di fabio storino
Il 27 ottobre 1972 veniva ucciso Giovanni Spampinato cronista dell'Ora, un libro del fratello Alberto racconta la storia di un siciliano morto giovane. Come Peppino Impastato. Due poesie per raccontare la mafia ieri e oggi...
Dunque non si può che partire da lì e cioè dalla fine.
Dal 27 ottobre 1972, quando, verso le undici di sera, un trentenne bussa furiosamente al portone del carcere giudiziario di Ragusa: "Vengo a costituirmi perché ho ucciso una persona e ora voglio dormire". Il reo confesso, occhiali, borsello in una mano e rivoltella Smith&Wesson nell'altra, è Roberto Campria, figlio del presidente del Tribunale della città. (Alquanto sconvolto, Campria si sedette su un gradino portandosi la testa tra le mani, ma non disse altro, avrebbe dichiarato l'appuntato Antonio Costa).
La vittima è lì a due passi, rantola ancora, con sei colpi di rivoltella tra pancia e costato (un colpo gli ha frantumato l'omero) sparatigli a bruciapelo, da non più di 15 centimetri. E' il giornalista Giovanni Spampinato, 25 anni, piegato sul volante della sua Cinquecento bianca ferma di fronte al carcere, la portiera destra, ad apertura controvento, completamente spalancata. Morirà prima di arrivare all'ospedale civile. Sul pavimento anteriore dell'auto viene trovata una pistola automatica Erma Werke, nei dintorni i bossoli insanguinati.
L'assassino ha sparato con due pistole, per non sbagliare. (Non è facile sparare contemporaneamente con due mani, mettendo a segno tutti i colpi, anche se a brevissima distanza: solo in seguito ad un intenso allenamento è possibile riuscire a tanto, dirà in seguito il pm Tommaso Auletta).
Oggi quella storia pubblicata viene raccontata dall'interno. "C'erano bei cani ma molto seri" (Ponte alla Grazie, pagine 291, 12,40) è la tragedia di Giovanni Spampinato, il giovane giornalista dell'"Ora"ucciso nel '72, rivissuta e raccontata dal suo fratello minore, Alberto, oggi quirinalista dell'Ansa. Una sorta di autobiografia familiare (e anche per certi versi generazionale), ambientata nella Ragusa degli anni di Piombo, il capoluogo della cosiddetta provincia "babba", che nel dopoguerra non aveva conosciuto criminalità comune né politica. Fino al 25 febbraio 1972, quando l'ingegnere Angelo Tumino, trafficante d'arte legato ai circoli di destra, viene trovato cadavere nella campagna circostante.
E' lì che entra in scena il venticinquenne corrispondente del giornale di Palermo, che indagherà con ostinazione, fino a scoprire che la sua tranquilla cittadina stava cambiando, accogliendo loschi traffici (d'armi e di intenti) legati ai colonnelli greci e alle trame golpiste nazionali. Le ricerche si fermeranno il 27 ottobre quando Giovanni viene trucidato. Il suo omicida, Campria, sospettato di aver avuto un ruolo importante nella morte del suo amico Tumino, copriva, secondo le ricostruzioni del cronista, una serie di ambienti eversivi fino a diventarne il capo espiatorio.
Alberto Spampinato parte da lontano, dalle scatole dei ricordi, dai ritratti ingialliti e dalle carte di famiglia, dall'infanzia e dai rapporti (non semplici) con i genitori, dalle passioni politiche dei fratelli, a un certo punto divergenti, sia pure sempre collocate a sinistra, tra Pci e gruppi dissidenti del Pci. E dalle lacerazioni (non solo intime, ma anche nei rapporti familiari) prodotte dal dolore. Il loro padre Giuseppe era stato impiegato all'ente comunale di assistenza a Ragusa, dopo aver fatto la Resistenza in Dalmazia come maggiore dei partigiani e aver contribuito poi alla fondazione del Partito comunista locale, di cui sarebbe diventato vicesegretario. Giovanni è comunque un figlio ribelle, che al partito preferisce il movimentismo antifascista, se è vero che a soli 17 anni pronuncia il suo primo comizio per Nuova Resistenza.
