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giovedì 26 novembre 2009

"Il manoscritto Voynch", Ufo, o beffa? E' il libro più misterioso


Ha fatto impazzire storici e linguisti di ogni Paese, ha resistito agli attacchi dei crittografi di eserciti e servizi segreti di mezzo mondo, ha sconfitto i più sofisticati software di decifrazione di codici, ha ammutolito scienziati e filosofi. È un piccolo volume formato da un centinaio di fogli scritti a mano, di cui non si conosce l’autore, né la data né il luogo di composizione: è conosciuto come "manoscritto Voynich", dal nome inglesizzato dell’antiquario russo di origini polacche Wylfrid Wojnicz che lo acquistò per il suo negozio londinese dai gesuiti del collegio di Villa Mondragone, a Frascati, nel 1912. Ed è considerato l’enigma letterario più sorprendente di tutti i tempi, il libro più misterioso della storia.Che nessuno è in grado di leggere.


Risalente a un periodo compreso fra la fine del Quattro e la prima metà del Cinquecento, scritto in una lingua misteriosa e indecifrabile, arricchito da numerose illustrazioni a colori di piante ignote ai botanici, animali rari, strane figure femminili, stelle e diagrammi, il "manoscritto Voynich" resiste da mezzo millennio a ogni tentativo di decodificazione e traduzione: ha battuto i geroglifici egizi, la scrittura cuneiforme, persino la leggendaria Lineare B minoica. Il suo silenzio è impenetrabile. Pochissimi lo hanno potuto maneggiare – il manoscritto è custodito alla Beinecke Rare Book Library dell’università di Yale -, qualche studioso lo conosce attraverso la riproduzione pubblicata dall’editore francese Jean-Claude Gawsewitch nel 2005, i più ne hanno solo sentito parlare, tramandando il "mistero" attraverso studi specialistici, siti internet, persino romanzi fantasy.Oggi la storia di questo occulto rompicapo letterario è raccontata, insieme ai numerosi tentativi di decifrazione e alle più fantasiose ipotesi interpretative – un messaggio in codice di una civiltà extraterrestre, un clamoroso falso rinascimentale, un’“enciclopedia” di arcani saperi per una setta di iniziati… – è ripercorsa dal primo saggio scientifico dedicato all’argomento mai apparso in Italia: L’enigma del manoscritto Voynich dello studioso argentino Marcelo Dos Santos (Edizioni Mediterranee).


Secondo una lettera in latino, datata 1666 e trovata allegata al testo, il volume fu acquistato nel 1568 dall’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, collezionista di nani per il divertimento della corte e di libri esoterici ed altre mirabilia per il proprio piacere. Poi nel XVII secolo scomparve, per riapparire agli inizi del ’900 nella biblioteca gesuita dove lo trovò Wojnicz.Ma chi l’ha scritto, e perché? Nel 1921 il filosofo statunitense William R. Newbold, specialista in codici cifrati nella Prima guerra mondiale, sostenne che il manoscritto fosse opera del filosofo Ruggero Bacone (1214-93). Altri, confondendo il cognome di Ruggero Bacone, del filosofo rinascimentale Francis Bacon. Negli anni Cinquanta il crittografo americano William Friedman individuò una serie di “ridondanze”, ossia ripetizioni di alcune parole, simili alle formule chimiche, ipotizzando si trattasse di un antico erbario.


Nel 1962 Edith Sherwood fece notare la similitudine fra la calligrafia del manoscritto e la scrittura speculare di Leonardo da Vinci; nel 1978 il linguista John Stojko considerò il testo una raccolta di lettere scritte in ucraino, successivamente codificate, ma senza capirne il senso; mentre negli anni Ottanta il fisico Leo Levitov assicurò che il manoscritto fosse opera degli eretici Catari e che celasse i segreti del Giardino dell’Eden. Infine lo psicologo inglese Gordon Rugg, docente di Scienze del calcolo all’Università di Keele, nel 2003 è giunto alla conclusione che si tratti di un falso cinquecentesco, realizzato dall’avventuriero elisabettiano Edward Kelley con la complicità dell’alchimista John Dee per vendere, dietro un compenso di 600 monete d’oro, un testo incomprensibile abilmente contraffatto all’imperatore Rodolfo II. Senza però riuscire del tutto a convincere esperti e profani della reale natura dell’unico libro esistente che nessuno sa leggere: un trattato di alchimia in codice, il delirio di un pazzo, una scrittura perduta o una beffa d’artista?


Fonte

mercoledì 25 novembre 2009

Storia regionale-San Francesco di Paola- Mistero e religione

Calabria,
Paola
(provincia di Cosenza)

Molti storici regionali hanno cercato di accertare l’esistenza di Paola nell’epoca classica greco-romana, identificandola con Patycos, città fondata dagli Enotri.
Alcuni scrissero che la città vantava addirittura per suo fondatore il Re Enotrio, cinque secoli avanti le guerre troiane, ma questo argomento molto discusso serve solo ad introdurci verso il luogo più suggestivo e importante della città.
Il Santuario di San Francesco.
Francesco d’Alessio, questo il suo nome, nacque a Paola il 27 marzo del 1416, e divenne astro di prima grandezza nella società cristiana del secolo XV.
Diverse testimonianze affermano che alla sua nascita fiamme prodigiose ed arcane melodie avvolsero la sua casa…
Questo è il primo di una serie di eventi misteriosi e miracolosi che hanno accompagnato la vita del Santo.

Ma cosa può indicare questo evento? Dove possiamo ritrovare qualcosa di simile?
Cercheremo di approfondire dopo questo aspetto molto interessante..

Francesco ad appena 12 anni fu condotto nel convento di San Marco Argentano, non molto distante da Paola, dove resto per un anno e incominciò a dare non pochi segni di quel potere prodigioso, che in seguito lo rese famoso ovunque.
E si fa cenno al dono della bilocazione.
Ritornato a Paola, intraprese un pellegrinaggio ad Assisi con i genitori, toccando anche Montecassino, Loreto, Monteluco e Roma.
Ritornato in Calabria, all’età di 14 anni egli si ritirò a vita eremitica in un podere paterno, e quel luogo fu ed è chiamato tradizionalmente “deserto”.

Il suo metodo di vita fu del tutto simile a quello degli antichi anacoreti greci, che nel Medioevo avevano reso celebre la zona del Mercuriom, non molto distante da Paola.
Preghiera, digiuno, mortificazione corporale, lavoro manuale, contemplazione caratterizzarono quel periodo della sua vita che va dal 1430 al 1435. In questo anno incominciarono ad affluire al suo eremo i primi discepoli che, da tre arrivarono a 12.
Si formò così la prima comunità, che prese il nome di Eremiti di Fra Francesco di Paola.
Insieme costruirono la chiesetta non senza l’intervento di fatti prodigiosi.

Con l’afflusso di altri discepoli, i locali si dimostrarono insufficienti e S. Francesco si vide costretto a costruirne altri più idonei. In questa costruzione i miracoli si susseguirono con ritmo accelerato: tutta la zona retrostante la chiesa è conosciuta come la zone dei miracoli, la quale comprende la Fornace, in cui il Santo entrò due volte per ripararla, mentre bruciava a pieno ritmo e ne usci illeso; e una fonte d’acqua fatta sgorgare da una roccia con il tocco del suo bastone per uso degli operai, i Sassi pendoli, staccatisi dalla montagna e fermati dal Santo durante la loro fuga precipitosa, che sono ancora lì fuori dalla zona dei miracoli, nella loro posizione eccentrica.

Altri fatti prodigiosi accompagnarono il Santo nella fondazione degli altri Conventi, contemporaneamente egli esercitava il suo potere taumaturgico a favore degli ammalati e dei bisognosi, che continuamente facevano appello alla sua carità.. Vengono ricordate le guarigioni miracolose di paralitici, di lebbrosi, di ciechi, di indemoniati, nonché la risurrezione di alcuni morti, tra cui quella di suo nipote.
Ma l’opera di Francesco non resto circoscritta alla fondazione del suo Ordine e ai favori concessi a piene mani ad ogni sorta di persona, ma si estese anche nel campo sociale, prendendo apertamente la difesa della giustizia e della carità contro i soprusi e le angherie dei signori del suo tempo tra cui lo stesso Re di Napoli Ferrante d’Aragona.

Intanto la fama di Francesco varcò i confini della Calabria, fu invitato a fondare un Convento in Sicilia. Il viaggio fu caratterizzato dal suo passaggio dello Stretto di Messina sopra un logoro mantello, dato il rifiuto del barcaiolo a trasportarlo gratuitamente.
Al ritorno dalla Sicilia fu visitato dal Legato papale Girolamo Adorno, che fu inviato per informarsi sulla fama della sua santità e dei suoi prodigi, che aveva raggiunto anche Roma.
Mentre il Santo attendeva al consolidamento dell’Ordine, la fama dei suoi miracoli raggiunse la Francia, dove il Re Luigi XI, afflitto da grave malattia incurabile, espiava i crimini della sua vita. Lo invitò alla sua Corte, nella speranza di ottenere da lui quel che invano aveva chiesto a medici famosi. Ma il Santo non si mosse e non si piegò nemmeno alle preghiere del Re Ferrante d’Aragona, sollecitato da Luigi XI.

Questi allora si rivolse al Papa Sisto IV, il quale gli ingiunse, per il bene della Chiesa, di accondiscendere al desiderio del Sovrano, recandosi al suo capezzale. Il Santo allora piegò la testa e si mise in viaggio per la Francia.
L’arrivo a Napoli avvenne in una festa di popolo, quale non aveva conosciuto nessun sovrano. Qui spezzò una delle monete d’oro offerte dal Re, da cui ne sprizzò sangue.
A Roma ebbe calorosa accoglienza da Sisto IV, che lo voleva inisgnire dell’Ordine sacerdotale; ma egli ricusò per umiltà e si contentò di chiedere la facoltà di benedire le corone e gli oggetti di devozione. Il Papa gli affidò la trattazione di alcuni delicati incarichi presso il Re di Francia, che ebbero buon esito, come risulta dalle lettere intercorse tra i due durante la permanenza di San Francesco in Francia.

Appena egli arrivo sul suolo francese, liberò le città di Bormes e Fréjus da una terribile pestilenza. Quest’ultima città, memore del beneficio ricevuto, fondò un convento per i suoi frati e inifine lo acclamò suo Celeste Patrono e Protettore.
Luigi XI gli fece la più lieta accoglienza, lo alloggiò nel suo castello di Plessis-du-Parc e lo ricolmò di favori, assecondando la propagazione del suo ordine in Francia, Germania e Spagna.
Egli lo consultava frequentemente ma non ottenne la sospirata guarigione, in compenso ottenne la grazia di una buona morte e la possibilità di riparare alcuni dei suoi crimini, nonché le questioni pendenti con la Chiesa di Roma.

Dopo la morte di Luigi XI, Francesco chiese di ritornare in Calabria; ma la Reggente Anna di Beaujeu prima e Carlo VIII poi vi si opposero recisamente. Questi accordarono al Santo la stessa benevolenza di Luigi XI e ottennero da Innocenzo VIII una nuova conferma dell’Ordine, col breve "Pastoris officium"del 23 marzo 1486.
Durante la sua permanenza in Francia, egli perfezionò le Regole del suo Istituto, che prese il nome di Ordine dei Minimi, ed ebbero l’approvazione del Papa Alessandro VI, e così fondo anche il secondo ed il terzo Ordine.

