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martedì 10 agosto 2010

IL DISASTRO DELL’UNIVERSITA’ ITALIANA: TAGLI INDISCRIMINATI, SPRECHI E CORSI INUTILI



9 agosto 2010

di Carmine Gazzanni

Pochi giorni fa Silvio Berlusconi, nonostante la palese crisi politica in cui è caduto il Governo e dalla quale difficilmente si rialzerà, cercava ancora di farsi vedere in piedi, elogiando l’operato del suo “staff” parlando di quattro riforme in sette giorni. Una di queste è quella relativa all’università. In un passo, infatti, il Presidente del Consiglio affermava: “il Senato ha approvato una riforma fondamentale della nostra università sulla base del merito e dell’ingresso di giovani docenti e ricercatori”. Chiaramente la questione è profondamente diversa.

Come scrivono i Ricercatori Precari sul loro sito, il provvedimento tende non a “migliorare il sistema universitario”, ma ha l’obiettivo “di liberare il paese di un’intera generazione di ricercatori precari”. Che saranno almeno ventimila. Cosa prevede infatti questa riforma? Nei prossimi sei anni sono previste promozioni a professore associato riservate. Per tutti coloro, invece, che ancora percorrono la strada del dottorato è stato fissato un tetto massimo di dieci anni: bisogna stare attenti a non collezionare più di dieci anni tra assegni di ricerca (4 anni massimo) e contratti da ricercatore o associato, altrimenti “si cade fuori dalla giostra”. In pratica, se si supera questo tetto di dieci anni di precariato si è fuori dai giochi. Misura del tutto illogica se si pensa che per gli attuali assegnisti, borsisti, docenti a contratto, l’ età media si aggira attorno ai 35 anni e il tempo di precariato mediamente attorno ai sei anni dopo il dottorato.
Come scrivono i Ricercatori Precari: “La legge Gelmini, così come è concepita, RISOLVE IL PRECARIATO ABOLENDO I PRECARI e non lo fa selezionando per merito, ma eliminando dalla competizione proprio quelli che non hanno alternative, se non l’espatrio”.

Detto questo, però, c’è da dire anche che l’università italiana da tempo è in crisi. Prendiamo in considerazione alcuni punti:
1. Il corpo docente (professori ordinari, associati e ricercatori) è il più anziano tra i paesi OCSE. Gli ultrasessantenni sono il 27% e di questi il 14% hanno più di 65 anni. Soltanto l’1,8% del corpo, invece, ha meno di trent’anni.
2. In tutti gli altri paesi europei i docenti universitari vanno in pensione a 65 anni. In Italia, si arriva oltre i 70. La riforma ora blocca l’età di pensionamento a 70 anni (senza la possibilità della proroga di due anni), ma ancora siamo fuori i “regimi” degli altri Paesi europei. Anche se, a onor del vero, c’è da dire che alcuni esponenti del Pd avevano avanzato la proposta di abbassare l’età pensionabile a 65 anni. Chiaramente il Governo ha rispedito al mittente la proposta.
3. Gli stipendi dei ricercatori italiani (che sono la gran parte del corpo docente, più del 50%), nei primi anni di attività, sono più bassi del 30%-50% di quelli degli altri paesi europei. E non è finita qui: lo stipendio dei docenti ordinari a fine carriera è dell’ordine di un salario in una università USA.

E non è finita qui. Da anni e anni in alcuni atenei si continua a sprecare in maniera sconsiderata aprendo corsi inutili, finanziando progetti che non hanno visto mai la luce e così via. Basti pensare alla sola Università di Siena: i debiti per quest’ateneo ammontano a 110 milioni di euro. E ancora: in Italia sono attivi 5.500 corsi di laurea, 37 dei quali attivi con un solo studente, 327 facoltà che non superano i 15 iscritti. E sui corsi di laurea la fantasia è massima: si va da Scienze del fiore e del verde a Scienze dell’allevamento, igiene e benessere del cane e del gatto; da Storia delle donne e di genere a Scienze e turismo alpino; da Beni enogastronomici a Ortofrutticola internazionale; e ancora Chimica dei materiali e tecnologie ceramiche, Tecniche erboristiche e Scienza della Pace.

Dunque gli sprechi sono stati tanti. E’ indubbio, tuttavia, che la riforma va nella direzione sbagliata: i tagli non sono mirati, ma indiscriminati. Uno studio portato avanti dalla Flc-Cgil dimostra che l’Università si sveglierà con 26.500 occupati in meno, occupati precari mandati a casa alla scadenza del tempo determinato. Berlusconi parlava nella nota di riforma “basata sul merito”. Se pagano indistintamente tutti, dov’è il merito (e il demerito) signor Presidente? Non sarebbe stato più giusto mantenere il distinguo tra università virtuose e non virtuose anche per questi tagli?

http://lospecchioblog.altervista.org/specchio/?p=2049

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