Lettore accanito di Gramsci e di Marx, poi di Sartre e Marcuse, partecipa alle fiammate del sessantotto in una città benestante e sonnacchiosa, capoluogo della cosiddetta provincia "scema" non ancora contaminata dalla mafia. Corre in soccorso ai terremotati del Belice, si appassiona alla dottrina sociale della Chiesa, si avvicina all'Arci alle Fuci, collabora al quindicinale "L'opposizione di sinistra" e poi al periodico cattolico "Il dialogo". E' un intellettuale serio, si documenta, si informa. Gli mancano pochissimi esami per laurearsi in Filosofia a Catania quando nel '69 Vittorio Nisticò, direttore dell'Ora, lo arruola come corrispondente. Si interessa al lavoro dei sindacati ma sono le sue inchieste sui movimenti neofascisti a rivelare la stoffa del cronista.
Comincia a collaborare anche per l'unità. Nel '71 decide di presentarsi come indipendente nelle liste provinciali del Pci ma non viene eletto. Spampinato rimane deluso, sa però che il suo autentico impegno è nella scrittura. E se ne accorgeranno in molti, a Ragusa, quando comincia a indagare sulle trame nere che in quegli anni si addensano "nella provincia babba", diventata in breve un crocevia tra malavita organizzata, contrabbando e coaguli di strategie neofasciste. La domanda che gli amici gli rivolgono(e che qualcuno pensa tra sé) è:"Ma cu tu fa ffari?". Chi te lo fa fare?
Su tutto ciò Alberto riflette dopo quasi quarant'anni, senza tacere i sensi di colpa di chi allora per immaturità non aveva capito. Il dolore lo unisce ancora oggi a sua moglie Emanuela, che per due anni era stata la fidanzata di Giovanni. Tra i due c'è, meglio s'intravede, un filo indissolubile. In tutte le sue scelte che segneranno le loro esistenze.
Questo vuole essere un piccolo ricordo.
Il 27 ottobre 1972 veniva ucciso Giovanni Spampinato cronista dell'Ora, un libro del fratello Alberto racconta la storia di un siciliano morto giovane. Come Peppino Impastato. Due poesie per raccontare la mafia ieri e oggi...
Dunque non si può che partire da lì e cioè dalla fine.
Dal 27 ottobre 1972, quando, verso le undici di sera, un trentenne bussa furiosamente al portone del carcere giudiziario di Ragusa: "Vengo a costituirmi perché ho ucciso una persona e ora voglio dormire". Il reo confesso, occhiali, borsello in una mano e rivoltella Smith&Wesson nell'altra, è Roberto Campria, figlio del presidente del Tribunale della città. (Alquanto sconvolto, Campria si sedette su un gradino portandosi la testa tra le mani, ma non disse altro, avrebbe dichiarato l'appuntato Antonio Costa).
La vittima è lì a due passi, rantola ancora, con sei colpi di rivoltella tra pancia e costato (un colpo gli ha frantumato l'omero) sparatigli a bruciapelo, da non più di 15 centimetri. E' il giornalista Giovanni Spampinato, 25 anni, piegato sul volante della sua Cinquecento bianca ferma di fronte al carcere, la portiera destra, ad apertura controvento, completamente spalancata. Morirà prima di arrivare all'ospedale civile. Sul pavimento anteriore dell'auto viene trovata una pistola automatica Erma Werke, nei dintorni i bossoli insanguinati.
L'assassino ha sparato con due pistole, per non sbagliare. (Non è facile sparare contemporaneamente con due mani, mettendo a segno tutti i colpi, anche se a brevissima distanza: solo in seguito ad un intenso allenamento è possibile riuscire a tanto, dirà in seguito il pm Tommaso Auletta).