San Francesco è una delle figure più rappresentative e più popolari della Chiesa. Umile e penitente uomo di fede e di intensa vita interiore fu amato dal popolo, riverito dai potenti, malgrado la libertà, con cui riprendeva i loro vizi e stigmatizzava le loro prepotenze.
La sua spiritualità si avvicina a quella di San Francesco d’Assisi, per molti versi, ma se ne distacca per lo spirito di mortificazione corporale, che fu ritenuto eccessivo, anche se tale non fu, come egli stesso dimostrò all’inviato papale Girolamo Adorno.
La forte personalità del Santo s’impose all’attenzione dei contemporanei e all’ammirazione dei posteri.
Carico di meriti, morì il venerdì 2 aprile 1507 a Tours in Francia, ed ebbe la venerazione del popolo.

Il processo di beatificazione fu iniziato subito dopo la sua morte. Fu Leone X, che portò avanti il processo e il 1 maggio del 1519 fu canonizzato.
Francesco I, per quella occasione regalò 70.000 scudi d’oro e i preziosi arazzi destinati ad addobbare la Basilica di S. Pietro. Fece anche coniare una medaglia, ricordo che portava su un verso la sua effige e su l’altro quella del Taumaturgo di Paola con questa iscrizione:
“Al propagatore della stirpe reale”

In seguito a ciò, il suo culto popolare si affermò dappertutto: numerose città innalzarono chiese in suo onore; non poche lo proclamarono Patrono Celeste in Italia, In Francia e in Spagna; la Sicilia, la Calabria e il Regno di Napoli lo proclamarono loro Particolare Protettore; Pio XII lo dichiarò Patrono della Gente di mare della Nazione Italiana e Giovanni XXIII lo insigni come speciale Patrono della Calabria.
Ma dopo questo breve e sintetico viaggio sulla vita del Santo che qui non possiamo raccontare nei minimi particolari, cercheremo di analizzare l’uomo, le sue gesta, sotto altri punti di vista riprendendo episodi e avvenimenti analoghi avvenuti ad altri uomini in epoche passate.
Partiamo con un preambolo però.

Dalla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, la storia dell’Uomo è quella di una creatura separata dal suo Creatore, all’eterna ricerca di un nuovo contatto con la propria essenza divina.
La Bibbia è il racconto di questo esilio dell’uomo sulla Terra, ma anche dell’incontro, o degli incontri, dell’umano con la divinità.
La voce di Dio che parla ad Adamo ed Eva, l’incontro di Mosè sul Monte Sinai, e tutte le altre apparizioni “angeliche” di cui le pagine bibliche sono disseminate, dimostrano che il legame con le stelle non è completamente perduto. Ma di che natura sono esattamente questi incontri e quali verità nascondono? È davvero quella canonica l’unica interpretazione delle parole bibliche?))
Analizzando la versione ebraica dell’antico testamento, una prima lettura getta l’ombra del dubbio già su una delle prime affermazioni: "Dio creò l’uomo a sua immagine". Il testo ebraico usa il plurale, Elohim, che starebbe per "a Loro immagine".

Ma chi sono questi loro?

Ma adesso soffermiamoci sul primo evento “divino” che coinvolse Francesco.
Quando nacque fiamme ardenti ed arcane melodie avvolsero la sua casa…ma questa non bruciò…
Molti furono testimoni di questo evento insolito, prodigioso..con elemento il fuoco.

Ma dove viene usato il fuoco per convincere l’osservatore che si trova dinanzi ad un messaggio divino?
L’esempio più famoso è quello del roveto ardente.
Accadde quando Yahweh aveva scelto Mosè, un ebreo cresciuto alla corte egizia, per condurre gli Israeliti fuori dalla schiavitù d’Egitto. Mosè, stava pascolando il gregge del suocero, il sacerdote di Madian "e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Elohim, l’Oreb".

L’ angelo di Yahweh gli apparve
In una fiamma di fuoco
In mezzo ad un roveto.
Egli guardò ed ecco:
il roveto ardeva nel fuoco,
ma quel roveto non si consumava.
Mosè pensò:
“Voglio avvicinarmi
A vedere questo meraviglioso spettacolo:
perche il roveto non brucia?”
Yahweh vide che
Si era avvicinato per vedere
E Elohim lo chiamò dal roveto
E disse "Mosè, Mosè!".
Rispose: "Eccomi!".

Siamo di fronte a quale evento?

Una notte un seguace di Francesco non riuscendo a prendere sonno, decise di fare una passeggiata, quando arrivò verso valle, assistette ad un evento straordinario. Vide in lontananza delle fiamme e una luce fortissima quasi abbagliante, ma nulla bruciava intorno, rimase lì ad osservare e vide un uomo che riconobbe, era Francesco. Ma nulla disse e chiese all’Eremita il giorno successivo.

"E l’aspetto della gloria dell’Eterno era agli occhi dei figlioli di Israele come un fuoco divorante sulla cima del monte". (esodo)

Il cielo si carica di elettricità statica, innescando sovente fenomeni conosciuti sin dai tempi antichi come fuochi di sant’Elmo. Si tratta di una scintilla continua e luminosa, detta anche scarica incandescente. Si verifica quando elettricità ad alto voltaggio si scarica in un gas, nel momento in cui cielo e terra, a causa di un violento temporale, diventano elettricamente carichi. L’alto voltaggio separa le molecole dell’aria e il gas elettrizzandosi s’illumina; un fenomeno che richiede una grande quantità di energia (oltre 30.000 volt). Oggetti appuntiti come alberi delle navi o le fusoliere degli aerei possono ridurre a circa 1000 volt questo altissimo voltaggio.

I fuochi di sant’Elmo sono plasma luminoso. Il plasma può trasferire correnti elettriche, generare campi magnetici, ed è una delle forme più comuni sotto le quali si presenta la materia cosmica. Un gas, compreso quello atmosferico, cioè l’aria, è composto da molecole. Queste sono fatte da atomi che, a loro volta, sono costituiti da elettroni e agglomerati di particelle protoniche. Quando ad un gas si applica un forte voltaggio si induce un’azione repulsiva fra elettroni e protoni, trasformandolo in una miscela luminosa di particelle separate. Il colore del plasma che ne deriva dipende dal tipo di gas coinvolto nel processo, ma di norma, nell’atmosfera terrestre, è un gas blu violetto.

Al contrario dei globi di fuoco, che possono muoversi, i fuochi di sant’Elmo restano attaccati agli oggetti sui quali si concretizzano, in compenso possono suddividersi, crepitare come un fuoco, anche se si tratta di una fiamma che non brucia né si consuma. Non esistono luoghi privilegiati per il loro manifestarsi. I fuochi di sant’Elmo possono materializzarsi in cima un monte come al centro di un arbusto, come forse accadde a Mosè con il misterioso roveto ardente e a San Francesco.

Gli oggetti appuntiti, come gli alberi delle navi o le punte dei campanili delle chiese, favoriscono il fenomeno in modo particolare. Sono tanti i marinai che, al pari di Mosè e il frate calabrese sono rimasti coinvolti da questi eventi, ed è proprio da questa tradizione, che il fenomeno è stato chiamato fuoco di sant’Elmo, essendo questo santo il riconosciuto patrono dei marinai (vissuto attorno al 300 d.C.) Anche San Francesco fu riconosciuto Celeste Patrono e Protettore della gente di mare della Nazione Italiana. Ricordando l’attraversamento dello stretto di Messina sopra il suo mantello.

Gli antichi testi riportano descrizioni di visioni, incontri reali divini e sogni profetici che non mancarono neanche durante la vita di San Francesco.
Prendiamo ad esempio il Libro di Adamo ed Eva che come altri libri pseudo epigrafici, che venne scritto negli ultimi secoli che precedettero l’era cristiana., ricco di informazioni relative a sogni profetici e visioni.
Nel caso dei sogni profetici, questi sono stati realmente considerati come indiscusso canale di comunicazione fra divinità ed esseri umani.
Più volte San Francesco fu visto in estasi sollevato da terra, e avvolto da luce…Ebbe rivelazioni su eventi futuri, e acquisì sempre maggiore devozione dai suoi interlocutori.

Francesco era in Vaticano dove ebbe calorosa accoglienza da Sisto IV. L’Eremita domandò umilmente l’approvazione del voto di astinenza quaresimale per sé e per i suoi eremiti, e il Papa annui perché Francesco e i suoi praticassero quella austerità, demandando agli specialisti lo studio e l’opportunità del voto perpetuo, allora Francesco indicando con gesto sicuro il cardinale Giuliano della Rovera, presente all’udienza disse:

"Padre Santo, ecco chi mi concederà ciò che ora la Santità Vostra crede di dovermi negare."
Più tardi, infatti, colui, divenuto Papa Giulio II, sancì il IV voto di quaresima perpetuo dei Minimi.
In quei giorni si trovava a Roma Lorenzo dei Medici con il figlio di sette anni, Giovanni, e presentandolo a Francesco disse:
"Giovannino, bacia la mano al Santo", e Francesco gli disse:
"Si, io sarò Santo quando voi sarete Papa".
Predizione che si avverò puntualmente quando Giovanni dei Medici divenuto Papa con il nome di Leone X canonizzò Francesco, il primo maggio 1519.
La navigazione non era facile e sicura a quei tempi; parecchi pericoli turbarono la rotta e richiesero l’intervento del Santo per scongiurarli.

Un commerciante della Provenza, che conduceva il buon padre con il messo del re, narrava, così come faceva lo stesso messo, che l’Uomo di Dio, al suo arrivo, entrò in chiesa a pregare; e vi rimase così a lungo, che il messo, mandò alcuni che lo chiamassero, questi, però, non riuscirono a trovarlo, avvertito di ciò, il messo si recò in chiesa, e tutti credevano che ve lo avrebbe trovato, ma, poiché non lo videro, ne restarono stupiti, e cominciarono a sparlare e a lamentarsi, pensando che si fosse dato alla fuga; e diceva che il re avrebbe fatti tutti uccidere.
Finalmente un religioso del suo Ordine, andato con lui in Francia, cercò di tranquillizzarli, poco dopo, il buon padre fu finalmente trovato davanti all’altare maggiore, dove lo avevano cercato tante volte. Di fronte a quale evento ci troviamo? “Abduction”?

Luigi ebbe maggiore conferma della autentica santità di Francesco, quando fu chiamato dalla figlia primogenita Anna a godersi uno spettacolo paradisiaco. Per evitare il frastuono della corte, Francesco si ritirava di frequente nel folto del parco reale, dove aveva scovato un piccolo antro nascosto da un roveto, che gli richiamava tanto alla mente la grotta di Paola.
Passò a caso da quel luogo Anna, durante la sua passeggiata vespertina, e vide Francesco in estasi avvolto in un raggiante fulgore. Come la principessa Anna, lo vide anche il re suo padre, il quale, dopo quella prima volta, tornò spesso a guardarlo per edificarsi.
In uno di quegli incontri il Santo gli svelò apertamente la volontà di Dio.

Gli disse che non poteva ottenere la sospirata guarigione e doveva mettere in ordine i suoi affari, cedere ciò che spettava al re d’Aragona e gli riferì che a breve il suo regno sarebbe stato punito con il flagello dell’eresia.
Francesco predisse la distruzione della Bretagna molto tempo prima di tale evento e cercò di fronteggiarla con tutto il suo potere. A tale scopo interpose i suoi buoni uffici per concludere il matrimonio del duca di Bretagna, inviando due religiosi con missive al re e al duca. Francesco esclamò:
"Il re prenderà in moglie la figlia del duca di Bretagna".
E questo si verificò.
Predisse la battaglia di Sant’Albino del 1488. Il giovane Carlo VIII prima dell’impresa si volle confidare con lui circa l’esito
Similmente, nel conflitto di Fornay il Frate rimase chiuso nella cella, senza prendere alcun cibo, sentiva dentro di sé, ispirato da Dio, che il Re era assediato dai suoi nemici.
Nelle ricorrenze solenni della Chiesa si chiudeva nella sua cella senza parlare con nessuno, per sette o otto giorni consecutivi.

