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martedì 21 settembre 2010

Lega, libici e poteri cosa c'è dietro la bufera

Lega, libici e poteri cosa c'è dietro la bufera

di Rinaldo Gianola

Con una drammatizzazione improvvisa il caso Unicredit esplode e rischia di destabilizzare uno dei più grandi gruppi bancari italiani ed europei. Una riunione straordinaria del consiglio di amministrazione è stata convocata per questo pomeriggio dal presidente Dieter Rampl che, dopo un’ultima serie di telefonate con i grandi soci del gruppo, ha deciso nella tarda mattina di ieri di accelerare la svolta. Oggi l’amministratore delegato Alessandro Profumo, uno dei più potenti e influenti banchieri e il protagonista della crescita vertiginosa dell’ex Credito Italiano dopo la privatizzazione, potrebbe presentarsi dimissionario davanti al consiglio di amministrazione.
Anche se da settimane si parlava di crescenti tensioni tra Profumo, il vero capo della banca, e i soci maggiori, in particolare le fondazioni bancarie di Torino e Verona sempre più influenzate dalle pressioni politiche della Lega, era difficile immaginare che si arrivasse così presto a uno showdown che mette in evidenza non solo le incomprensioni già note, ma una vera e propria frattura al vertice di uno dei grandi istituti bancari italiani, una frattura che minaccia la stabilità della banca, la sua strategia e la sua gestione.
Ma perché si arriva a questa resa dei conti? Le fondazioni e anche i soci tedeschi accusano la gestione Profumo di non aver prodotto i risultati attesi e di non essere riuscito a far riprendere quota al titolo in Borsa. Critiche che hanno certo un loro peso e un loro valore, anche se bisognerebbe tener presente che proprio in questi mesi Unicredit ha preparato un nuovo piano di riorganizzazione e in questi giorni è stato avviato il negoziato con i sindacati per una riduzione di personale di 4700 unità in seguito alla creazione della Banca Unica. Ma, probabilmente, questa non è la sola o la vera causa del clamoroso divorzio. Profumo paga la sua indipendenza, spesso esibita nella sua lunga gestione , e soprattutto paga la crisi finanziaria degli ultimi due anni, gli attacchi della Lega e l’ingresso nel capitale degli interessi libici. Questo, probabilmente, è il vero punto. Proprio ieri è stato confermato dalla Consob che la Banca centrale libica e il fondo Libyan Investment authority, riconducibili allo stesso soggetto economico, possiedono complessivamente oltre il 7,5% del capitale sociale di Unicredit e Gheddafi, dunque, è il primo singolo azionista della banca.
Anche se lo stesso Profumo aveva precisato all’inizio di settembre di non aver chiamato o sollecitato l’intervento dei soci libici, sia le fondazioni, sia i soci tedeschi rappresentati da Rampl hanno maturato il sospetto che questo pesante intervento azionario fosse stato ispirato o comunque governato da Profumo.
I libici hanno assunto una posizione tale da sospettarli di voler scalare la banca, come hanno ipotizzato alcuni ambienti politici. Se Gheddafi va a braccetto di Berlusconi, se Italia e Libia stringono affari miliardari, come escludere che Unicredit possa essere diventato oggetto di scambio a livello politico? La partita è molto delicata. I libici hanno il 7,5% del capitale di Unicredit, suddiviso in due soggetti, ma lo statuto di Unicredit impedisce di esercitare il diritto di voto al di sopra della soglia del 5%. Come la mettiamo? La Banca centrale libica e il fondo sovrano sono lo stesso soggetto, come è lecito immaginare, oppure no? Cosa dirà la Banca d’Italia a questo proposito? Come si concluderà l’indagine che lo stesso presidente di Unicredit Rampl sta conducendo?
I libici hanno fatto sapere ieri di essere molto soddisfatti del loro investimento di lunga durata in Unicredit e, naturalmente, il governo e gli amici arabi di Berlusconi, come Tarak Ben Ammar, nessuno sospetta che la Libia possa scalare Unicredit. In ogni caso Profumo, che abbia o meno qualche responsabilità in questa apertura ai libici, è vittima di interessi contrastanti, ad esempio la Lega che non vuole i libici, ma che alla fine si concentrano sulla figura dell’amministratore delegato come figura da colpire. Certo in banca qualche frattura rilevante deve esserci stata se il tedesco Rampl, presidente di Unicredit fin dai tempi della maxi fusione di piazza Cordusio con Hypovereinbank, ha reso esplicite per la prima volta le sue critiche all’operato di Profumo. Davanti a questo crescente fuoco di sbarramento, davanti a questa ostilità sempre più diffusa, dopo due anni di crisi e di difficile gestione della banca, probabilmente Profumo ha deciso di tagliare il cordone, di anticipare le decisioni del consiglio di amministrazione, di non pregiudicare la sua autonomia, arrivando fino alle dimissioni. L’uscita di Profumo, se davvero ci sarà, non risolverà i problemi di rapporti tra azionisti, né l’ingombrante presenza dei capitali di Gheddafi. Ieri sera mentre il banchiere lasciava in silenzio piazza Cordusio già circolavano i nomi dei possibili successori, probabilmente da scegliere tra i vice di Profumo. In pole position c’è Roberto Nicastro. Ma la partita è aperta.

21 settembre 2010

http://www.unita.it/news/economia/103710/lega_libici_e_poteri_cosa_c_dietro_la_bufera

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