Susan Dabbous
15/09/2010
EMERGENZE. Cala per la prima volta la malnutrizione nel mondo in 15 anni. Ma per le Nazioni Unite 925 milioni di persone che non hanno da mangiare sono inaccettabili. Un problema concentrato in 7 Paesi.
«Non sono un’esperta scientifica di cambiamenti climatici, ma una cosa è certa: negli ultimi anni le catastrofi naturali colpiscono più del passato e per noi le azioni di intervento si sono più che raddoppiate». Josette Shereean è la responsabile del Pam, programma alimentare mondiale, agenzia dell’Onu che interviene con aiuti immediati nelle zone disastrate. «Prima, mi riferisco al 1989, impiegavamo l’80 per cento delle nostre risorse in aiuti allo sviluppo e il restante 20 alle emergenze. Ora abbiamo dovuto invertire questa proporzione». Sehereen è appena tornata dal Pakistan dove il Pam è impegnato nella distribuzione di alimenti nell’area colpita dalle recenti alluvioni «grande come l’Italia». I nuovi affamati del Pakistan non sono stati contati nelle statistiche pubblicate ieri dalla Fao (Food and agriculture organization) sul numero delle persone che soffrono la fame cronica nel mondo: 925 milioni. Un numero leggermente inferiore a quel miliardo del 2009 che aveva fatto indignare le Nazioni Unite con la campagna “1billion hungry people. I’m mad as hell” (Un miliardo di persone soffre la fame e questo mi rende furioso). Il calo è dovuto al calo dei prezzi alimentari dopo i picchi 2008 e alla crescita economica trainata da Cina e India. «Diminuiscono gli affamati – dice Jaques Diouf, segretario generale della Fao- ma non c’è spazio per il compiacimento. Ogni sei secondi un bambino muore a causa della fame. Per raggiungere gli obiettivi del millennio entro il 2015 ci dovranno essere 500 milioni di malnutriti in meno».
Ed è proprio per fare il punto sugli otto grandi obiettivi che 189 Stati si diedero in sede Onu nel 2000, con scadenza quindicennale, che si riuniranno le Nazioni Unite il prossimo 20 settembre. Un appuntamento importante, 10 anni dopo, per analizzare quanto è stato fatto sullo sradicamento della fame nel mondo, l’eguaglianza dei sessi, la maternità, l’istruzione, la mortalità infantile, le malattie (Aids in primis), la protezione ambientale, e la collaborazione internazionale nell’ambito dello sviluppo.
Un’occasione in cui emergeranno i dati pubblicati oggi a Roma: il 98 per cento del numero complessivo di affamati nel mondo vive nei paesi in via di sviluppo. Due terzi dei quali sono concentrati in soli sette Paesi: Bangladesh, Cina, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, India, Indonesia e Pakistan; più del 40 per cento si trova in Cina e in India. La regione con il più alto numero di persone malnutrite continua ad essere l’Asia e il Pacifico, sebbene si sia passati dai 658 milioni del 2009 ai 578 milioni del 2010, mentre la più alta concentrazione percentuale di affamati si registra nell’Africa sub-sahariana, pari al 30 per cento. Da notare anche un altro dato: nei Paesi sviluppati ci sono ben 19 milioni di persone che non hanno sufficiente cibo. Per il resto migliorano notevolmente le performance dell’America Latina e Centrale (con eccezione del Messico che peggiora) trainata dall’effetto Lula. Il presidente brasiliano, infatti, è riuscito con il suo programma “Fame zero”, lanciato nel 2003, a sradicare quasi completamente la piaga nel suo Paese. Ma a ricordare che non bisogna vedere il bicchiere solo mezzo pieno, ci pensa l’Oxfam che denuncia «l’insufficienza dell’impegno dei governi». Per lottare veramente contro la fame, inoltre, per l’Ong occorre immediatamente disincentivare la produzione di agrocarburanti (di cui il Brasile è primo produttore) e istituire un fondo per aiutare i Paesi in via sviluppo a far fronte ai cambiamenti climatici. «Se n’è parlato a Copenaghen - afferma Diouf – e speriamo che si trovi un accordo alla prossima conferenza sul Clima a Cancun. Ormai è noto: gli affamati si concentrano nelle aree del mondo più colpite dal global warming». Per l’effetto devastante delle inondazioni e della siccità. Quest’estate poi è arrivata anche l’emergenza incendi in Russia, Paese produttore di grano. Lo stop all’export del prezioso cereale, dopo i roghi di agosto, ha mandato momentaneamente in tilt il mercato globale, facendo salire il prezzo del bene. «Ci preoccupa molto la volatilità dei prezzi e la vulnerabilità di alcuni Stati di fronte a questi - ammonisce Diouf -. Ma per quest’anno siamo piuttosto tranquilli. Il 2010 avrà il terzo raccolto più abbondante degli ultimi 10 anni. Questo fa sì che esiste uno stock di 100 milioni di tonnellate cereali in più rispetto all’anno 2007-8. Anche per questo i prezzi oggi sono molto inferiori rispetto a quell’annata terribile». Nel 2007 gli organismi finanziari specularono sui beni primari e portarono al raddoppio del prezzo di grano e riso. Un rischio che ad oggi resta impossibile scongiurare.
http://www.terranews.it/news/2010/09/la-fame-segue-il-clima
15/09/2010
EMERGENZE. Cala per la prima volta la malnutrizione nel mondo in 15 anni. Ma per le Nazioni Unite 925 milioni di persone che non hanno da mangiare sono inaccettabili. Un problema concentrato in 7 Paesi.