Spesso, durante la notte, i religiosi sentivano un rumore e che gravi battiture gli venivano date da parte del diavolo mentre era nella sua cella: i frati udivano un rumore come di carri che correvano e uomini che trascinavano come delle grosse catene di ferro. Spesso trovavano l’Uomo di Dio ferito; in molti credevano che i demoni spesso lo bastonassero, come manifestarono attraverso la voce alcuni indemoniati. Coloro che udivano quei rumori, non avevano più il coraggio di stare accanto alla cella dell’Uomo di Dio.
La regina di Bourbon, che nutriva grande devozione verso Francesco, si lamentava con lui di non poter avere figli e il Padre, allora, le rispose di non preoccuparsi e che prima della sua partenza dalla Francia ciò sarebbe accaduto.

Nacque infatti Carlo, futuro conte di Clérmont, e in seguito, diede alla luce una graziosa bambina, chiamata Susanna, che divenne la duchessa di Montpensier.
Riconoscente, la regina, fece fondare nell’anno 1490 il Convento di Gien, sulla riva destra della Loira, dando pure il necessario al sostentamento dei religiosi.
Una volta trovarono il Padre calabrese nella chiesa di Plessis, presso Tours, levato in alto cinque o sei cubiti…
Questo e molto altro si potrebbe narrare…

Per quanto riguarda invece le visioni degli antichi testi vorrei riportare ciò che Adamo udì e vide dopo che lui ed Eva furono cacciati dal paradiso.

Giunse da me l’arcangelo Michele,
emissario di Dio.
Vidi un carro come il vento,
le sue ruote sembravano fiamme.
Venni condotto in alto fino
Al Paradiso dei Giusti
Vidi il Signore seduto,
ma il suo volto era di fuoco
non si riusciva a sostenere la vista.

Ma anche Ezechiele, ad esempio alla fine del VII secolo a.C. vide un carro divino..
Ecco allora una possibile risposta a questi eventi:
Essi rispecchiano una certa familiarità con riferimenti ben precisi, quali ad esempio la presenza di veicoli aerei nei testi mesopotamici ed egizi. E a proposito di visioni o di avvistamenti di quelli che noi oggi chiamiamo UFO, esistono prove tangibili, concrete, di tali avvistamenti anche prima del Diluvio: prove pittoriche di innegabile autenticità.
Molti eventi simili a quello citato sopra sono narrati nei vari testi antichi.
Parliamo di arte rupestre, ai disegni ritrovati nelle grotte abitate dall’uomo di cro-magnon. Queste grotte sono state trovate nella Francia sudoccidentale e a nord della Spagna.

Ma adesso addentriamoci nella chiesa, costruita dal Santo. Essa si presenta in due parti distinte: la prima costituita dal Coro quadrato, di metri 5,50 di lato e dal presbiterio, quadrato, di metri 6,10 per 6,10.
La seconda parte è formata dalla navata rettangolare, in posizione sensibilmente asimmetrica. Complessivamente tutta la chiesa è lunga 33 metri e larga, nella parte centrale 8,60. E’ affiancata da cinque archi, dei quali 4 sono gotici e uno romanico.
Ma adesso soffermiamoci sui numeri.

Adesso, sommando alcune delle misure utilizzate per la costruzione, per essere preciso quella del coro quadrato di 5,50 metri, del presbiterio di 6,10 metri e la larghezza della chiesa nella parte centrale di 8,60 metri, ottengo 20,20 come risultato, che può sembrare un numero senza senso, ma se moltiplicato con il numero 33, la lunghezza della chiesa, ottengo il numero 666, il numero dell’Apocalisse di Giovanni.
Il numero 33 poi indica tra l’altro, anche il più alto grado della massoneria.
Ma se abbiamo trovato il 666, possiamo ottenere il 144?
Questo numero è presente nella Costruzione Sacra e si ottiene anche sommando le misure delle celle costruite dal Santo, inclusa l’Antro della Penitenza la prima è rettangolare e misura 5,30 per 2,20 metri, mentre l’Antro, pure rettangolare, è 5,30 per 1,60 … sommando queste misure, si ottiene un numero che si riferisce al 144, esso è 14,4.
Questo numero al pari del 666 è presente nell’Apocalisse di Giovanni.

Ma eccoci alla zona dei miracoli dalla quale si accede dal prospetto principale. Da qui ci ritroviamo di fronte La Fornace, in cui il Santo fece cuocere il materiale per la fabbrica della Chiesa e del Convento.
Sulla Fornace è stata innalzata una piccola cupola di protezione.
Il Santo Taumaturgo vi entrò una volta per ripararla, mentre andava a pieno ritmo; un’altra volta ne richiamò a vita il suo diletto agnellino "Martinello", che gli operai avevano divorato gettandone le ossa tra le fiamme.
Dopo l’ultimo arco, in un piccolo incavo del muro c’è il bossolo di una bomba, caduta nel 1943, durante la seconda guerra mondiale, nel greto del fiume e rimastavi miracolosamente inesplosa.
Poco più avanti c’è la Fonte la cui breve iscrizione, ricorda che fu fatta scaturire miracolosamente dal Santo per uso degli operai e della fabbrica.

Quest’acqua, che viene attinta con dei mestoli e portata a casa dei devoti, mantiene sempre lo stesso livello. La storia narra che i Francesi la fecero prosciugare nel 1806 per accertare la verità e constatarono che nella stessa giornata essa era al livello ordinario.
Tra l’altro secondo le analisi effettuate in questi anni, quest’acqua risulta tra le più pure in Europa.
Proseguendo per lo stretto viottolo, si raggiunge il ponte del diavolo che sarebbe stato fatto costruire dal demonio per ordine di San Francesco. In compenso il diavolo chiese l’anima del primo viandante, che lo avrebbe attraversato. Il frate vi fece passare una cane.
Il diavolo, irritato per la beffa, tiro un calcio al parapetto di sinistra ( il buco che si nota verso il centro del ponte), poggiando la mano sulla parete opposta e lasciandovi l’impronta.

Si può notare il particolare mutamento che ha subito la roccia, il colore scuro e la sua diversità rispetto alla pietra circostante mi fa pensare che abbia subito un violento processo di surriscaldamento fino a fonderla in quel punto e raffreddatasi successivamente rimanendo così come oggi la vediamo. Ma appena mi sarà possibile preleverò un piccolo campione per trovare qualcuno che sia disposto ad analizzarla.
Ma proseguiamo nel nostro cammino poiché dal Ponte del Diavolo, si scende alla Grotta della Penitenza.
Una piccola iscrizione, ricorda che:

In questo antro si rifugiò Francesco appena quattordicenne e per cinque anni visse nella penitenza e nella preghiera

Questo antro, che fu testimone
delle più aspre mortificazioni e ardenti preghiere, e qui il frate vide per due volte l’Arcangelo S. Michele e la venuta dei primi tre seguaci del Santo.
Questa zona dei Miracoli è chiamata curiosamente sin da allora “Deserto”.
Quale potrebbe essere il motivo escludendo l’origine ambientale? Poiché come si vede dalle immagini è ricca di vegetazione. Potrebbe esserci un elemento, un richiamo al deserto del Sinai dove Mosè peregrinò e compì dei miracoli simili a quelli del frate?

Ad esempio Mosè fece sgorgare con il suo bastone acqua dalla roccia per dissetare gli uomini..
La Fornace che serviva per produrre materiale per il Convento e la chiesa è affascinante, poiché da qui non necessariamente si doveva produrre materiale per la costruzione..
Ma prima di addentrarci in possibili spiegazioni facciamo un salto indietro nel tempo.
Nel IV secolo d.C. un ordine di monaci cristiani aveva fondato la missione del monastero di Santa Caterina sulla cima di un monte nella parte sud del Sinai, chiamando il posto Gebel Musa (monte di Mosè). Ma era chiaro a tutti trattarsi di un appellativo quanto mai improprio, dal momento che l’ubicazione del sito non rispondeva in nulla ai riferimenti geografici riportati dalla Bibbia. Nel libro dell’Esodo si descrive il percorso che attorno al 1300 a.C., Mosè e gli Ebrei avevano intrapreso per allontanarsi dall’Egitto, quando, lasciata la regione di Goshen, avevano attraversato il Mar Rosso per inoltrarsi nella terra di Madian ( a nord dell’attuale giordania).
Seguendo questa linea di penetrazione attraverso i luoghi selvaggi di Sur e Paran, la sacra montagna di Mosè, con i suoi 800 m di altezza, si stacca inconfondibile dal vasto plateau montano della piana sabbiosa di Paran. Il luogo e oggi conosciuto come Serabit el Khadim (la prominenza del Khadim) ed era proprio su per questa altura che Pietre e la sua spedizione ai primi del 900 si erano inoltrati.

Avevano così raggiunto la vetta senza particolari aspettative ed invece, una volta arrivati avevano fatto una scoperta monumentale. Dinanzi i loro occhi trovarono un antico tempio egizio, con iscrizioni nitide che lo datavano in modo inequivocabile alla IV dinastia, quella del faraone Snefru, che aveva regnato attorno al 2600.

La cosa particolare che in questo tempio monumentale, dedicato alla dea Hathor, quindi luogo di culto e preghiera, trovarono un crogiolo da metallurgia e una consistente quantità di polvere bianca, nascosta sotto alcune lastre di pietra. Questa misteriosa sostanza si chiama MFKZT, (forse si pronuncia mufkutz ) sostanza preziosa per gli egizi che compare ovunque nei loro testi.

Questa sostanza è polvere d’oro, e ingerendola (sotto forma di pani e focacce o diluita con l’acqua), a questa polvere si ascriveva il dono di essere “dispensatrice di vita”.
Infatti in quell’epoca veniva consumata in gran quantità dai sovrani, non per avere la vita eterna ma sicuramente per prolungarla, che consentiva di portarla come oltre la media (caso curioso, San Francesco visse 91 anni) e secondo, era il mezzo che consentiva la loro preservazione dopo la morte.
In questo luogo come forse anche nel santuario di San Francesco, la fornace produceva del materiale, attraverso il procedimento alchemico con gli “artigiani” che con lui operavano in quel tempo.
Anche qui sarebbe interessante poter accedere all’interno della Fornace, per prelevare dei campioni.

Tornando per un attimo sul tempio di Serabit e rileggendo le parole dell’Esodo queste assumono un altro senso, se viene riletto in quest’ottica:
"Or il monte Sinai era tutto fumante, perché l’Eterno vi era disceso in mezzo al fuoco, e il fumo ne saliva come il fumo di una fornace e tutto il mondo tremava forte".
Tra l’altro San Francesco entrò una volta nella Fornace per ripararla, quindi era uomo dotato anche di conoscenza e metodi di costruzione, infatti egli costruì assieme agli artigiani ed operai la chiesa come riportano i vari testi.
Dalla Fornace fece ritornare in vita un agnellino.

Questa potrebbe essere una metafora per testimoniare il ruolo di rinascita e trasformazione che avveniva attraverso la lavorazione del materiale dentro la Fornace?

Da un mucchietto di ossa ritorna in vita l’animale.
Come l’Araba Fenice risorge dalle sue ceneri.
Anche per quanto riguarda l’acqua fatta sgorgare dalla roccia c’è l’analogia con ciò che fece Mose’ nel deserto, con un bastone compirono lo stesso miracolo. E questa fonte possiamo associarla a quello che nei romanzi cavallereschi medievali era l’acqua che scaturiva dalla fonte dell’eterna giovinezza, considerato anche l’affermata qualità e l’eventuale associazione con ciò che veniva lavorato nella Fornace. “Con l ‘acqua si consumava il materiale prodotto nella Fornace”.
Lungo tutta l’emergente tradizione religiosa giudaico-cristiana, il pane ha sempre conservato un’importanza particolare, dalla storia di Melchisedec (arcangelo Michele) alla preghiera a tutti nota del Padre Nostro, con le parole "dacci oggi il nostro pane quotidiano". A proposito del Padre Nostro c’è da osservare che, per quanto venga riportata nel Nuovo Testamento, la preghiera originale è alquanto più antica e risale ad un’orazione egizia rivolta al dio Sole che inizia così: "Amen, amen, tu che sei nei cieli". La tradizione cristiana pone “amen” alla fine della preghiera, un’usanza che ricorre anche in altri inni religiosi e a cui san Francesco era molto legato.

