Marina Forti 17/09/2010
Le foto che illustrano oggi il manifesto in edicola vengono tutte dal Pakistan: ritraggono un paese devastato dalle alluvioni.Sono una piccola scelta tra le decine, centinaia di immagini inviate dalle agenzie di stampa internazionali nell'ultimo mese e mezzo. Per tutta l'estate si sono accumulate nelle redazioni; a volte hanno trovato posto sulle pagine dei giornali, come fait divers dell'estate. Ma non è bastato a suscitare l'attenzione del mondo. Per questo oggi abbiamo pensato di rimetterle in fila: perché sono il racconto di un disastro che ci è passato sotto gli occhi senza che ce ne accorgessimo. Abituati ad associare il nome Pakistan con le parole terrorismo, taleban, guerra, quest'estate abbiamo stentato a vedere il disastro naturale, la catastrofe umanitaria, e tutta la politica che sulle catastrofi spesso si gioca.Meglio allora riepilogare. Negli ultimi giorni di luglio un'ondata di piogge monsoniche di violenza eccezionale su è abbattuta sulla regione settentrionale del Pakistan, facendo straripare fiumi e travolgendo villaggi. Un evento «naturale» con cause da cercare nei cambiamenti globali del clima, ma, a detta di molti meteorologi. Comunque sia, le piogge sono continuate, sebbene con intensità discontinua, per quasi tutto agosto. E hanno provocato due successive, gigantesche onde di piena che hanno percorso tutto l'Indo, il fiume che taglia il Pakistan da nord a sud per oltre mille chilometri, e i suoi affluenti.La provincia settentrionale del Khyber-Pakhtunkhwa, poi il fertile Punjab, infine il Sindh e parte del Baluchistan sono stati traversati da piene alte fino a 5 metri, che hanno spazzato via le case di terra dei villaggi e allagato aree urbane, divelto strade e ferrovie e fatto crollare ponti. Per settimane un terzo del territorio nazionale è stato sommerso: come l'intera superfice dell'Italia peninsulare. Il bilancio è impressionante. E' stato detto che frane e piene hanno ucciso 1.750 persone, e quel numero non è stato più aggiornato. Ma il bilancio umano è ben più pesante. Le Nazioni unite stimano che 20 milioni di persone siano state in vario modo colpite, di cui 10 milioni sfollati per salvarsi dall'acqua, e che 6 milioni abbiano perso la casa. Per settimane milioni di persone hanno vissuto accampate in scuole o moschee, o in campi profughi allestiti in fretta dall'esercito e dalle Nazioni unite, o ancora sotto ripari di fortuna sulle massicciate di strade e ferrovie o su qualunque lembo di terra emersa dall'acqua: ancora in questi giorni le agenzie riferiscono che centinaia di migliaia di persone sono accampate lungo le strade.Le Nazioni Unite hanno lanciato da subito appelli, ma i soccorsi sono stati lenti: diverse settimane dall'inizio della crisi ancora centinaia di migliaia di persone non erano neppure state raggiunte dai primi soccorsi. L'Onu ha lanciato allarmi per la situazione sanitaria: gli acquedotti, dove c'erano, sono stati invasi dall'acqua melmosa delle piene, contaminata da animali morti e dalle acque di scolo; fonti e pozzi sono contaminati; ma senza acqua potabile a disposizione, tra gli sfollati non c'era alternativa a bere quell'acqua: così dissenteria e diarrea hanno fatto strage. Col passare del tempo sono cominciati anche le esplosioni di rabbia, casi di saccheggio, tafferugli per aggiudicarsi i pochi viveri, proteste. Il bilancio economico è pure pesante. L'alluvione ha devastato soprattutto le zone rurali di un paese essenzialmente agricolo: la Banca mondiale stima che raccolti per il valore di un miliardo di dollari siano distrutti. Il danno alle infrastrutture è enorme. Il governo pakistano stima che nell'insieme i danni ammontino a 43 miliardi di dollari.Gli aiuti sono arrivati con avarizia. Ancora oggi l'Onu ha raccolto appena due terzi dei 460 milioni di dollari chiesti per far fronte alla prima emergenza.Ben più difficile sarà finanziare la ricostruzione - mercoledì scorso il Fondo monetario internazionale ha approvato un prestito d'emergenza di 451 milioni di dollari, separato dal programma di 11 miliardi di prestiti concordato nel 2008 e condizionato a una serie di aggiustamenti strutturali.Le polemiche intanto abbondano, interne e internazionali: su come e da chi saranno gestiti i fondi per la ricostruzione in un paese che ha un pessimo record di corruzione; sul vuoto di intervento pubblico che lascia spazio alle charity legate a noti gruppi estremisti islamici. Su certi proprietari terrieri che (pare) hanno aperto certe chiuse lasciando allagare a valle delle proprie tenute, sull'opportunità di costruire dighe che però seminano discordia tra le province a monte e a valle. Il governo civile, sopraffatto dalla crisi ed è bersagliato dalle critiche dei media. L'esercito ha mostrato più efficenza, e questo rinfocola competicioni di potere. Un paese è allo stremo - ma come sempre, sui disastri si fa politica.
