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martedì 14 settembre 2010

Vietnam: il mercato delle adozioni sotto le torri di Hanoi


Vietnam: il mercato delle adozioni sotto le torri di Hanoi

di Pietro Salvato

Un’inchiesta di Foreign policy svela come funzionari del Dipartimento di Stato americano siano stati coinvolti in modo sistemico in un grosso giro di corruzione, riguardo le adozioni dei bambini dal sud-est asiatico.




Forse, è solo l’ultimo frutto avvelenato della “sporca guerra per la libertà” cominciata quaranta e passa anni fa nel sudest asiatico. Forse, è solo uno sconcertante affaire di corruzione internazionale, dove la miseria degli uni viene messa a contatto con l’opulenza degli altri, dalla onnipresente faccia del serioso generale George Washington, quella stampata sulla sfondo della filigrana verde, per antonomasia: il dollaro. Un’inchiesta di EJ Graff per Foreign policy ha provato a gettare nuova luce su questa inquietante e per molti sconosciuta vicenda.

UNA STORIA KAFKIANA - Tutto cominciò tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008. Una decina di famiglie americane che aveva adottato dei bambini vietnamiti si sono viste bloccare dai burocrati del governo americano l’ingresso dei ragazzini. Furono bloccati i visti d’ingresso, senza fornire alle loro nuove famiglie nemmeno un perché. Tredici famiglie, supportata da decine di altri genitori, provarono ad attirare l’attenzione dei media su tutta la vicenda. Se ne occuparono il New York Times, ABC News ed alcuni membri del Congresso provarono a chiedere chiarimenti. Fu lanciata una campagne sul web, furono avviate petizioni e richieste pressanti agli uffici competenti, con sollecitazioni di aiuto. Tuttavia, per mesi, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti – siamo ancora in epoca dell’amministrazione di George W. Bush – e l’ente federale che sovraintende al diritto di cittadinanza e all’Immigrazione (USCIS) hanno rifiutato di rilasciare i visti necessari all’ingresso dei bambini sul suolo americano. Le ragioni che motivavano i dinieghi apparivano sempre banali, futili se non del tutto irrilevanti. Ad esempio, ad una coppia del Queens, New York, fu detto che il loro bambino forse era stato adottato legalmente in Vietnam, tuttavia il responsabile dell’orfanotrofio di Quang Nam non avrebbe mai annotato l’arrivo del bambino nel suo registro anagrafico e quindi tutto il procedimento era invalido. In realtà, spiega Graff, gli ostacoli erano dovuti alla normativa varata proprio in quel periodo dal governo federale di G. W. Bush, che dava un’ulteriore mandata restrittiva al diritto di asilo e all’immigrazione.

“NON POSSO STARE IN UNA STANZA DOVE C’È UN BAMBINO CHE PIANGE” – La citazione di Christopher Walken è tratta da “Il Cacciatore”, il film di Micheal Cimmino vincitore anni fa di svariati Oscar. Quel film raccontava appunto della “sporca guerra” del Vietnam, e come vedremo più avanti molte delle successive storture ne sono state una diretta conseguenza. Mentre da una parte decine di famiglie pagavano agli enti e alle agenzie preposte molti dollari sonanti per il disbrigo burocratico delle pratiche d’adozione, dall’altra parte lo stesso governo federale piantava sul loro cammino nuovi ostacoli onde impedire l’arrivo degli stessi bambini adottati. Inutile dire che per aggirare la normativa, in breve tempo, è stato imbastito da funzionari senza scrupoli un intricato impianto di corruttele. Il malcostume, come sappiamo, è apolide almeno da questo punto di vista. Come se non bastasse, alcuni genitori che pensavano di aver disbrigato regolarmente e, soprattutto, legalmente le loro pratiche di adozione sono finiti sotto accusa per immigrazione clandestina. E’ stato il caso di Monica Di Gioacchino, un altro genitore adottivo (d’origini chiaramente italiane) , la cui domanda di visto per un orfano vietnamita è stata dapprima negata, per poi finire lei stessa sotto indagine in materia di immigrazione clandestina. Solo molti mesi dopo, il Dipartimento di Stato ammetterà l’errore definendo la vicenda “danni collaterali”. Già, “side effect”, come si diceva qualche decennio prima nella “sporca guerra” degli effetti sulla popolazione civile del Napalm o dell’Agente orange.