Adesso passiamo ad un altro elemento, l’obelisco che si trova nel piazzale distante l’ingresso del santuario. Questo fu eretto nel 1950 in ricordo dell’anno giubilare, ma qui mi pongo la prima domanda perché un obelisco?
L’obelisco è un simbolo egiziano, come mai questo e non un altro simbolo, magari legato alla religione cristiana? Chi volle che fu eretto? Questa è una domanda a cui non ho trovato ancora risposta, ma passiamo ad analizzare l’altezza di questo monumento.
È alto 22 metri e come l’obelisco in piazza S.Pietro. ha sulla parte alta una croce, con la base posizionata sul piccolo pyramidion. Ma soffermiamoci sull’altezza, sul numero 22 e vediamo quali significati e proprietà possiede.

Il numero 22 è il quarto numero pentagonale che rappresenta un pentagono, che si rifà al pentacolo, uno dei simboli esoterici pitagorici. È costituito da un pentagramma inscritto in un cerchio; quest'ultimo rappresenta, nella maggior parte delle interpretazioni l'infinitezza dell'esistente, le punte della stella invece rappresenterebbero i cinque elementi su cui si basano le leggi dell'universo.

Il pentacolo è una rappresentazione del microcosmo e del macrocosmo, combina cioè in un unico segno tutta la mistica della creazione, ovvero tutto l'insieme di processi su cui si basa il cosmo. Le cinque punte del pentagramma interno simboleggiano i cinque elementi metafisici dell'acqua, dell'aria, del fuoco, della terra e dello spirito. Questi cinque elementi sintetizzano quelli che sono i gruppi in cui si organizzano tutte le forze elementari, spiritiche e divine dell'universo. L'ultimo elemento, lo spirito, non è altro che l'energia mistica emanata da Dio; questa energia si elabora e si manifesta condensandosi e andando a costituire le particelle subatomiche della materia.

È l'energia che compone tutto l'universo, e della quale l'uomo non sa spiegare l'origine, la Fonte.
San Francesco durante la sua vita riuscì a plasmare i cinque elementi metafisici…
Parliamo adesso del corridoio dei Padri in cui non sono riuscito a fare delle riprese, ma vi sono molte informazioni a riguardo.
Il soffitto ligneo è dipinto sfarzosamente con scene del Vecchio Testamento e decorazione floreale. I dipinti sono dovuti ad un frate dell’ordine, sono 16 e ciascuno di questi, tranne il primo, è preceduto da un motto.

Al di sopra di ciascuna cella c’è il ritratto di uno dei membri più illustri dell’Ordine, che ha onorato il Protoconvento, con la relativa iscrizione, in caratteri grossi, tra una porta e l’altra. Ci sono 10 celle, 10 frati..e 10 cieli.
Il patriarca Enoch fu scelto fra i figli degli uomini e venne condotto in cielo dagli angeli dove nel suo viaggio gli fecero attraversare i 10 cieli fino a giungere all’ultimo, il decimo dove incontrò il Signore. E in questo viaggio apprese tutti i segreti del "funzionamento del cielo, della terra e dei mari; di tutti gli elementi, del loro andare e venire, del tuonare dei tuoni; e i (segreti) del Sole e della Luna, dei movimenti e dei cambiamenti dei pianeti, delle stagioni, degli anni, dei giorni e delle ore" e di tutte le cose degli uomini, le lingue di tutti i canti umani..e di tutto ciò che si può imparare" alla fine Enoch scrisse 360 libri.
Da notare che nella Cabala, la casa di Dio è nella decima Sefira, un luogo splendente o celeste, un decimo cielo.

Ma ciò che voglio focalizzare è il fatto che Enoch venne a conoscenza dei segreti dell’universo e del Sole. Il simbolo del Sole è utilizzato anche da San Francesco, dove all’interno c’è la parola Charitas. Questo simbolo si può riscontrare anche in altre civiltà, luoghi remoti appartenente ad esempio ai Faraoni dell’antico Egitto dove c’era il culto del Sole. Il disco o plesso solare.
Altra curiosità: la parola CHARITAS fu “concessa” al santo dagli angeli del cielo.

E’ possibile che vi sia una relazione tra il Santo calabrese e Mosè, come con altri uomini vissuti in altre epoche e luoghi diversi e lontani, legati da una antica conoscenza esoterica sotterranea che si tramanda attraverso i secoli? Come non citare anche Gesù ad esempio..Proviamo a fare qualche correlazione tra il Santo, Mosè (che secondo Manetone) un consigliere del faraone Tolomeo I, regnante attorno al 300 a.C., mosè viene ricordato come un sacerdote egizio di Heliopolis e Gesù secondo la tradizione cristiana.
L'agnello della cena pasquale per Mosè, Cristo che si sacrifica come agnello immolato, San Francesco fa ritornare in vita l’agnellino, dopo che gli operai lo mangiarono.

Il passaggio del Mar Rosso per Mosè. Il battesimo nell’acqua di Gesù, San Francesco attraversa lo stretto di Messina sopra il suo mantello.
Mosè legislatore. Cristo portatore di una Nuova Legge, San Francesco portatore della Carità, della difesa del popolo contro i potenti dell’epoca e molto altro ancora.
Secondo alcuni studi Mosè in Egitto apprese gli antichi segreti dell’universo, attraverso la Sacra Scienza, fu un sacerdote iniziato ai misteri, così come può esserlo stato Gesù’ e San Francesco l’uomo più vicino a noi per arco temporale.

Ma vi un altro elemento importante presente nel corridoio dei padri. Un affresco del beato Nicola Saggio, e questo potrebbe fare ipotizzare ancor di più gli elementi esoterici e conoscenze sotterranee presenti in questo luogo. Su questo affresco alla sinistra del volto di questo padre vi è un triangolo con al suo interno un occhio. Simbolo che si lega all’antico Egitto…
Utilizzato ancora oggi nella massoneria per esempio.

Ma vi sono altri fatti da narrare che qui in conclusione voglio accennare di carattere generale e legati anche all’Eremita.

Tra i personaggi illustri che fecero parte dell’Ordine dei Minimi cito P. Bernardo Boyl di origine tarraconese, fu il primo apostolo del nuovo mondo. I reali di Spagna, Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia, in occasione del secondo viaggio di Cristoforo Colombo pensarono alla evangelizzazione del nuovo mondo sia per motivi di fede che per legare alla Spagna le future colonie. Fu scelto come guida Bernardo Boyl, già consigliere e segretario del Re di Spagna ed eremita dell’Ordine dei Minimi.

Un altro personaggio illustre fu Marin Mersenne abate, filosofo e scienziato francese. Fu intimo amico di Cartesio ed in contatto con i principali scienziati e filosofi della sua epoca, tra i quali Pascal, Torricelli, Fermat, Hobbes. Insegnò filosofia a Nevers (1614-1620) e organizzò riunioni scientifiche regolari che fornirono più tardi a Colbert l’idea di fondare l’Accademia delle Scienze.Tradusse la Meccanica di Galileo(1644) e le opere dei matematici greci.Utilizzò per primo il pendolo per la misura dell’accelerazione di gravità (1644) ed ebbe l’idea di un igrometro e di un telescopio a specchio parabolico.I suoi lavori più originali vertono sull’acustica:Harmonie universelle, contenant la théorie et la pratique de la musique(1636).Scoprì le leggi dei tubi sonori e delle corde vibranti, determinò la relazione tra le frequenze della scala musicale e le altezze, studiò gli echi sonori e misurò la velocità del suono (1636).Agli inizi del ‘600 Mersenne fu il primo a concepire un modello matematico in grado di ideare nuovi numeri primi, tanto che una classe di numeri porta il suo nome.


SE GESÙ NON MORÌ SULLA CROCE, PASSÒ DALLA CALABRIA

Leggende medievali vogliono che Gesù Cristo abbia curato le ferite del Calvario alle Terme di Guardia Piemontese — alle quali attinse anche Enea sfuggito a Troia —, per questo dichiarate sante da San Francesco di Paola;.
In conclusione tra i vari eventi ed elementi analizzati e da approfondire ulteriormente possiamo affermare che Francesco appartiene al quel gruppo ristretto di uomini iniziati alla Sacra Scienza? Quella che include, la conoscenza della matematica, della medicina e della guarigione, del segreti dell’universo e del Sole? Le rocce staccatesi dalla montagna e ferme in posizione tale da sfidare le leggi della fisica indicano forse una conoscenza legata alla gravità terrestre e al magnetismo?
A voi la risposta.




Storia regionale-Calabria San Francesco di Paola

San Francesco di Paola (prov. di Cosenza)

Ordine dei Minimi

Dell'Ordine dei Minimi, fondato da San Francesco di Paola, fecero parte illustri personaggi. Tra essi, citiamo:

