http://www.unimondo.org/In-primo-piano/India-Survival-e-i-Dongria-in-festa-per-il-no-del-Governo-alla-miniera-della-Vedanta

Il Tar 'promuove' un ragazzo "Bocciato perché dislessico"

La sentenza del Tribunale amministrativo del Lazio critica il collegio dei docenti di una scuola romana e accetta la tesi dei genitori: non considerata la patologia, gli insegnanti si sono limitati a tener conto delle insufficienze

La bocciatura di un alunno con disturbi dell'apprendimento che abbia gravi insufficienze in alcune materie è illegittima quando non tiene conto della situazione complessiva dell'alunno e delle sue difficoltà oggettive a conseguire risultati nelle materie in cui trova maggiori difficoltà. Ad affermarlo è il tar del lazio che ha accolto (sentenza 31203 del 23 agosto 2010) il ricorso dei genitori di uno studente romano affetto da dislessia, contro il provvedimento con cui il consiglio dei docenti del suo istituto aveva deciso la sua non ammissione alla classe successiva.
I professori e il dirigente scolastico avevano motivato la bocciatura con la volontà di "permettergli di consolidare le conoscenze e le competenze di base nelle discipline nelle quali ha manifestato maggiori difficoltà", ma i genitori del ragazzo sottolineavano che non era stata considerata la patologia del figlio, limitandosi a tener conto dei risultati insufficienti in molte materie. Il Tar ha di fatto dato ragione alla coppia, richiamandosi ad alcune indicazioni emanate proprio dal ministero dell'Istruzione per valutare i casi di disturbo nell'apprendimento: "Il consiglio dei docenti nella formulazione del giudizio di non promozione - si legge nella sentenza - ha chiaramente omesso di far menzione e di valutare nella sua globalità la particolare situazione dell'alunno".
In particolare, secondo il Tar, non è stato valutato che l'alunno aveva riportato gravi insufficienze proprio in quelle materie che gli sono più ostiche in ragione della patologia (in particolare gli scritti delle lingue straniere) e che invece, oltre ad un netto miglioramento fra primo e secondo quadrimestre in quasi tutte le discipline (segno dell'impegno esercitato dal ragazzo), era stata trascurata una giusta valutazione della piena sufficienza riportata in quelle materie il cui studio comporta un minore impegno nella lettura (dalla matematica alla musica fino all'educazione artistica).
D'altronde, ricorda la sentenza, lo stesso ministero nei suoi indirizzi ricorda che le difficoltà derivanti ad esempio da una dislessia "si manifestano in persone dotate di quoziente intellettivo nella norma e spesso vengono attribuite a negligenza, scarso impegno e interesse": una bocciatura, in questi casi, può avere come conseguenza un abbassamento dell'autostima o comunque un rischio di abbandono scolastico o di scelte di basso profilo rispetto alle potenzialità". Tanto più che, nel caso concreto, la scuola non aveva messo in atto alcun aiuto specifico per l'alunno, nonostante il padre lo avesse esplicitamente richiesto già due anni prima della bocciatura.
Il Tar del Lazio ha dato dunque torto alla scuola e al ministero dell'Istruzione (rappresentati in giudizio dall'Avvocatura generale dello Stato) e ha annullato il provvedimento di bocciatura, ricordando che il collegio dei docenti, in sede di formulazione del giudizio finale sull'alunno affetto da disturbi di apprendimento certificati, deve tener conto di tutti gli elementi di valutazione imposti dalla legge e non solo di quello prettamente tecnico dei risultati conseguiti.

http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/08/27/news/tar_lazio-6553619/

Protesta dei precari a Montecitorio"Niente elemosine. Assunzione"


Davanti alla Camera anche una delegazione dalla Sicilia. Arrivata l'adesione della Flc-Cgil: "In serata ci sposteremo davanti al Miur". Il Cps: "In piazza per evitare qualsiasi tentativo di soluzione localistica e assistenziale"

Continuano le iniziative di protesta dei precari della scuola contro i tagli agli organici: un sit-in si sta tenendo nella Capitale, davanti Palazzo Montecitorio, dove è arrivata anche una delegazione di precari dalla Sicilia, docenti e personale Ata. Protestano contro i tagli degli organici previsti dalla riforma Gelmini. Ieri, una manifestazione è stata organizzata a Palermo in piazza Politeama, trasformata in un "cimitero", con tanto di tombe finte, fiori e lumini, per simboleggiare la morte della scuola pubblica.