Oggi quella storia pubblicata viene raccontata dall'interno. "C'erano bei cani ma molto seri" (Ponte alla Grazie, pagine 291, 12,40) è la tragedia di Giovanni Spampinato, il giovane giornalista dell'"Ora"ucciso nel '72, rivissuta e raccontata dal suo fratello minore, Alberto, oggi quirinalista dell'Ansa. Una sorta di autobiografia familiare (e anche per certi versi generazionale), ambientata nella Ragusa degli anni di Piombo, il capoluogo della cosiddetta provincia "babba", che nel dopoguerra non aveva conosciuto criminalità comune né politica. Fino al 25 febbraio 1972, quando l'ingegnere Angelo Tumino, trafficante d'arte legato ai circoli di destra, viene trovato cadavere nella campagna circostante.
E' lì che entra in scena il venticinquenne corrispondente del giornale di Palermo, che indagherà con ostinazione, fino a scoprire che la sua tranquilla cittadina stava cambiando, accogliendo loschi traffici (d'armi e di intenti) legati ai colonnelli greci e alle trame golpiste nazionali. Le ricerche si fermeranno il 27 ottobre quando Giovanni viene trucidato. Il suo omicida, Campria, sospettato di aver avuto un ruolo importante nella morte del suo amico Tumino, copriva, secondo le ricostruzioni del cronista, una serie di ambienti eversivi fino a diventarne il capo espiatorio.
Alberto Spampinato parte da lontano, dalle scatole dei ricordi, dai ritratti ingialliti e dalle carte di famiglia, dall'infanzia e dai rapporti (non semplici) con i genitori, dalle passioni politiche dei fratelli, a un certo punto divergenti, sia pure sempre collocate a sinistra, tra Pci e gruppi dissidenti del Pci. E dalle lacerazioni (non solo intime, ma anche nei rapporti familiari) prodotte dal dolore. Il loro padre Giuseppe era stato impiegato all'ente comunale di assistenza a Ragusa, dopo aver fatto la Resistenza in Dalmazia come maggiore dei partigiani e aver contribuito poi alla fondazione del Partito comunista locale, di cui sarebbe diventato vicesegretario. Giovanni è comunque un figlio ribelle, che al partito preferisce il movimentismo antifascista, se è vero che a soli 17 anni pronuncia il suo primo comizio per Nuova Resistenza.
Lettore accanito di Gramsci e di Marx, poi di Sartre e Marcuse, partecipa alle fiammate del sessantotto in una città benestante e sonnacchiosa, capoluogo della cosiddetta provincia "scema" non ancora contaminata dalla mafia. Corre in soccorso ai terremotati del Belice, si appassiona alla dottrina sociale della Chiesa, si avvicina all'Arci alle Fuci, collabora al quindicinale "L'opposizione di sinistra" e poi al periodico cattolico "Il dialogo". E' un intellettuale serio, si documenta, si informa. Gli mancano pochissimi esami per laurearsi in Filosofia a Catania quando nel '69 Vittorio Nisticò, direttore dell'Ora, lo arruola come corrispondente. Si interessa al lavoro dei sindacati ma sono le sue inchieste sui movimenti neofascisti a rivelare la stoffa del cronista.
Comincia a collaborare anche per l'unità. Nel '71 decide di presentarsi come indipendente nelle liste provinciali del Pci ma non viene eletto. Spampinato rimane deluso, sa però che il suo autentico impegno è nella scrittura. E se ne accorgeranno in molti, a Ragusa, quando comincia a indagare sulle trame nere che in quegli anni si addensano "nella provincia babba", diventata in breve un crocevia tra malavita organizzata, contrabbando e coaguli di strategie neofasciste. La domanda che gli amici gli rivolgono(e che qualcuno pensa tra sé) è:"Ma cu tu fa ffari?". Chi te lo fa fare?
Su tutto ciò Alberto riflette dopo quasi quarant'anni, senza tacere i sensi di colpa di chi allora per immaturità non aveva capito. Il dolore lo unisce ancora oggi a sua moglie Emanuela, che per due anni era stata la fidanzata di Giovanni. Tra i due c'è, meglio s'intravede, un filo indissolubile. In tutte le sue scelte che segneranno le loro esistenze.
Questo vuole essere un piccolo ricordo.
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