P. Bernardo Boyl, di origine tarraconese,
fu il primo apostolo del nuovo mondo. I reali di Spagna, Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia, in occasione del secondo viaggio di Cristoforo Colombo pensarono alla evangelizzazione del nuovo mondo sia per motivi di fede che per legare alla Spagna le future colonie. Fu scelto come guida Bernardo Boyl, già consigliere e segretario del Re di Spagna ed eremita dell’Ordine dei Minimi. P. Boyl era amico di infanzia del monarca spagnolo; divenuto poi insigne umanista, gli furono affidate dal re importanti e delicate missioni diplomatiche.
Nel 1479, per esempio, fu inviato dal sovrano in qualità di Commissario regio della spedizione armata contro il ribelle marchese di Oristano in Sardegna, con la flotta comandata dall’Ammiraglio Vilamari. Benché all’apice del successo personale, nell’anno successivo, nel 1480 abbandonò tutto per ritirarsi a vita eremitica nel romitorio della SS. Trinità nella montagna del Montserrat. Fu ordinato sacerdote nel 1481, quindi Superiore degli eremiti di Montserrat.
Anche da eremita il sovrano di Spagna ricorse a lui per risolvere una controversia politica con il Re di Francia, Carlo VIII, con l’intento di recuperare alla corona spagnola, le Contee di Rossillon e Cerdagna. E fu proprio in questa occasione che ebbe modo di conoscere Francesco di Paola. Era a Tours nel 1486 e incontrò certamente Francesco che, peraltro, si era già interessato della spinosa questione facendo promettere al re Luigi XII nel testamento la ricomposizione di quella vicenda. Colpito dalla santità e dall’austerità del santo eremita calabrese, Bernardo Boyl prese la decisione di entrare nell’Ordine dei Frati Minimi Eremiti fondato, appunto, da Francesco di Paola.
Rientrato in Spagna, vi rimase il tempo necessario per sistemare le sue cose e ritornò a Tours. San Francesco ebbe modo di conoscerne e apprezzarne le qualità e lo nominò Vicario Generale per la Spagna e lo inviò in quella terra per fondarvi dei conventi del suo Ordine, nella seconda metà del 1492. Grazie a lui e all’appoggio che ebbe dai reali di Spagna, sorsero i conventi di S. Cipriano a Barcellona, e S.Maria della Vittoria a Malaga. Incaricato dallo stesso Papa Alessandro VI, che a sua volta era stato sollecitato dai reali di Spagna, Boyl partì per le nuove terre al seguito di Cristoforo Colombo.
Ben presto si manifestò un aperto conflitto tra l’idea missionaria e civilizzatrice e gli interessi materiali che avevano stimolato l’espansione europea oltreoceano e a farne le spese furono gli indigeni sottoposti a indicibili sventure. I rapporti tra Colombo e Boyl si logorarono a tal punto che Boyl lasciò la Missione con una lettera del 30 gennaio 1494, inviata al Re, tramite Antonio de Torres con la quale spiegava al sovrano la sua difficoltà a venire in contatto con gli indigeni. Il re rifiutò la proposta, ma egli attuò ugualmente la sua decisione approdando a Cadice il 3 dicembre 1494.
Da Tours qui partì, su incarico di San Francesco, per Roma presso il papa Alessandro VI per intercedere in favore dell’Ordine dei Minimi. In occasione di un suo secondo viaggio a Roma, sempre in missione diplomatica, il papa Alessandro VI lo inviò presso il re di Spagna per tentare di scongiurare una guerra. Per obbedienza al Re di Spagna accettò di succedere al tristemente celebre Cesare Borgia nella carica di Abate Commendatario dell’Abazia di S. Michele di Cuxà, nel Rossiglione e qui rimase fino al 1507, anno in cui cessava di vivere S. Francesco di Paola.
Apparteneva all’Ordine dei Minimi Marin Mersenne (La Soultière, presso Oizé, Maine,1588-Parigi,1648), abate, filosofo e scienziato francese. Fu intimo amico di Cartesio ed in contatto con i principali scienziati e filosofi della sua epoca, tra i quali Pascal, Torricelli, Fermat, Hobbes. Insegnò filosofia a Nevers (1614-1620) e organizzò riunioni scientifiche regolari che fornirono più tardi a Colbert l’idea di fondare l’Accademia delle Scienze.Tradusse la Meccanica di Galileo(1644) e le opere dei matematici greci.
Utilizzò per primo il pendolo per la misura dell’accelerazione di gravità (1644) ed ebbe l’idea di un igrometro e di un telescopio a specchio parabolico.I suoi lavori più originali vertono sull’acustica:Harmonie universelle, contenant la théorie et la pratique de la musique(1636).Scoprì le leggi dei tubi sonori e delle corde vibranti, determinò la relazione tra le frequenze della scala musicale e le altezze, studiò gli echi sonori e misurò la velocità del suono (1636).Agli inizi del ‘600 Mersenne fu il primo a concepire un modello matematico in grado di ideare nuovi numeri primi, tanto che una classe di numeri porta il suo nome. La via aperta da questo geniale filosofo nella “caccia eterea” dei numeri primi, per merito di tre indiani, ha segnato oggi un grosso traguardo con la ideazione di un nuovo algoritmo, una formula, cioè, per scoprire più velocemente i numeri primi.L’ultimo, più grande numero primo, è stato scoperto nel febbraio 2005 dallo scienziato tedesco Martin Novak. Per scriverlo sono occorse 7.816.230 di cifre. (dal Corriere della Sera, 11 agosto 2005).
Oggi, utilizzando ben 700 computer, due professori dell’Università del Missouri sono riusciti a calcolare un numero composto da 9.152.052 cifre. È il più grande numero primo di Mersenne mai calcolato prima. Per trascrivere questo numero occorrerebbero decine di pagine. È stato offerto un premio di 100 mila dollari a chi troverà un numero primo di Mersenne di 10 milioni di cifre. Quanti computer e quanti scienziati serviranno per calcolarlo?. (dall'Avvenire, gennaio 2006)

Calabria, luoghi misteriosi


ALTOMONTE (CS)DI QUI PASSO' IL VALOROSO ORLANDO

Orlando fu un valorosissimo cavaliere di Carlo Magno, decantato della leggendaria “Chanson de Roland” (ripresa poi da Ludovico Ariosto). Pare che questo luogo abbia acquisito il nome proprio da Altomonte, saraceno assassino del padre Milone, ucciso da Orlando, mentre, per bere ad una fonte, si tolse l’elmo.

Fu la prima valorosa azione di Orlando. Pare che questa fonte esista ancora oggi e venga chiamata Polla dell’Aspromonte, considerata sacra, perché grazie ad essa la zona fu liberata dagli invasori. Questo episodio è stato riportato come fatto storico realmente accaduto negli archivi comunali di Altomonte, che si tratti di leggenda o meno, chissà…
CAMPANA (CS) - I GIGANTI DI PIETRA
ANTICHE SCULTURE O FENOMENI NATURALI?
Nei pressi della Fossiata a Campana (CS) vi sono due massi molto curiosi perché richiamano delle forme indentificabili con un elefante e un uomo seduto. Sculture o casualità geologiche? La scoperta è stata fatta nel dicembre del 2002 da un giovane architetto di Cosenza, DOMENICO CANINO, mentre era in quella zona alla ricerca di tutt’altro tipo di reperti. Riporto di seguito a confronto due teorie molto interessanti, la prima di Domenico Canino e la seconda di Carmine F.Petrungaro.

TEORIA DI DOMENICO CANINO Una scultura preistorica? Questo territorio, grazie al ritrovamento di molti reperti archeologici, era intensamente popolato fin dall’Età del Ferro. Camminando per i suoi prati è impossibile non fermarsi di fronte a due monoliti di notevole dimensione, distanti tra loro circa tre metri. Ad una prima impressione sembrano scolpiti perchè presentano lineamenti che richiamano figure conosciute. Il primo rappresenta un elefante di cinque metri di altezza, che potrebbe assomigliare anche ad un preistorico mammuth.

L’altro raffigurerebbe fino alle ginocchia, due gambe umane sedute, il resto di un'ipotetica figura umana scomparsa. Intorno vi sono diversi ciottoli forse provenienti dalle stesse statue. Sotto i monoliti è possibile vedere due piccole grotte, lì presenti da sempre, rifugio dei contadini dalle intemperie. L’elefante è la scultura di più semplice identificazione. La flessione delle zampe la fa sembrare in movimento e spiccano dalla figura occhi, proboscide e zanne. Queste ultime, avendo direzione verso il basso, potrebbero indicare l’animale come ELEPHANS ANTIQUUS, estinto però già dodicimila anni fa. Le stesse misure confrontate da Canino sono molto vicine a quelle dei fossili di questa specie di mammuth ritrovato proprio in queste zone e precisamente nel rione di ARCHI DI REGGIO CALABRIA.

La seconda statua, che ricordiamo rappresenta due gambe fino al ginocchio, è alta sei metri e, se effettivamente doveva essere un uomo seduto, sarebbe stata nel complesso una figura davvero gigantesca. La posizione ricorda molto le statue di Memmone a Tebe e quelle di Ramses II nella facciata del Tempio di Abu Simbel in Egitto.

Resta il dubbio, soprattutto perchè le statue sono talmente corrose da poter essere state frutto di uno scherzo della natura, anche se osservandole, si scorgono le figure in maniera talmente nitida da non poter credere che acqua, vento e neve siano riusciti a creare opere così perfette. Inoltre è bene ricordare che se fossero di natura umana, sarebbero tra le più grandi sculture d’Europa.

La mappa del "Magini"
A questo punto Domenico Canino, forte delle sue convinzioni, decise di ricercare un’eventuale presenza di questi colossi in qualche documento del passato. Essendo opere molto grandi pensò di consultare antiche carte geografiche. Ed infatti sulla mappa del 1606 della Calabria Citra di Giovanni Antonio MAGINI, trovò segnata una conformazione in quello stesso punto denominata “Corno del Gigante”. Questa prova indicherebbe senza ombra di dubbio che le statue erano conosciute quattrocento anni fa. Bisogna precisare che la Mappa del Magini era molto famosa e venne utilizzata in tutta Europa. Il caso strano fu che Giovanni Magini non venne mai in Calabria! Questo indicherebbe ulteriormente che le sue mappe furono ricopiate da mappe preesistenti, probabilmente secondo il PROF. ILARIO PRINCIPE, da cartapecora Aragonesi del 1470 – 1515 (detto anche dal PROF. MARCO IULIANO). Purtroppo però ad oggi a queste mappe manca proprio la zona di Sila. Fatto sta che furono moltissime le mappe successive che indicarono quel punto come “Cozzo del Gigante” fino al 1827 quando, in seguito ad un terremoto, sparirono nomi e probabilmente statue.

Ma comunque dopo questi studi le prove che siano realmente statue aumentano. Ma com’erano prima del terremoto? Chi dovevano rappresentare? Esiste qualcuno che le avrebbe nel passato fortuitamente disegnate?

TEORIA DI CARMINE F. PETRUNGARO

Pirro e gli elefanti indiani
Esistono altre interessanti ipotesi da parte di CARMINE F. PETRUNGARO che non vedrebbe le statue di origine preistorica, ma più vicine alla nostra civiltà. Secondo i suoi studi è difficile che sia una scultura di un mammuth, dato che quando i grandi mammiferi si erano spinti fin nel nostro continente, la glaciazione era già in stato avanzato e quindi i primitivi non avrebbero avuto motivo di impegnarsi in un'opera così straordinaria. Inoltre Petrungaro ha saputo trovare una nuova interpretazione della statua che la collocherebbe al periodo delle invasioni di Pirro, che per primo portò gli elefanti in Italia.

Questo generale aveva ereditato la tecnica degli "elefanti da guerra" dagli eserciti dei Diadochi e dalla dinastia seleucide, fondata da Seleuco I, generale di Alessandro il Grande. Secondo Petrungaro l'elefante avrebbe sembianze "indiane", con orecchie piccole, testa larga e zanne quasi verticali. Il re Pirro sbarcò in Puglia nel 281 a.C. con 26.000 uomini e 26 elefanti indiani da combattimento. I Romani che vedevano questi grandi mammiferi per la prima volta, ne furono spaventati ma anche affascinati a tal punto che li chiamarono "i grandi buoi lucani".

Il primo scontro avvenne nei pressi di Eraclea, dove Pirro ebbe la meglio anche se con grosse perdite. Poi passò in Calabria nel 278 a.C. per contrastare i Cartaginesi alleati con i Romani. Vinse nuovamente nominandosi re di tutta la Sicilia, battendo moneta con il proprio nome. A questo punto si potrebbe ipotizzare la motivazione delle stuatue come autentico omaggio a Pirro "il liberatore". Due statue megalitiche che ricordassero il grande re ma anche quegli strani animali quasi divini che il nostro antico popolo aveva avuto modo di incontrare, cosìcchè, una volta tornati nella loro terra, non fossero mai dimenticati.

Quelle di Canino e di Petrungaro sono due visioni molto diverse ed entrambe interessanti che aprono la mente nei confronti di questi reperti unici nel loro genere. Finchè non verranno effettuate ulteriori ricerche sul campo che scoprano monili o addirittura monete che possano datare le statue, ci aggrappiamo alle ipotesi di questi due appassionati studiosi che hanno saputo dare degne spiegazioni di ciò che è a noi incomprensibile.

Per concludere riporto un pensiero di Petrungaro che è a mio avviso davvero molto bello: "Gli "Antichi" e basta? Qualcuno che conosceva la storia si era già posto delle domande nei decenni trascorsi, ma fu deriso o non ascoltato dalla gente che sosteneva e sostiene ancora oggi che, si trattasse soltanto di rocce scolpite dal vento e dall'acqua piovana. I tempi non erano ancora maturi. Quell'elefante era sempre lì ad aspettare il giorno del suo riscatto. Intanto le amministrazioni continuarono ad ignorarlo, come hanno sempre fatto per la ormai consueta abitudine, di ignorare ciò che è caro al cittadino campanese e, il migliore esempio lo si può osservare nel centro storico greco/normanno e nella Cavesea...la speranza resta nei giovani che su larga scala stanno già dando segno di reagire a livello politico, sociale e culturale."