All'iniziativa romana partecipa anche Giacomo Russo, uno dei precari palermitani in sciopero della fame dal 17 agosto: "La mia - ha affermato - non è una battaglia dei precari della scuola, ma devo resistere per la scuola e il futuro dell'istruzione pubblica, perché questo governo non è capace di investire sulla conoscenza". L'operazione prevista dalla legge 133 "non ha alcun senso pedagogico. Si sono stabiliti dei tagli e i decreti successivi - ha aggiunto - sono serviti a sostenere quelle cifre. Ma perché si continua a finanziare la scuola privata?" Russo ha anche espresso la sua amarezza perché il sottosegretario all'Istruzione, Giuseppe Pizza, presente ieri a Palermo, "non si è degnato di chiederci di sospendere lo sciopero della fame". A questa forma di protesta estrema dell'astensione dal cibo ha aderito anche un'altra insegnante siciliana, Caterina Altamore, docente precaria delle elementari da 14 anni.
LE IMMAGINI DELLA PROTESTA
In piazza, nella Capitale, ci sono varie sigle sindacali: oggi, in particolare, è arrivata l'adesione dell'Rdb-Usb scuola. Ma soprattutto è presente la Flc-Cgil, l'organizzazione che nella scuola vanta il maggior numero di tessere. Il sindacato dei Lavoratori della conoscenza ha anche annunciato che "in serata la protesta si sposterà sotto la sede del Miur".
A Montecitorio il sit-in è animato anche da diverse associazioni e movimenti di settore, tra cui il coordinamento precari scuola di Roma: il Cps spiega che è in piazza "per evitare qualsiasi tentativo di soluzione localistica e assistenziale: non accettiamo elemosine (il riferimento è al decreto salva-precari che dovrebbe garantire circa metà dello stipendio ad almeno 20mila precari non confermati ndr) che servano a tirare a campare ancora un anno nel precariato, ma vogliamo l'assunzione a tempo indeterminato e il ritiro dei tagli".
Nel pomeriggio si riunisce l'Osservatorio permanente dei precari della scuola, per fare il punto della situazione e decidere ulteriori forme di lotta: l'obiettivo è anche organizzare un'attività di monitoraggio alle prossime convocazioni, per garantire la regolarità delle procedure, la trasparenza delle disponibilità e la non assegnazione di incarichi eccedenti le 18 ore previste dal contratto nazionale.
Secondo Francesco Cori, del Cps, a livello nazionale "sono a rischio più di 20 mila precari: per questo ci riuniamo, per verificare la regolarità delle convocazioni e fare pressioni sull'ufficio scolastico. Siamo pronti a rioccupare via Pianciani", dove sono collocati l'ufficio scolastico regionale e provinciale.
Intanto, prosegue la protesta a Palermo. Da oltre dieci giorni docenti e collaboratori scolastici stanno dando vita a un sit-in in via Praga, dove ha sede l'ufficio scolastico regionale. Manifestazioni e mobilitazioni anche a Catania, Trapani e Messina.
E a Pisa stamani c'è stato un blitz della Rete dei precari della scuola al liceo scientifico 'Ulisse Dini' di Pisa durante le nomine per le supplenze annuali. Davanti a circa 200 persone Andrea Moneta, rappresentante dei precari, ha interrotto le operazioni e srotolato uno striscione con la scritta "Scuola pubblica, bene comune". Per alcuni minuti ha poi illustrato i motivi della protesta per i tagli alla scuola pubblica ricordando che "sono stati cancellati 25.600 posti di docenti e 15 mila di Ata da aggiungere ai 42.100 docenti e 15 mila Ata già tagliati lo scorso anno".

http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/08/27/news/protesta_dei_precari_a_montecitorio_governo_non_investe_su_conoscenza-6550952/

Troppi cani randagi? Bruciamoli! Proposta choc di un consigliere regionale sardo


Troppi cani randagi? Bruciamoli! Proposta choc di un consigliere regionale

Il consigliere regionale sardo Bardanzellu propone di risolvere così il problema del randagismo in Sardegna e del conseguente sovraffollamento dei canili municipali. La notizia cui il quotidiano “l’Unione Sarda” da oggi ampio risalto, è di quelle che fanno discutere e che lasciano allibiti e spiazzati i cittadini che sanno che maltrattare gli animali in Italia è un reato: ucciderli è un reato ancor più grave.

