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lunedì 25 ottobre 2010

I diritti 'imperfetti' dei disabili

«Da sei mesi in sedia a rotelle, i mille ostacoli della quotidianità» Il racconto di Carlotta, studentessa veronese che si è trasferita in città per iscriversi alla facoltà di Medicina



di Alessandra Mura




FERRARA - La solita giornata di 24 ore per lei è diventata troppo corta. Perché Carlotta dopo l'incidente che l'ha resa paraplegica ha dovuto ricalibrare la durata di tutte le sue azioni, di tutti quei gesti quotidiani sui quali, da sei mesi, è calato un velo di nuova, obbligata consapevolezza. Alzarsi, vestirsi, lavarsi: ogni cosa costa più tempo. È di questo che vuole parlare Carlotta Damiani, 18 anni, davanti a una tazza di caffè nella sua stanza allo studentato di Darsena City, dove si è trasferita da poche settimane da Verona per studiare Medicina. La giornata che le ha stravolto la vita l'ha già raccontata in una lunga, lucidissima lettera. Dieci marzo 2010, quinta liceo, tragitto in motorino con il suo ragazzo: «Per terra quel miscuglio di acqua, fango e neve ci ha fregati e mi ha fottuto il midollo. Siamo scivolati. Nonostante andassimo piano, siamo scivolati. È stato un attimo, una successione di azioni: cadere, sbattere con la schiena sullo spartitraffico, non sentire immediatamente le gambe. Capire. Capire che la mia vita si era completamente stravolta in quella successione di azioni». Carlotta in ospedale resta sei mesi, ma non permette alla sua vita di bloccarsi. Prende la maturità (91/100), supera il test di selezione per la Facoltà di Medicina e si iscrive all'Università di Ferrara. Decide di uscire dal suo nido veronese, di rendersi autonoma dalla famiglia: «I miei genitori mi hanno incoraggiata, hanno capito che era giusto che cercassi di essere il più possibile indipendente». Non c'è nulla per cui valga la pena di stupirsi, ammonisce dolcemente Carlotta. Perché queste tappe «sono cose che avrei comunque affrontato. Queste sono le cose grandi, quelle che la gente dice che 'puoi ancora fare', come se non lo sapessi già». Non è di questo, appunto, che Carlotta vuole parlare. Ma delle cose piccole, quelle che vorrebbe gestire da sola, che anzi potrebbe gestire da sola se il mondo fosse semplicemente «a misura d'uomo inteso come qualsiasi uomo, sia esso giovane o vecchio, con o senza gambe».





Sono innumerevoli le situazioni quotidiane che fanno arrabbiare Carlotta. Perché le difficoltà che incontra non sono insuperabili, a renderle tali è quasi sempre un'imperfezione, un 'dettaglio' che non sfuggirebbe «agli ingegneri che fanno i progetti, se provassero sulla loro pelle cosa significa non poter utilizzare non solo i muscoli delle gambe, ma anche gli addominali». Sono bastati pochi giorni da 'matricola' per collezionare un lungo elenco di esempi. A cominciare dalle pedane degli autobus: «Credevo che funzionaresso come una sorta di montacarichi, e invece sono rampe troppo ripide. La mia carrozzina, ancora provvisoria, pesa 12 chili e ogni singolo grammo grava sulle mie spalle e sulle mie braccia. Quando devo scendere in via Fossato di Mortara rischio sempre di finire addosso al muretto dietro la fermata. Stessa cosa con la gradinata della stazione». Di posti riservati ce n'è solo uno «e se siamo in due in carrozzina sullo stesso autobus come si risolverebbe la questione? Salgo io o sali tu? Così? Sono queste le pari opportunità?». Certo con la pedana si può salire «ma poi c'è sempre bisogno di chiedere a qualcuno di raggiungere l'obliteratrice e timbrarti il biglietto». La città è cambiata, per Carlotta. Anche le case, i cinema, i bar e le aule. La cucina abbastanza spaziosa per consentire alla carrozzina di muoversi, ma con i pensili troppo alti. Il cinema accessibile, a patto però di restare in prima fila e restare due ore in una posizione scomodissima. Per raggiungere l'aula magna delle Nuove Cliniche c'è sì la rampa, ma piuttosto ripida e con scalino finale. Si può mangiare un panino in un bar, ma sotto i tavolini non c'è spazio per la carrozzina e bisogna mettersi di lato. E fare la doccia significa ogni volta «trasformare il bagno in un lago, perché devo tenere le porte aperte». Tutti esempi con un denominatore comune: le soluzioni sarebbero a portata di mano, basterebbe completare l'ultimo 'segmento' per rendere effettivi i diritti sanciti dalle leggi. È nelle abitudini, nelle pratiche troppo scontate per chi può muoversi con le proprie gambe, che il mondo si divide in due: per 'normali' e per 'disabili'. «Io voglio essere autonoma, ho incontrato tante persone gentili, ma non voglio dipendere dalla gentilezza degli altri. E detesto quando qualcuno mi guarda come se fossi malata, perché io non sto male. Mi danno fastidio gli sguardi di chi pensa 'poverina aiutiamola'; perché non darmi semplicemente una mano così come si aiuterebbe una qualsiasi persona in difficoltà, magari perché ha entrambe le mani impegnate»? È già abbastanza dura perdere la gioia di camminare scalza tra l'erba o buttarsi sul letto, conclude Carlotta, per dover rinunciare anche al resto.



9 ottobre 2010



http://lanuovaferrara.gelocal.it/cronaca/2010/10/09/news/i-diritti-imperfetti-dei-disabili-2494225

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