SCALEA (CS) - SANTUARIO DI S.MARIA DEL LAURO SALVATI DALLE ACQUE

Nel '600 capitò che alcuni marinai furono sorpresi da una violenta tempesta, così forte che non gli rimase che pregare la Madonna del Lauro, originaria di Meta di Sorrento, il luogo da cui provenivano. Ecco che corse in loro aiuto placando le acque e salvandoli miracolosamente sulla costa di Scalea. Per ringraziare Maria del felice evento, portarono laddove furono salvati una statua della Madonna del Lauro. Oggi la statua è conservata all'interno del Santuario e l'evento viene ancora festeggiato l'8 settembre.
L'elemento di questo luogo è: L'ACQUA

SCALEA (CS) - TORRE TALAOUN LEGISLATORE SPIETATO LA BATTAGLIA PIU' SANGUINARIA DELL'ANTICHITA'

In principio Torre Talea era un'isola e fu costruita nel XVI secolo come sistema difensivo nei confronti degli attacchi dei turchi. Un tempo era costituita da 337 torri! Vi sono delle grotte dette dello "scoglio", abitate un tempo (30.000 a.C.) dall'uomo preistorico.
Un legislatore spietatoLa leggenda di questo luogo riguarda personaggi dell'Enea e dell'Odissea, di qui passarono infatti Enea ed Ulisse. Inoltre qui morì Draconte, amico e consigliere del re di Itaca, Ulisse, nonchè legislatore spietato della stessa Atene. Infatti istituì la pena di morte anche per reati lievi ed ogni debitore che non fosse riuscito ad estinguere un qualsiasi prestito diventava schiavo del proprio creditore! La battaglia più sanguinaria dell'antichità In questo luogo ci fu una famosa predizione di un oracolo che disse "Presso Draconte Laio molto popolo sarà per perire" e così accadde. Nel 389 a.C. si combatte in questa pianura, la battaglia più sanguinosa dell'antichità tra Lucani e Greci di Thuri, che vede la morte di ben 10.000 persone! I Greci, stanchi delle continue scorrerie dei Lucani, decideso di farla finita attaccandoli nel loro stesso territorio, il Laos, ma furono loro a uscirne sconfitti, fu una vera e propria strage.

Leonardo Sciascia

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Tra i vari Memoriam, come può sfuggire un pensiero a Leonardo Sciascia?


Uno scrittore impuro, spurio, irregolare è stato uno di pochi, pochissimi intellettuali finiti alla sbarra per il suo gusto di contraddire e contraddirsi. Un uomo che per tutta la sua vita, è stato preso dal demone dello scrivere e di leggere, come egli stesso ammise, il quale ha lasciato alle giovani generazioni il suo magistero, esercitando una "critica della lettura" per mezzo di una "cultura della critica": la stessa che il maestro elementare ha fatto confliggere nei suoi libri con l'irrazionalità della storia lenta del Sud. Senza Sciascia si tocca con mano la mancanza di una generazione che si rigenerava, controcorrente, ai suoi scritti, alla sua parola carica di pietas che orientava ma che mai si è data provocatoria o animosa. Adesso senza la sua indifettibile vigilanza sul potere, nessuno può fare a meno di assumersi la responsabilità di rileggerlo, di scherzare, intesa come pratica morale ed estetica, come faceva lui, sulle cose che si temono, che si odiano, che si amano, di credergli contro pure, senza la pretesa infida di pensarla come lui.


Sciascia non è stato soltanto l'intellettuale di punta, il polemista, lo scrittore, ma anche un raffinatissimo "facitore di libri".


Il Leonardo Sciascia, "appassionato incompetente" d'arte lascia infatti emergere nel corso della sua attività una "doppia personalità": il razionalista che smaschera la realtà attraverso una costruzione di finzione, dall'altro il topo di biblioteche e di librerie, l'amanuense recensore, l'appassionato di incisioni; insomma, un novecentesco "San Girolamo nel suo studio" se proprio decidessimo di raccontarlo con l'immagine che lui stesso consigliò, con la solita, allusiva e perentoria discrezione, per "Dalle parti degli infedeli".


"L'autore, Leonardo Sciascia, maestro elementare di Racalmuto, è un giovane letterato molto intelligente che dirige laggiù una rivistina assai pulita ("Galleria") e delle edizioncine di poesia". Così Italo Calvino (ne "I libri degli altri") nell'ottobre del 1954 scriveva ad Albero Carocci dello scrittore siciliano, indirettamente individuandone un'attività che Sciascia avrebbe coltivato parallela: appunto, quella di "facitore di libri". Ed i libri, scriveva Bradbury in Farheneit 451", sono bombe. E tanto si potrebbbe raccontare sulla sua felicità di far libri. Soprattutto di romanzi genere borghesemente pericoloso e proscritto, già devertissement criminels. Categoria che, come suggeriva Borsieri all'inizio dell800, andava riformata "in quanto genere filosofico" o rifondata come avrebbero fatto Manzoni prima e, appunto, Sciascia poi. Per questa stessa ragione se quelli andavano emendati, i libri tutti, dovrebbero essere esposti invece: Manzoni scriveva che "in tanta parte d'Italia i libri non erano nemmeno visibili, ma chiusi in armadi, donde non si levavano per gentilezza de'bibliotecari, quando si sentivano di farli vedere un momento. Dimodochè arricchir tali biblioteche era un sottrar libri all'uso comune: una di quelle coltivazioni, che isteriliscono il campo".


Ecco, questa di levare i libri ci pare immagine di potenza quasi evangelica, non una riesumazione erudita piuttosto una resurrectio a tutti gli effetti che si compie attraverso le carte di Sciascia. Nella borgesiana biblioteca di Babele in cui labirinticamente i libri inseguono se stessi in una spirale infinita di testi e di parole o nella prosa geografica del Bertoli, o meglio lungo il decalogo quasi infinito che Calvino evoca in "Se una notte d'inverno un viaggiatore", il cristallo sognante che è l'autore brilla di tutti quei riverberi bianchi e neri delle parole sulle pagine. L'autore dunque, e l'autore Sciascia soprattutto. E anche l'editore Sciascia. Se Bufalino "aveva letto tutti i libri senza pubblicarne uno suo"; se Calvino aveva dichiarato d'essere contento d'avere dedicato "il massimo del tempo della mia vita ai libri degli altri, non ai miei", Sciascia dimostra non solo di avere letto quasi tutti questi e quei libri, ma di averne impresso moltissimi altri con il suo segno: note, risvolti di copertina, appunti, promemorie, financo le presentazioni dei suoi stessi scritti.


Se, come si va sentendo dire, la letteratura è immorale ed è immorale sarebbe l'attendervi, L'Autore è già per definizione colpevole. E chi è stato più colpevole e colpevolizzato del maestro di Racalmuto, almeno nella storia recente delle nostre belle lettere? "L'illuminista" Sciascia. Quello che smentì il pregiudizio consolidato che "stampare libri in Sicilia sia come coltivare fichi d'india a Milano".

lunedì 23 novembre 2009

Carta dei minori, vent'anni ma ignorata

Dopo vent'anni sembra ancora giovanissima, una bambina, questa Carta invece maggiorenne. Libera di girare, vagare per il mondo, incontrare altre Carte, quelle che dovrebbero garantire i diritti degli uomini, delle donne...in ogni parte del pianeta.

E' la Carta dei diritti dei bambini e degli adolescenti che fa riferimento alla convenzione internazionale ratificata vent'anni fa che ormai grande è convinta, povera illusa, come ogni giovane sognatrice, di poter cambiare il mondo e così annullare ogni disparità di accesso alle risorse necessarie alla sopravvivenza per fermare la consueta barbarie della morte ogni tre secondi di un bambino nel mondo nell'indifferenza globale.

Le cause?

Malnutrizione, sanità e prime cure mediche assenti, acqua poca e sporca e guerre tante, tantissime, queste non mancano mai da quelle parti. Si muore di fame mentre noi buttiamo ogni giorno qua, 17o milioni di dollari di cibo fresco nelle pattumiere domestiche magari tra uno zapping e l'altro mentre là, si muore oltre che per fame anche tra un bombardamento e l'altro perché hanno questa cattiva abitudine di guardare sempre e solo film di guerra. Strano modo di fare zapping, non li capirò mai. Si muore perché mancano semplicemente delle zanzariere mentre noi comodamente riposiamo su letti, ed in camere dove i tendaggi abbondano.

Si muore per sete mentre noi la sprechiamo anche e non solo quando ci laviamo i denti.
Si muore per le tante guerre affinché noi possiamo sprecare cibo, acqua e risorse naturali al prezzo simbolico di solo un bambino morto ogni tre secondi e che sarà mai?

Allora cosa vuole questa mocciosa appena maggiorenne che si aggira nel mondo dei grandi per rappresentare i piccoli? Preghi il suo Dio di aver intanto vissuto vent'anni e i portarli ancora così bene da sembrare poco più di una neonata e poi non è forse questo un galante complimento?
Dimentica sovente questa insolente che quelli che lei vorrebbe tutelare non vivono nemmeno venti secondi e dunque che cerca ancora?

Del resto che muoiano diciassettemila bambini al giorno oltre all'esercizio retorico di ricordarlo ogni tanto non mi sembra scateni quell'indignazione tale da creare consapevolezza e risolutezza al fine di sentirsi direttamente coinvolti e così sono anche vittime delle nostre parole che ammazzano i pochi fatti esistenti a loro sostegno andando in ogni senso all'altro mondo dove troveranno riposo al loro affanno, spero.

Brutta vita questa della Carta dei diritti del fanciullo sempre più inascoltata, ghettizzata, umiliata e dimenticata tanto che non riesco a capire come non sia stata, essa stessa vittima di un problema tutto adolescenziale e dunque dei suoi stessi amici che spesso ricorrono al suicidio nell'incomprensione del disagio che nascondono.

Ma forse credo di capire dove trovi ancor la forza di combattere, il coraggio ed il sostegno necessario per continuare ad esistere ed insistere ovvero nella forza del volontariato che sempre più novello un tempo Don Chisciotte lotta contro i mulini delle multinazionali che affamano l'intero mondo a noi sconosciuto e che ha messo a dieta il suo fedele amico Sancho e dalla sua Panza trae aiuti e risorse per milioni di bambini in tutto il mondo.

A tutti loro, piccole vittime innocenti, rei di essere venuti al mondo tra le bugie dei grandi che son morti per fame, per sete, per guerra per stupro e per infamia del nostro opulento mondo durante la lettura di questo mio vaneggio, la speranza che siano da qualche parte ed in qualche altro mondo a giocare e soprattutto a ridere della nostra stupida e saccente ignoranza.

L'acqua scorre, senza rispetto

Ormai è deciso, quindi. La Camera dei deputati ha approvato il testo, così com 'è, trasmesso dal Senato della Repubblica, e ora il decreto che liberizza l'acqua è legge per lo Stato. Un risultato atteso, dopo la fiducia del governo. L'opposizione ha risposto in aula e fuori con argomenti diversi: chi dicendo che non è comunque stabilito chi fisserà standard del servizio e tariffe; chi ideologicamente tuonando "l'acqua non si tocca"; chi richiamando la paura delle criminalità organizzate; chi parlando di penalizzazione per enti pubblici. Dimenticando forse, che già il precedente governo di centrosinistra, aveva ipotizzato un tale progetto.

L'acqua è fondamentale, importante e si combatte e si muore per essa, nostra fonte vitale, eppure c'è abuso, spreco o insufficienza. L'acqua è vita, e deve scorrere libera ed essere accessibile per tutti.

Cosa è successo, alla politica italiana e alle istituzioni? Avventatezza, far cassa, superficialità, buttarsi sull'ideologia del mercato contro rigidità ambientalista, assicurare un servizio che il pubblico non ce la fa più ad assicurare?