Che poi a proporre questa soluzione palesemente illegale sia un consigliere regionale, un politico amministratore pubblico, insomma un uomo delle Istituzioni, lascia veramente perplessi e preoccupati. Il caso nasce dalla situazione di disagio e sovraffollamento del canile municipale di Olbia dove risulta difficile gestire oltre 700 cani abbandonati.

Bardanzellu non usa mezzi termini: “Davanti a un’emergenza bisogna avere il coraggio di misure forti. E anche impopolari. Per fronteggiare il randagismo, in attesa di migliorare le strutture di accoglienza. educare alla sterilizzazione e punire chi abbandona gli animali, sarebbe opportuno incenerire i cani abbandonati”.



Incredibile ma vero, si propone la morte come soluzione di un problema. Eliminati i cani, rimosso (almeno provvisoriamente) il problema: un bel metodo per affrontare la questione che speriamo non venga “applicato” per altre emergenze. Bardanzellu comunque si sente un animalista (sic): “ …io non mi sento meno animalista di quanti preferiscono lasciare settecento animali dentro un recinto … non ho mai pensato che incenerire i randagi possa essere la soluzione e tanto meno un’abitudine, piuttosto è una misura eccezionale, perché l’emergenza è eccezionale”.

Poi Bardanzellu fa i conti sulla pelle degli animali ed evidenzia che gli Enti locali non hanno fondi per gestire adeguatamente questo settore, forse dimenticando tutti gli sprechi della politica. Non tralascia infine di fare cenno alla sperimentazione medica sugli animali vivi: “ A ben vedere, bisogna abbattere gli steccati della falsa moralità … e troppo facile contestare la sperimentazione scientifica sugli animali, lo sappiamo tutti che senza quel sacrificio non si potrebbero salvare milioni di vite umane. Con la politica dei due pesi e delle due misure non si va lontano”.

E forse non si va lontano neanche con la politica dell’eliminazione fisica dei randagi che l’unica colpa che hanno è quella di essere stati abbandonati dall’uomo che fin dalla notte dei tempi ha addomesticato questa specie e l’ha resa completamente dipendente e non autosufficiente.

E non si va lontano se si invoca la comoda immoralità di un inaccettabile sacrificio finalizzato al “progresso della scienza” per far diventare morale la “morte per emergenza” di incolpevoli creature che all’uomo si affidano completamente. Il cane è il miglior amico dell’uomo e non è vero il contrario.

La morale ha un confine unico e la tortura e l’uccisione di un essere vivente, si colloca sempre oltre questo limite della ragione.


http://www.italiainformazioni.com/giornale/cronaca/101001/troppi-cani-randagi-bruciamoli.htm

Caso Gardaland - Disabili, Gardaland replica: «Attenti ai disabili, ma l'accesso è soggetto a limitazioni»

Caso Gardadaland - Disabili:

Verona. Sindrome di Down, secondo no a una giovane: ora è bufera su Gardaland

Gardaland, giostra negata a una bambina Down

Ecco la replica:


Gardaland replica: «Attenti ai disabili, ma l'accesso è soggetto a limitazioni»

VERONA (28 agosto) - L'accesso alle singole attrazioni di Gardaland «è subordinato al rispetto di alcune limitazioni, variabili in funzione della tipologia di attrazione e delle misure di sicurezza disposte dal costruttore, vincolanti in base ad età, altezza o disabilità». È la replica della direzione del Parco veronese al caso denunciato dal padre di una bimba down, alla quale è stato negato l'accesso a una giostra.

Gardaland, si sottolinea, «è da sempre attento ai diritti dei suoi ospiti disabili; lo testimoniano tutte le iniziative adottate per rendere sempre più agevole la loro visita». Oltre a ciò, viene puntualizzato in una nota, «fa espressamente parte del training del personale di Gardaland una sezione dedicata all'attenzione nei confronti degli ospiti disabili».