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/09/articolo/3396/
Le foto che illustrano oggi il manifesto in edicola vengono tutte dal Pakistan: ritraggono un paese devastato dalle alluvioni.Sono una piccola scelta tra le decine, centinaia di immagini inviate dalle agenzie di stampa internazionali nell'ultimo mese e mezzo. Per tutta l'estate si sono accumulate nelle redazioni; a volte hanno trovato posto sulle pagine dei giornali, come fait divers dell'estate. Ma non è bastato a suscitare l'attenzione del mondo. Per questo oggi abbiamo pensato di rimetterle in fila: perché sono il racconto di un disastro che ci è passato sotto gli occhi senza che ce ne accorgessimo. Abituati ad associare il nome Pakistan con le parole terrorismo, taleban, guerra, quest'estate abbiamo stentato a vedere il disastro naturale, la catastrofe umanitaria, e tutta la politica che sulle catastrofi spesso si gioca.Meglio allora riepilogare. Negli ultimi giorni di luglio un'ondata di piogge monsoniche di violenza eccezionale su è abbattuta sulla regione settentrionale del Pakistan, facendo straripare fiumi e travolgendo villaggi. Un evento «naturale» con cause da cercare nei cambiamenti globali del clima, ma, a detta di molti meteorologi. Comunque sia, le piogge sono continuate, sebbene con intensità discontinua, per quasi tutto agosto. E hanno provocato due successive, gigantesche onde di piena che hanno percorso tutto l'Indo, il fiume che taglia il Pakistan da nord a sud per oltre mille chilometri, e i suoi affluenti.La provincia settentrionale del Khyber-Pakhtunkhwa, poi il fertile Punjab, infine il Sindh e parte del Baluchistan sono stati traversati da piene alte fino a 5 metri, che hanno spazzato via le case di terra dei villaggi e allagato aree urbane, divelto strade e ferrovie e fatto crollare ponti. Per settimane un terzo del territorio nazionale è stato sommerso: come l'intera superfice dell'Italia peninsulare. Il bilancio è impressionante. E' stato detto che frane e piene hanno ucciso 1.750 persone, e quel numero non è stato più aggiornato. Ma il bilancio umano è ben più pesante. Le Nazioni unite stimano che 20 milioni di persone siano state in vario modo colpite, di cui 10 milioni sfollati per salvarsi dall'acqua, e che 6 milioni abbiano perso la casa. Per settimane milioni di persone hanno vissuto accampate in scuole o moschee, o in campi profughi allestiti in fretta dall'esercito e dalle Nazioni unite, o ancora sotto ripari di fortuna sulle massicciate di strade e ferrovie o su qualunque lembo di terra emersa dall'acqua: ancora in questi giorni le agenzie riferiscono che centinaia di migliaia di persone sono accampate lungo le strade.Le Nazioni Unite hanno lanciato da subito appelli, ma i soccorsi sono stati lenti: diverse settimane dall'inizio della crisi ancora centinaia di migliaia di persone non erano neppure state raggiunte dai primi soccorsi. L'Onu ha lanciato allarmi per la situazione sanitaria: gli acquedotti, dove c'erano, sono stati invasi dall'acqua melmosa delle piene, contaminata da animali morti e dalle acque di scolo; fonti e pozzi sono contaminati; ma senza acqua potabile a disposizione, tra gli sfollati non c'era alternativa a bere quell'acqua: così dissenteria e diarrea hanno fatto strage. Col passare del tempo sono cominciati anche le esplosioni di rabbia, casi di saccheggio, tafferugli per aggiudicarsi i pochi viveri, proteste. Il bilancio economico è pure pesante. L'alluvione ha devastato soprattutto le zone rurali di un paese essenzialmente agricolo: la Banca mondiale stima che raccolti per il valore di un miliardo di dollari siano distrutti. Il danno alle infrastrutture è enorme. Il governo pakistano stima che nell'insieme i danni ammontino a 43 miliardi di dollari.Gli aiuti sono arrivati con avarizia. Ancora oggi l'Onu ha raccolto appena due terzi dei 460 milioni di dollari chiesti per far fronte alla prima emergenza.Ben più difficile sarà finanziare la ricostruzione - mercoledì scorso il Fondo monetario internazionale ha approvato un prestito d'emergenza di 451 milioni di dollari, separato dal programma di 11 miliardi di prestiti concordato nel 2008 e condizionato a una serie di aggiustamenti strutturali.Le polemiche intanto abbondano, interne e internazionali: su come e da chi saranno gestiti i fondi per la ricostruzione in un paese che ha un pessimo record di corruzione; sul vuoto di intervento pubblico che lascia spazio alle charity legate a noti gruppi estremisti islamici. Su certi proprietari terrieri che (pare) hanno aperto certe chiuse lasciando allagare a valle delle proprie tenute, sull'opportunità di costruire dighe che però seminano discordia tra le province a monte e a valle. Il governo civile, sopraffatto dalla crisi ed è bersagliato dalle critiche dei media. L'esercito ha mostrato più efficenza, e questo rinfocola competicioni di potere. Un paese è allo stremo - ma come sempre, sui disastri si fa politica.
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/09/articolo/3396/
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