Strano il mondo, e i Paesi che lo compongono. In Italia si vuole privatizzare la rete idrica, con conseguenze evidenti per tutti, in Francia dalla gestione privata si sta per tornare al pubblico, almeno così sembra, (Sul suolo francese si sono due colossi mondiali della gestione dell'acqua: la societè Lyonnesse e la Societè Generaux). In che misura si può discernere la proprietà, che rimane in mano pubblica, e la gestione, in mano prevalentemente ai privati, nelle società miste, con al massimo 30% ai soci pubblici? Bel compromesso ha trovato il Parlamento. In qual modo i privati avranno capitali e volontà di intervenire sul sistema idrico italiano che, scusate il gioco di parole, fa acqua da tutte le parti?

Anche in questo caso potrà intervenire il settore del credito, il quale ancora una volta, detterà le sue leggi, occupando così posizioni monopolistiche anche in mancanza di standard dei servizi da osservare e dei piani tariffari, così efficienza e risparmio potranno essere accantonati, anche perché parliamo di un mercato che da solo non serve e non vale a garantire alcunché, soprattutto in quei comparti strategici nei quali si situa di diritto l'acqua; inserendo così una ferita pesantissima in tutta la disciplina che regolamenta i beni comuni; infierendo anche sui tanti enti locali che operano bene. Un grande piano...

Può, comunque difendersi questa situazione? Ci sono perdite gravissime nella rete. Ci sono aree del nostro Paese che non hanno un minimo di approvvigionamento, esistono sprechi, disservizi, incapacità. Soprattutto manca la volontà di mettere razionalmente e in maniera radicale mano alla soluzione del problema. Si abbandona il ruolo pubblico e cosa si fa? Si sceglie l'opzione privato-mercato. Allora si può difendere questa situazione? No, certo che no.
E' troppo tempo che questo paese non procede con piani ingegneristici sulla rete idrica, da troppo tempo gli interventi di manutenzione sono stati abbandonati.Ma al governo cosa importa?

Ormai si va avanti in questa direzione, con grandi disquilibri, e non è cosa giusta.
Amiamo l'acqua, rispettiamola.

domenica 22 novembre 2009

...Anche i fiumi, sono nostri Fratelli...


Nel 1854, il Grande Capo Bianco di Washington fece un'offerta per una vasta area di terra indiana, promettendo in cambio una"Riserva" per i Pellirosse. La risposta del capo dei Seattle, che pubblicherò qui di seguito è stato definito il documento sull'ambiente più bello e profondo che sia mai stato composto. Com'è possibile comperare o vendere il cielo, il calore della terra? L'idea risulta strana a noi. Se la freschezza dell'aria e lo scintillio delle acque non sono in nostro possesso, come è possibile comperarli? Ogni angolo di questa terra è sacro per la mia gente. Ogni luccicante ago di pino, ogni spiaggia sabbiosa, ogni bruma nell'oscurità dei boschi, ogni insetto ronzante è santo nella memoria e nell'esperienza della mia gente.
La linfa che scorre negli alberi reca i ricordi del pellerossa. I morti dell'uomo bianco, vanno a vagabondare fra le stelle, dimenticano la terra dove sono nati. I nostri morti mai dimenticano questa terra bellissima perché essa è la madre del pellerossa. Noi siamo parte della terra e la terra è parte di noi. I fiori profumanti sono nostri fratelli; il cervo, il cavallo, la grande aquila: questi sono i nostri fratelli. Le cime rocciose, i nettari dei prati, il tepore corporeo del puledro e l'uomo: tutti appartengono alla famiglia. Perciò, quando il grande Capo Bianco di Washington ci fa sapere che desidera acquistare la nostra terra, egli chiede gran parte di noi. Il grande Capo ci comunica che ci riserverà un posto dove potremo confortevolmente vivere da soli. Egli sarà nostro padre e noi i suoi figli.
Quindi prenderemo in considerazione la vostra offerta di comprare la nostra terra. Ma non sarà facile. Perché questa terra ci è sacra. Quest'acqua splendente che scorre nei fiumi e nei ruscelli non è semplicemente acqua, ma il sangue dei nostri avi. Se vi venderemo la terra, dovrete ricordare che essa è sacra e dovrete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ogni tenue riflesso nelle acque chiare dei laghi narra episodi e ricordi appartenenti alla vita della mia gente. Il mormorio delle acque è la voce del padre di mio padre. I fiumi sono nostri fratelli: spengono la nostra sete. I fiumi trasportano le nostre canoe e cibano i nostri figli. Se vi venderemo la nostra terra, dovrete rammentare e insegnare ai vostri figli che i fiumi sono fratelli nostri e vostri e dovrete quindi porgere ai fiumi quella gentilezza che usereste con qualsiasi fratello. Noi siamo consapevoli che l'uomo bianco non comprende le nostre usanze.
Un lembo di terra è per lui uguale all'altro, poiché egli è uno straniero che arriva nella notte e prende dalla terra qualsiasi cosa di cui abbia bisogno. La terra non è per lui sorella, ma sua nemica, e quando l'ha soggiogata, la invade. Egli abbandona le tombe dei suoi padri, e non se ne cura. Rapisce la terra ai suoi figli e non se ne preoccupa. Le tombe dei suoi padri e il diritto di nascita dei suoi figli vengono dimenticati. Egli tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo; come cose che vadano acquistate, depredate vendute come pecore o collane brillanti. La sua avidità divorerà la terra e lascerà dietro solo deserto. Io non so. I nostri costumi sono differenti dai vostri. La vista delle vostre città fa soffrire gli occhi del pellerossa.
Ma forse questo avviene perché il pellerossa è un selvaggio e non capisce. Non c'è angolo tranquillo nelle città dell'uomo bianco. Nessun posto dove ascoltare lo schiudersi delle gemme in primavera o il brusio delle ali dell'insetto. Ma forse sono un selvaggio e non comprendo. Il frastuono non fa che offendere le orecchie. E cosa rimane alla vita se un uomo non può udire il pianto solitario di un caprimulgo o le dispute delle rane attorno ad uno stagno nella notte? Io sono un pellerossa e non capisco. L'indiano preferisce il dolce rumore del vento che soffia su uno specchio d'acqua e l'odore di una brezza purificata da una pioggia meridiana o redolente d resinosi abeti. L'aria è preziosa per il pellerossa perché tutte le cose si dividono lo stesso respiro: animali, alberi, uomini, tutti respirano la stessa aria.
L'uomo bianco non sembra far caso all'aria che respira. Come un uomo moribondo da molti giorni, egli è insensibile al cattivo odore. Ma se vi venderemo la nostra terra, dovrete ricordare che per noi l'aria è preziosa, che l'aria divide il proprio spirito con tutte le cose che alimenta. Il vento che ha dato al nostro avo il primo fiato ne ha ricevuto anche l'ultimo sospiro. E se vi venderemo la nostra terra, dovrete conservarla separatamente e considerarla sacra come un luogo in cui perfino l'uomo bianco potrà andare a gustare il vento addolcito dai fiori di prateria. Così noi considereremo la vostra offerta di comprare la nostra terra. Se decideremo di accettare io porrò una condizione: l'uomo bianco dovrà trattare gli animali di questa terra come suoi fratelli. Io sono un selvaggio e non comprendo altri modi. Ho visto mille bufali imputridire nella prateria lasciati dall'uomo bianco che ha sparato loro da un treno incorsa.
Io sono un selvaggio e non capisco come il fumante cavallo d'acciaio possa essere più importante del bufalo che noi uccidiamo solo per sopravvivere. Cosa è l'uomo senza gli animali? Se tutte le bestie scomparissero, l'uomo morirebbe di malinconia. Poiché qualunque cosa avvenga agli animali presto capita anche all'uomo. Tutte le cose sono collegate. Dovrete insegnare ai vostri bambini che la terra sotto i loro piedi è atta delle ceneri dei nostri avi. Per far si che essi rispettino la terra, dite ai vostri bambini che la terra è ricca delle vite dei nostri congiunti. Insegnate ai vostri figli ciò che noi abbiamo insegnato ai nostri: che la terra è nostra madre. Ciò che accade alla terra, accade ai figli della terra. L'uomo che sputa sulla terra, sputa su se stesso. Noi sappiamo questo: la terra non appartiene all'uomo.
L'uomo appartiene alla terra: questo sappiamo. Tutte le cose sono connesse come il sangue che unisce una famiglia. Tutte le cose sono collegate. Tutto quello che accade alla terra, accade ai figli della terra. L'uomo non ha tessuto la tela della vita: ne è solo un filo. Ciò fa alla tela, fa a se stesso. Neppure l'uomo bianco, benché il suo Dio cammini vicino a lui e con lui parli da amico ad amico, potrà sfuggire al comune fato. Possiamo bene essere fratelli, nonostante tutto. Vedremo. Una sola cosa sappiamo che forse un giorno l'uomo bianco scoprirà: il nostro Dio è lo stesso Dio. Siete liberi di pensare che possedete Lui, come desiderate possedere la nostra terra, ma ciò non è possibile. Egli è il Dio dell'uomo e la sua compassione è uguale tanto per l'uomo bianco, quanto per quello rosso. Questa terra è preziosa al Suo cospetto e nuocerle significa insultare il Creatore.
Anche i bianchi passeranno; forse più presto di tutte le altre tribù. Contaminate il vostro letto e una notte soffocherete nelle vostre stesse fecce. Ma morendo risplenderete luminosi, infammati dalla forza del Dio che vi condusse in questa terra e che per qualche Suo speciale scopo, vi dette il dominio di questa terra e dell'uomo rosso. Quel destino è un mistero per noi, perché non comprendiamo cosa accadrà quando saranno sterminati i bufali, domati i cavalli selvaggi, appestati dai miasmi di folle umane le latebre della foresta e i pendii dei nudicolli deturparti dai fili parlanti. Dove sono i boschi? Scomparsi. Dov'è l'aquila? Fuggita. E' finita la vita, incomincia la sopravvivenza.

giovedì 19 novembre 2009

Cercami nel vento tra i suoi sussurri

Cercami nel vento tra i suoi sussurri
E come il vento mi troverai ovunque
Grida il mio nome
Forte, sempre più forte…
Ogni uomo sfida la sorte

Incantami con la tua voce
Sorreggimi in questa vita
Abusa di me

Non lasciare che mi abbandoni a me stesso
Ho camminato tanto e non trovo pace
E tutto intorno tace
Ma tu conosci il mio nome

Dolce fragile creatura
Cerco un motivo tra le mie paure
E vago nella follia quotidiana

Urla nella notte

Echi lontani nei meandri della mia mente
Percezione distorta della realtà
Confusione tra i pensieri
Astratti ma così palpabili

Adorazione della vita come una festa
Senti l’ebbrezza?
Profumo di solitudine nella moltitudine di gente
Siamo soli con noi stessi
Fuga da qualcosa?

Poter avere la comprensione di tutto ciò che ci sfugge
Se solo potessimo…
Insoddisfazione di risposte mi danno la volontà di resistere
Continuare a cercare

Ho bisogno di compagnia nella mia follia…

BANDIERE E DOVERE

BANDIERE E DOVERE


E’ questo il mondo che abbiamo creato?
Non ci siamo mai chiesti se lo meritassimo
Questo mondo umiliato.
Campi minati
Uomini ingannati
Corpi dilaniati.
Colori sulle bandiere
Ognuno fa il suo dovere
Sorrisi e piacere.
Colori sulle bandiere
Ognuno fa il suo dovere
E’ pronto il mitragliere.
Colori sulle bandiere
La paura inizia a temere.
Colori sulle bandiere
Solo sangue può vedere
Il gioco del potere.
E’ questo il mondo che abbiamo creato?
Nudo e violentato.
Quante lacrime abbiamo versato …
Su queste bandiere
Non per questo sbiadite
Mezze verità e bugie ardite
Lotte infinite, rivolte punite
Sangue scorre nelle vene
Sangue sgorga sulle bandiere
Impassibili sventolano fiere.
È questo il mondo che abbiamo creato?