ONCE UPON A TIME… – Ed infatti, secondo Graff, è proprio in quegli anni che prende piede tra Usa e Vietnam, un sistema molto affinato di corruzione e talvolta di criminale sopraffazione. Lo scopo era quello di favorire nelle adozioni solo il miglior offerente, quello più ricco. Lo si è fatto senza alcuno scrupolo. Spesso i bambini disponibili per le adozioni non erano orfani. Funzionari di enti ed agenzie, per mezzo di intermediatori indigeni hanno estorto e/o comprato i bambini direttamente dalle loro famiglie di provenienza. In genere, famiglie così povere ed affamate che il cannibalismo diventa una speranza. Sono stati falsificati atti e documenti, corrotti numerosi funzionari locali o semplicemente resi complici nell’oleato meccanismo. Venivano promesse adozioni, un futuro migliore. Pochi dollari ma subito, cash. Pochi minuti, qualche modulo da far firmare ad una madre o ad un padre spesso analfabeta ed il gioco era fatto. Un gioco che per molti è proseguito fino ad oggi. Anzi, c’è chi sospetta persino fatti più inconfessabili. Una tratta dei bambini al fine dell’espianto dei loro organi. In questo caso, non sarebbe stato l’amore dei bambini con gli occhi a mandorla far felice una lontana famiglia americana, ma un loro rene o il loro cuore. Tutto pagato in dollari sonanti a questi criminali senza scrupoli. Del resto, la speranza per molti non ha prezzo e se lo ha, è con molti zeri. Certo, mancano ancora prove concrete e certe che questo sia realmente avvenuto. Dicono che sono solo “rumors” e poi non ci sono indagati. Ma la triste cronaca, anche di questi giorni, ci dice che purtroppo è tutto terribilmente vero. Del resto il Vietnam non collabora, il governo locale però conosce l’inconfessabile realtà. Molti suoi funzionari sono invischiati fino al collo in questa triste vicenda. Sono loro che firmano le carte ed i documenti che attestano se un bambino viene da un orfanotrofio (e perciò adottabile) anziché da una famiglia ancora esistente.

LA SOLUZIONE PIÙ SEMPLICE: CHIUDIAMO LE PORTE – Con l’avvento della nuova Amministrazione di Barack Obama, il Dipartimento di Stato sta forse cambiando il suo atteggiamento, e sulla vicenda ha deciso di volerci vedere chiaro. La stessa Hillary Clinton si è impegnata in tal senso. Tra il 2006 e il 2009, gli americani hanno adottato 2.220 bambini dal Vietnam. Nel 2007, USCIS e il Dipartimento di Stato hanno rilasciato 800 visti per le adozioni ed hanno tentato di negarne solo 20. Tuttavia, nel settembre 2008, gli Stati Uniti non hanno rinnovato l’accordo bilaterale col Vietnam proprio al fine di impedire nuove adozioni e l’arrivo di immigrati da quel paese. Il Dipartimento di Stato chiaramente crede che dovrebbe essere il governo vietnamita, e non gli Stati Uniti, a risolvere il problema. Se i bambini vietnamiti sono stati presi illegalmente, di solito questo è avvenuto per opera di cittadini vietnamiti in territorio vietnamita. Gli Usa non hanno quindi alcuna giurisdizione. I funzionari “corrotti” americani operano ad un livello più alto e più nascosto. Nel 2008, come detto il Dipartimento di Stato ha varato un atto che, di fatto, impedisce la continuazione di adozioni dal Vietnam. Questo però non ha impedito adozioni clandestine, persino più affinate da quel paese ed ovviamente anche più care visto che poi c’è da falsificare anche l’atto di nazionalità del bambino adottato. Nel frattempo l’Assemblea Nazionale vietnamita ha recentemente discusso una nuova legge, compatibile con l’adozione della Convenzione dell’Aia, ma non c’è nessun segno di un’accettazione imminente.

MA FORSE QUALCOSA STA CAMBIANDO - A quasi due anni dalla chiusura, il Vietnam ha iniziato a perseguire ed incarcerare alcuni venditori senza scrupoli di bambini. Per esempio, a Nam Dinh, sedici medici vietnamiti, infermieri e funzionari che avrebbero venduto ben 266 bambini per le adozioni all’estero, sono stati condannati. Secondo alcuni funzionari, che però vogliono restare anonimi, del Dipartimento di Stato americano, se il Vietnam fornirà prove concrete di voler perseguire i suoi cittadini impegnati in questa lugubre tratta, gli Usa potrebbero rivedere la loro politica restrittiva e riaprire – almeno in forma limitata – alle adozioni provenienti da quel Paese. Speriamo, allo stesso tempo, che pure che gli stessi Usa sappiano controllare e magari reprimere l’operato criminale perpetuato in questi anni da funzionari e burocrati di enti ed agenzie americane. We hope!

http://www.giornalettismo.com/archives/81323/mercato-adozioni-vietnam/

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