«Non sono un’esperta scientifica di cambiamenti climatici, ma una cosa è certa: negli ultimi anni le catastrofi naturali colpiscono più del passato e per noi le azioni di intervento si sono più che raddoppiate». Josette Shereean è la responsabile del Pam, programma alimentare mondiale, agenzia dell’Onu che interviene con aiuti immediati nelle zone disastrate. «Prima, mi riferisco al 1989, impiegavamo l’80 per cento delle nostre risorse in aiuti allo sviluppo e il restante 20 alle emergenze. Ora abbiamo dovuto invertire questa proporzione». Sehereen è appena tornata dal Pakistan dove il Pam è impegnato nella distribuzione di alimenti nell’area colpita dalle recenti alluvioni «grande come l’Italia». I nuovi affamati del Pakistan non sono stati contati nelle statistiche pubblicate ieri dalla Fao (Food and agriculture organization) sul numero delle persone che soffrono la fame cronica nel mondo: 925 milioni. Un numero leggermente inferiore a quel miliardo del 2009 che aveva fatto indignare le Nazioni Unite con la campagna “1billion hungry people. I’m mad as hell” (Un miliardo di persone soffre la fame e questo mi rende furioso). Il calo è dovuto al calo dei prezzi alimentari dopo i picchi 2008 e alla crescita economica trainata da Cina e India. «Diminuiscono gli affamati – dice Jaques Diouf, segretario generale della Fao- ma non c’è spazio per il compiacimento. Ogni sei secondi un bambino muore a causa della fame. Per raggiungere gli obiettivi del millennio entro il 2015 ci dovranno essere 500 milioni di malnutriti in meno».
Ed è proprio per fare il punto sugli otto grandi obiettivi che 189 Stati si diedero in sede Onu nel 2000, con scadenza quindicennale, che si riuniranno le Nazioni Unite il prossimo 20 settembre. Un appuntamento importante, 10 anni dopo, per analizzare quanto è stato fatto sullo sradicamento della fame nel mondo, l’eguaglianza dei sessi, la maternità, l’istruzione, la mortalità infantile, le malattie (Aids in primis), la protezione ambientale, e la collaborazione internazionale nell’ambito dello sviluppo.
Un’occasione in cui emergeranno i dati pubblicati oggi a Roma: il 98 per cento del numero complessivo di affamati nel mondo vive nei paesi in via di sviluppo. Due terzi dei quali sono concentrati in soli sette Paesi: Bangladesh, Cina, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, India, Indonesia e Pakistan; più del 40 per cento si trova in Cina e in India. La regione con il più alto numero di persone malnutrite continua ad essere l’Asia e il Pacifico, sebbene si sia passati dai 658 milioni del 2009 ai 578 milioni del 2010, mentre la più alta concentrazione percentuale di affamati si registra nell’Africa sub-sahariana, pari al 30 per cento. Da notare anche un altro dato: nei Paesi sviluppati ci sono ben 19 milioni di persone che non hanno sufficiente cibo. Per il resto migliorano notevolmente le performance dell’America Latina e Centrale (con eccezione del Messico che peggiora) trainata dall’effetto Lula. Il presidente brasiliano, infatti, è riuscito con il suo programma “Fame zero”, lanciato nel 2003, a sradicare quasi completamente la piaga nel suo Paese. Ma a ricordare che non bisogna vedere il bicchiere solo mezzo pieno, ci pensa l’Oxfam che denuncia «l’insufficienza dell’impegno dei governi». Per lottare veramente contro la fame, inoltre, per l’Ong occorre immediatamente disincentivare la produzione di agrocarburanti (di cui il Brasile è primo produttore) e istituire un fondo per aiutare i Paesi in via sviluppo a far fronte ai cambiamenti climatici. «Se n’è parlato a Copenaghen - afferma Diouf – e speriamo che si trovi un accordo alla prossima conferenza sul Clima a Cancun. Ormai è noto: gli affamati si concentrano nelle aree del mondo più colpite dal global warming». Per l’effetto devastante delle inondazioni e della siccità. Quest’estate poi è arrivata anche l’emergenza incendi in Russia, Paese produttore di grano. Lo stop all’export del prezioso cereale, dopo i roghi di agosto, ha mandato momentaneamente in tilt il mercato globale, facendo salire il prezzo del bene. «Ci preoccupa molto la volatilità dei prezzi e la vulnerabilità di alcuni Stati di fronte a questi - ammonisce Diouf -. Ma per quest’anno siamo piuttosto tranquilli. Il 2010 avrà il terzo raccolto più abbondante degli ultimi 10 anni. Questo fa sì che esiste uno stock di 100 milioni di tonnellate cereali in più rispetto all’anno 2007-8. Anche per questo i prezzi oggi sono molto inferiori rispetto a quell’annata terribile». Nel 2007 gli organismi finanziari specularono sui beni primari e portarono al raddoppio del prezzo di grano e riso. Un rischio che ad oggi resta impossibile scongiurare.
http://www.terranews.it/news/2010/09/la-fame-segue-il-clima
0 commenti:
Posta un commento