Del muro cosa resta?

1989-2009 Il 9 novembre di vent'anni fa due parole cambiano in un attimo il corso della storia: "Von jetzt", da adesso. La cortina che divide Berlino e non solo crolla, a chiudere un mese di proteste di piazza sempre più partecipate. Qui racconto in breve Il "Mauer" tra letteratura musica e curiosità.

Un modo per avvicinarmi ad un evento così importante e lontano dal "mio tempo".

9 ottobre
A lipsia si svolge la "Rivoluzione pacifica", il primo degli eventi che portarono alla caduta del Muro: fu la più grande manifestazione di proteesta dall'insurrezione del 17 giugno 1952 (quando uno scipero di operai a Berlino fu brutalemnte offocato dal Gruppo di Forze Sovietiche in Germania). Si sfiorò la tragedia: 70 mila prsone, nonostante vigesse l'ordine di sparare, si riunirono stringendo in mano delle candele per rivendicare la libertà nella Ddr.
Migliaia di soldati erano pronti a far fuoco.

18 ottobre
Si dimette Erich Honecker, capo dello Stato e segretario generale del comitato centrale della Sed (Sozialistiche Einheitsparei Ddeutschlands), ilpartito egemonico della Ddr.
Le dimissioni furono provocate dalla netta oppposizione di Gorbaciov, in occasione del quarantesimo della Ddr (7 ottobre), e soprrattutto dalle manifestazioni del 16 ottobre a Lipsia e a Dresda.

23 ottobre
Lipsia si conferma il cuore della protesta contro il regime: 3000 mila persone sfilano per la città e chiedono elezioni libere, libertà di stampa e di riunione. I manifestanti nutrono una prfonda diffidenza nei confronti dei Wendehalse (voltagabbana). Gli annunci dei politci della Ddr sull'amnistia e sulle radicali rifoeme non serviranno ad arrestare la disgregazione del regime.

24 ottobre
Il membro del Politburo, Egon Krenz, sccede a Honecker, Krenz, delfino di Honecker, non fu la persona giusta per sedare le proteste di piazza, sebbene fosse sotenuto da esponenti del partito conosciuti come riformatori, e scegliesse un netto allineamento alle posizioni gorbacioviane.
Tra il 24 ottobre e il 4 novembre si consumò, in ritardo, il sacrificio della nomenklatura della Ddr: dal massimo dirigente dell'economia, Gunter Mittag, ministro da 26 anni, a Erich Mielke, capo della polizia segreta dal 1957.

30 ottobre
Si costituisce un nuovo partito: il Demokratischer Aufbruch, il cui nucleo è costituito da religiosi protestanti. La Chiesa evangelica luterana, in continuazione di un antico appoggio al movimento pacifista disobbediente, ebbe un ruolo significativo nella rivoluzione tedesca, con l'Initiative Frieden und Menschenrechte e i movimenti per i diritti civili (Burgerrechtsbewegungen).

4 novembre
A Berlino Est si svolge un'imponente maifestazione di un milione di persone, durante la quale molti dirigenti della Sed ammettono pubblicamente le proprie colpe e i propri errori. Apparve chiaramente la sfiducia della popolazione nei confronti di Krenz, a cui si rimproveravano i trascorsi come fedelissimo di Honecker. Nello stesso gioro fu concesso ai rifugiati nelle ambasciate della Germania Ovest di Praga e di Varsavia di trasferirsi nella Repubblica federale.

Voci e parole famose:
"Signor Gorbaciov, se lei cerca la pace, venga a questa porta. Abbatta questo muro".-Ronald Reagan 12 giugno 1987
"Ora cresce insieme ciò che deve stare insieme" -Willy Brandt 10 novembre 1989
"Se lavoriamo insieme trasformeremo le regioni dell'Est in paesaggi fioriti" -Helmut Kohl 1 luglio 1990
"Ogni popolo deve determinare da solo le forme della nuova società" -Mikhail Gorbaciov
"Il 1989 è stato l'anno più importante dell storia del mondo dal 1945 in poi (...) Questa non è l'Europa dal cuore grande che soognavano i visionari come Vaclav Havel nel 1989" - Timothy Garton Ash
E in Italia?
Andreotti con una delle sue battute disse: "Amo talmente la Germania che preferisco ne restino due!" e aggiunse: "Rimettere in discussione l'assetto delle frontiere in Europa presenta forse pericoli maggiori della stessa esistenza degli arsenali nucleari". Andreotti temeva il terzo conflitto mondiale. ( settembre 1984)

La musica

Da Rostropovich agli U2 passando per Roger Waters
Estate, 21 agosto 1990. Il muro è solo una cenografia, un telaio dentellato, strappato, ci sono due gru a vegliare la gente di Berlino, presa da un'euforia e un'ubriacatura collettiva di libertà e birra. Al centro la musica che si dirama in tutte le direzioni. C'è un simbolo è presente, visibile da tutti. Un pugno e un martello, icona della fine ma anche dell'inizio metaforicamente nato dalla musica degli Scorpion che il vento del cambiamento lo avevano fischiato in musica rock. La fine e l'inizio, ben rappresentati da un concerto entrato di diritto nella storia.

Il 5 novembre scorso, per ricordare il 9 novembre anche gli U2 hanno suonao gratuitamente davanti la porta di Brandeburgo erigendo però un altro muro per riservare lo show solo ai 10 mila vincitori di un concorso online. Paradossi? O forse eccessi da caos celebrativo che ha donato anche emozioni come la musica del violoncello di Mstilav Rotropovich che suonò Bach di fronte al muro di Berlino che si sgretolava.

Roger Waters era convinto che l'album "The Wall" poteva prendere vita solo dopo la fine di quella triste linea di cemento. L'ora è arrivata, il muro abbattuto. Ma nel frattempo anche la storia dei Pink Floyd. Waters decide così di chiamare alcuni cantanti per andare insieme sul palco, ma Eric Clapton, Bruce Springsteen, Rod Stewart, Peter Gabriel non rispondono.

Ecco che arrivano Cindy Lauper, Sinead O' Connor, Ute Lemper, Van Morrison, Bryan Adams e molti altri per un concerto in mondovisione di oltre due ore, con 500 mila persone in piazza e 52 paesi collegati. Tutti uniti in un gran finale corale con "The Tide is Turnig". "La marea sta cambiando" cantano. E la piazza canta con loro, e anche il cielo sopra Berlino.

Web e dintorni

Trovi chi il muro lo ha distrutto con il proprio scalpello e prova venderne un pezzo e ci scrive anche la data. C'è chi dice che quella notte della "caduta" era presente e porge i cimeli e chi mette all'asta pezzi du muro su ebay, dove nessuno garantisce l'autenticità. Sono passati vent'anni dal giorno della caduta del Muro di Berlino e oggi si trova qualche residuo conservato da gente che vuole ricordare quell'epoca. Su Facebook ci sono due o tre gruppi, con pochi iscritti che vorrebbero ricostruire il muro, mentre c'è chi quel muro in frantumi continua a venderlo...

Cinema e dintorni

Come non citare Wim Wenders? e il suo "Cielo sopra Berlino". "Tutto è Est" recita un suicida sospeso nel vuoto, nel capolavoro del regista tedesco in cui la barriera ideologica vive ad ogni piè sospinto. Arriva Wolfgang Becker con il suo "Goodbye Lenin" più vicino a noi per arco temporale (siamo nel 2003) con le musiche di Jan Tiersen, in un affresco fedele dell'Impero del male in decadenza. Poi arriva Florian Henckel von Donnersmarck con "Le vite degli altri" e vince anche un Oscar. Un film da vedere, dove un bravo regista ripercorre la sua vita attraverso ricordi tragici e reali.

Tratto dal fim "Le vite degli altri"

Bambino e Gerd Wiesler
Davvero tu sei della Stasi?
Ma lo sai che cos'è, la Stasi?
Sì, papà dice che sono degli uomini tanto cattivi che mettono la gente in prigione.
Davvero... E come si chiama?
Come si chiama chi?
La tua palla. Il nome della tua palla.
Ma che domande... Le palle non ce l'hanno un nome!

Poi vi è da citare il film di Alfred Hitchcock con il suo "Il sipario strappato" del 1966 con Paul Newman, un film poco riuscito per molti critici. Ma c'è anche un altro autore da ricordare, Billy Wilder con il suo "Uno, due, tre" film commedia:
« Otto: Ma in questo mondo sono tutti corrotti?!! - Peripetchikoff: Non lo so, non conosco mica tutti! » (dai dialoghi del film)

La guerra è appena finita, non corre buon sangue tra rossi e resto del mondo a Berlino, ma gli affari sono affari. In un flm che ci trasporta in una città divisa non ancora dal cemento dove un funzionario della Coca Cola vende la bibita ai sovietici. Altro che vodka. Però nel 1965 il muro è già realtà e comincia la tragedia.

Letteratura e dintorni

Frasi celebri:

"Il muro che divide Berlino ha poco più di un mese. Corre ininterrotto per strade, fossi, attraversa cimiteri, cortili, appartamenti, piazze. Nessuno, onestamente, crede di vederlo svanire per miracolo, una mattina" -Luigi Barzini jr (Epoce, 4/9/1961)
"A Berlino Est ho visto uno spogliarello che concilia l'abolizione dei reggipetto e la morale di Marx: le fanciulle sono belle, si liberano degli indumenti, mostrano i contorni, ma dietro uno schermo; il partito ammette solo ombre" -Enzo Biagi (La Stampa 30/4/1966)
"Erich Honecker ha evitato d'un pelo di restare schiacciato sotto le macerie del Muro, di cui è stato, sia pure su ordinativo del suo predecessore Walter Ulbricht, il costruttore" -Indro Montanelli (Il giornale 11/11/198)
I comunisti di ieri sono tutti in cattedra di anticomunismo, niente di eccezionale, il trasformismo italico ha avuto ben altri exploit" -Giorgio Bocca (La Repubblica 15/11/1989)

Passati vent'anni da quella notte del 9 novembre 1989 si fa fatica a credere che quell'assurda costruzione sia davvero esistite. Ma in questo ci aiutano a ricordare i tanti libri, saggi e pubblicazioni in uscita che raccontano quel periodo con testimonianze e documenti per dirci cosa è cambiato da allora. Possiamo citare ad esempio "Non si può dividere il cielo" di Luca Falanga che raccoglie storie di umini e donne che non si adeguarono a vivere nella città divisa e che il Muro seppero sfidarlo coraggiosamente. Oppure "L'anno che cambiò il mondo, storia non detta della caduta del Muro" dove vengono raccontati retroscena tra strade e salotti del potere, di quell'anno. O ancora, proiettato nel presente, "Oltre il Muro, Berlino e i linguaggi della riunificazione", raccolta di saggi di studiosi di cinema, architettura, letteratura che segnano il volto della Capitale a due decenni dalla riunificazione della Germania. Poi c'è il libro "La crisi. Il sistema internazionale vent'anni dopo la caduta del Muro di Berlino", dove l'autore Luigi Bonanate da una visione complessiva delle relazioni internazionali degli ultimi vent'anni. Ma possiamo ricordare anche "Il muro di Berlino" dove si racconta di come il gverno comunista della Repbblica democratica tedesca tedesca condizionò la vita di milioni di cittadini controllandone ogni mossa, reprimendo nel sangue ogni moto ribelle e ansia di libertà. Questi e molti altri ricordano a noi che quel muro è esistito.

E in Italia, in questi giorni di celebrazioni cosa è accaduto?
Roma ha ricordato l'evento con la proiezione di un muro sulla scalinata di Trinità dei Monti, iniziativa organizzata dal Campidoglio in collaborazione con l'ambasciata tedesca con spettacoli, dibattiti, convegni e la serata-evento in piazza di Spagna.