«Probabilmente il signor Aceto non ha fatto presente alle casse la disabilità della figlia - afferma la dirigenza della struttura - se lo avesse fatto sarebbe stato indirizzato all'entrata del Castello dove la bambina avrebbe avuto diritto all'ingresso gratuito al Parco e dove avrebbe ricevuto l'opuscolo con tutte le informazioni necessarie». La monorotaia, pur essendo una delle attrazioni più tranquille del Parco, si ricorda, «è pur sempre un trenino sopraelevato che viaggia a cinque metri d'altezza, per questo la sua fruizione non è consentita a tutti, in particolar modo non si rende adatta a quegli ospiti che potrebbero manifestare vertigini, panico, o reazioni incontrollate».

http://www.ilgazzettino.it/articolo_app.php?id=32009&sez=NORDEST&npl&desc_sez

Marijuana made in Italy


Marijuana made in Italy

di Giorgio Florian

Piantagioni nei boschi, Sui terrazzi, nelle serre. Così dilaga la coltivazione di droga leggera made in Italy. Tra antiproibizionismo e interessi dei clan




Quest'anno, per colpa del maltempo, la raccolta sarà un po' in ritardo. Ma per metà settembre tonnellate di piante di canapa indiana saranno mietute. E l'odore dolce e pungente della marijuana invaderà la penisola. In Italia, come in altri paesi europei, si sta compiendo una singolare riconversione agricola che interessa ettari di territorio, al Sud, dove le condizioni climatiche sono più favorevoli, ma anche al Centro e nel Settentrione, dove le coltivazioni intensive avvengono in serra. Nel 2009 le forze dell'ordine hanno sequestrato e distrutto 119 mila piante di cannabis e denunciato 1600 persone, mentre, al 20 agosto 2010, le piante scoperte sono già 40 mila. Gli esperti del ministero dell'Interno però prevedono di riuscire ad individuare e smantellare "soltanto il venti per cento delle coltivazioni esistenti".

Fatti due calcoli, nel prossimo inverno si fumerà la marijuana prodotta da quasi cinquecento tonnellate di cannabis made in Italy. Certo, il mercato nazionale è ancora lontano dall'autosufficienza e la percentuale di principio attivo, il Thc, della specie autoctona arriva al massimo al 4 per cento (contro il 16 per cento di alcune varietà olandesi) ma il fenomeno è in costante aumento. Dal vaso sul terrazzo alla piccola serra in giardino fino alle estese piantagioni controllate dalla criminalità organizzata, le coltivazioni si allargano a macchia d'olio. E se la produzione di hashish, pure ricavato dalla pianta, richiede procedimenti elaborati, ottenere artigianalmente dell'ottima marijuana è ormai alla portata di chiunque. Non c'è giorno che le forze dell'ordine non scoprano piccole o vaste colture di "erba".

Tossicodipendenti, pusher, ma anche pensionati, impiegati, professionisti che arrotondano lo stipendio e tanti minorenni col pollice verde che vogliono procurarsi da soli la propria dose di sballo "a chilometro zero" senza dover correre il rischio di rimediare un "pacco" per strada.

Coltivare la "maria" in casa è diventata una moda soprattutto tra i giovani, che pubblicano su Facebook le foto dei loro successi botanici e invitano gli amici a casa per sfoggiare il proprio "albero di Natale". Le previsioni del Prevo.Lab, l'osservatorio della Regione Lombardia, sostengono che i consumatori da oggi al 2012 aumenteranno del 20 per cento e per allora saranno oltre 5 milioni gli italiani di età compresa tra i 15 e i 54 anni a fumarsi una canna. I ragazzi non considerano l'hashish e la marijuana come una droga: su Facebook, per esempio, ne discutono 1108 gruppi e 91 pagine e nel 75 per cento dei casi il giudizio è positivo. E anche grazie al Web chiunque, oggi, può trasformarsi in un coltivatore diretto, in poche mosse e con un modesto investimento. Ci sono migliaia di siti che insegnano, passo dopo passo, come fare. Cominciando dall'acquisto on line dei semi e del kit completo del piccolo agricoltore, con lampade termiche, strumenti per l'irrigazione e l'essiccamento delle foglie. Altrettanti sono i manuali, da quello per l'esperto botanico che voglia selezionare una qualità particolare di pianta, fino alle istruzioni per il neofita. Una volta appresi i primi rudimenti del mestiere, basta ordinare la merce, attendere una settimana per la consegna e tentare nell'impresa. Che quasi sempre va a buon fine. La tentazione di passare dall'uso personale alla vendita è forte. Basti pensare che, al dettaglio, un grammo di marijuana, in genere, viene venduto a 10 euro. E che ogni pianta, se riesce a crescere fino a tre metri, può produrre tre etti di infiorescenza, fruttando 3.000 euro.

L'allarme è alto, soprattutto per la facilità con cui i minori si avvicinano a questo business illecito. La Direzione centrale per i servizi antidroga, che coordina le attività di polizia, carabinieri e finanza, a settembre inaugurerà una task force contro la vendita su Internet, reato per gli investigatori accomunabile a quello di istigazione all'uso e al commercio di stupefacenti. Ma già adesso - come svela il maggiore Federico Quatrini, della sezione analisi della Dcsa - agenti in borghese vengono impiegati nel monitoraggio dei negozi di smart drugs che hanno sul bancone prodotti ricavati dalla canapa ma non inseriti nelle tabelle ufficiali delle sostanze proibite. Gli investigatori identificano gli aspiranti coltivatori di "maria" tramite le targhe, le carte di credito e persino i pedinamenti. Spiega il maggiore Quatrini: "I nomi di centinaia di clienti vengono annotati e messi da parte perché la legge italiana non vieta di vendere o acquistare semi di canapa indiana. Ma dopo circa tre mesi - tanto impiega una pianta a fiorire - andiamo a fargli visita. E se scopriamo che invece di usarli come cibo per uccelli ne hanno ricavato cannabis, scatta la denuncia penale o l'arresto, a seconda della quantità rinvenuta". Spesso indagini di questo tipo portano a scoprire modesti giri di spaccio o di cessione di droga tra amici. Ma capita di incappare in vere e proprie società specializzate nel business della cosiddetta "ganja". Una telefonata al 117 di un padre preoccupato per il figlio diciassettenne che ogni giorno, dopo la scuola, si fermava in uno smart drug shop, ha innescato un'indagine della Finanza di Ferrara che, partendo proprio da un distributore automatico di semi di cannabis, ha portato all'arresto di dieci persone, alla denuncia di altre 75 e al sequestro di tredici laboratori per la coltivazione e la lavorazione di canapa indiana oltre a migliaia di manuali, anche su videocassette. Svelando che dietro a quel negozio si celava un'organizzazione di punti vendita in franchising che riconduceva ad uno dei maggiori siti Internet che predicano l'antiproibizionismo. Perché dietro una presunta motivazione culturale spesso si nasconde la voglia di fare soldi. Poco prima di Ferragosto i carabinieri di Sanremo, dopo un anno di indagini, hanno finalmente scoperto chi riforniva la zona di "erba". Nella città dei fiori qualcuno aveva pensato che la "maria" rendesse più delle rose e aveva riadattato due grandi serre di 2500 metri quadrati, dotandole di uno specifico impianto di irrigazione, di teli per proteggere le piantine dal sole, con tanto di camera climatizzata per l'essiccazione e la raccolta delle resine che servono per l'hashish. Attrezzature da professionisti che garantivano fino a sei raccolti l'anno. In carcere sono finiti due attempati agricoltori sorpresi mentre innaffiavano le piantagioni che li avrebbero resi ricchi. Sempre in Liguria il titolare di un campeggio estivo di Sestri Levante, più modestamente, aveva pensato di far fronte al calo di presenze seminando cannabis vicino alle roulotte. I carabinieri di Valdobbiadene invece hanno scoperto il secondo lavoro di una parrucchiera trentenne che aveva trasformato il terrazzo di casa in una minipiantagione sufficiente per lei e i suoi amici. A Valeggio, sul Mincio hanno arrestato il titolare di un agriturismo che, oltre alle primizie dell'orto, tirava su marijuana di prima qualità: i ragazzi uscivano dalla sua piccola serra con sacchetti pieni di carote e insalata bio che servivano a nascondere la pregiata "skunk" . Mentre avrebbe fruttato almeno 60 mila euro la cannabis che un pregiudicato aveva seminato lungo gli argini quasi inaccessibili del Tanaro, su un terreno demaniale, dove i finanzieri di Alessandria lo hanno sorpreso ad irrigare i filari ben nascosti dalla vegetazione. Ma a Marino, alle porte di Roma, c'erano narcos fai da te anche ai confini delle vigne un tempo celebrate negli stornelli. E se nelle campagne il controllo dei carabinieri sul territorio porta a scoprire coltivazioni di medie o grandi proporzioni, non si contano gli interventi della Polizia nei centri urbani, dove studenti, spacciatori o insospettabili professionisti arrivano ad installare nell'armadio di casa una minuscola serra: dall'esterno sembra un porta abiti, invece racchiude la pianta, il terriccio e la lampada termica. E c'è persino chi trasforma la vasca da bagno in un piccolo campo con il profumo della Giamaica di Bob Marley.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/marijuana-made-in-italy/2133306