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mercoledì 18 novembre 2009

L'epoca postumana



E' in questi giorni nelle sale italiane District 9,il film di Neill Blomkamp. Sono gli anni '80, arrivano gli alieni sulla Terra, ma non per invaderla. Sono dei naufraghi dello spazio profondo. Hanno bisogno d'aiuto. Le autorità terrestri (quelle di Johannesburg, Sud Africa) li rinchiudono in un enorme campo di concentramento, il distretto 9 appunto. Qui per 20 anni vivono ammassati, sporchi, maltrattati e denutriti, milioni di "gamberoni" spaziali. Dopo la prima curiosità cresce nei loro confronti, risentimento, xenofobia, odio. E' il momento di allontanarli dalla città. Sorgono i problemi.

District 9 è un film che riconcilia con la migliore fantascienza, quella che sposa lo spettacolo alla causa sociale: un inno alla tolleranza, uno stimolo a guardare dentro le nostre paure. Il sudafricano Blomkamp ritrae gli alieni come gli immigrati dei giorni nostri: gente disprezzata, sfruttata, torturata, respinta perfino uccisa. Il film è un frullato di letture e visioni sedimentata da anni nei ricordi di lettori e spettatori, in particolare si ispira al grande immaginario creato dalla narrativa fantascientifica degli ultimi quarant'anni, che ci ha abituato ad alieni, mutanti, rapporti interspecie, robot, cyborg. District 9 descrive l'incontro con forme di vita aliene, tema classico della fantascienza, innervandolo con l'altro tipico tema ad esso correlato, quello del mutamento biologico causato da forme di vita non terrestri. E, nel flm, ribaltando i punti di vista, alieni che si umanizzano.

L'incontro tra uomini e alieni è stato letteralmente sempre fonte di stimoli quando i migliori scrittori, adottando la tecnica dello straniamento, hanno aperto una porta nelle nostre coscienze. Non è stato facile. Pensate, ad esempio, alla pubbicazione nell'America puritana del secodo dopoguerra di romanzi innovativi come Cristalli sognanti di Theodor Sturgeon (Adelphi 1997) in cui un ragazzo mutante, emarginato per la sua diversità, entrava in contatto empatico con degli alieni dalla sorprendente morfologia, appunto "i cristalli soganti" del titolo; oppure pensate a The lovers (gli amanti di Siddo, Urania Mondadori 2008) di Philips Josè Farmer, che raccontava per la prima volta (1952) in modo esplicito un rapporto erotico tra un uomo e un'aliena. La letteratura fantascientifca nei suoi esiti migliori ha aiutato a apire e capirci. Spesso proprio nella sua variante più cupa e crudele, quella che ha immaginato in mondi peggiori di quello reale.

La distopia, il genere così chiamato in opposizione alla società felice dell'utopia, è un segno dei nostri tempi. Francesco Muzzioli, in Scritture della catastrofe, (Meltemi 2007), ne fa una disanima attraverso decine di romanzi, soprattutto di anglosassoni, che negli anni hanno dato rappresentazione ai notri pegggiori incubi, quello di società dominate da regimi violenti e di umanità sopravvissute a spaventose catastrofi. Peccato che Muzzioli non vi abbia inserito (ma non erano stati ancora pubblicati) gli straordinari italiani La ragazza di Vajont di Tullio Avoledo (Einaudi 2008) e La fine dei giorni di Alessandro De Roma (Il maestrale, 2008). Ambientati in una distopica Italia, che già si prefigura nel razzismo e nella violenza odierni. Per non dimenticare le malinconiche Sirene di Laura Pugno (Einaudi 2007), storia di amore (tra specie diverse) e morte in un mondo postcatastrofico. Daniele Barberi e Riccardo Mancini in Di futuri ce n'è tanti (Avverbi edizioni, 2007) ripercorrendo, nei risultati più interessanti, la storia della fantascienza degli ultimi decenni, scrivono: "La migliore fantascienza è una letteratura di forza e di ampio respiro che offre un terreno di prova per l'analisi di società vecchie e nuove, all'interno di una buona narrativa, provocatoria, brillante, persino bella". Assistiamo, però, ad un paradosso. Proprio quando trionfa in letteratura il genere, il romanzo d'indagine, il nero e il giallo riempono gli scaffali delle librerie, così pure accade a quello storico o al rosa nella moderna versione erotico/porno, per non parlare poi del fantasy e dell'horror, la narrativa che si occupa di fantascienza, dopo decenni di successi, appare invece in ombra.

E proprio quando il fantastico predomina in tutte le salse in tv, nel fumetto e nel cinema, colonizzando, o meglio narcotizzando, il nostro immaginario con prodotti scadenti. Come è possibile? Certo non è più tempo ingenuo della prima "science-fiction", quella fatta di navi interstellari, di pianeti proibiti, di astronavi ed eroi, quella che rispecchiava un'era di ottimismo e di benessere. La tragedia della seconda guerra mondiale, la bomba atomica risvegliavano scrittori e lettori dai sogni dei viaggi interspaziali e dagli esotici mondi galattici. L'incertezza dei nuovi tempi, con la guerra fredda, apriva la strada alla paura.

C'è voluta la cosiddetta età sociologica della fantascienza, iniziata negli anni 50 per percorrere la strada della maturazione del genere verso opere più complesse. Fantascienza e temi politici hanno iniziato così un nuovo percorso comune. I protagonisti di questi nuovi romanzi non viaggiano più per lospazio profondo, ma si voltano verso se stessi, nell'inner space della psiche, della quotidianità e del virtuale. Orwell, Pohl, Ballard, Vonnegut, Bradbury, Farmer, Sturgeon, Simak, Leibner, Dick, Le Guin, Gibson, per citarne alcuni, hanno contribuito a dare dignità letteraria alla fantascienza, liberandola dalla fissità del genere. L'hanno resa così appetibile da sollevare l'interesse di editori importanti e di famosi scrittori non specializzati che hanno imparato ad usare i paradigmi del genere per i loro romanzi (Cormac McCarthy ne La strada o Philip Roth ne Complotto contro l'America). Questo vuol dire che la narrazione fantascientifica è stata assorbita definitivamete dalla letteratura mainstream? Se fosse così questo spiegherebbe il suo apparente eclissarsi.

Il rischio, però, che si corre è la perdita della sua "popolarità". In tal caso ci sarà ancora spazio per la fantascienza ironica e graffiante di Pohl e Sheckley, per la raffinatezza di Delany, per la sensibilità politica di Spinrad o per la crudeltà distopica di Brunner? Megalopoli, robot, computer, organismi cibernetici, mutanti, alieni, mondi concetrazionari, disparità sociali sono le tracce disseminate in Distrinct 9 dai romanzi e racconti di tutti questi scrittori. Il regista sudafricano costruisce un grande film non solo per intrigare o avvincere il lettore con spettacolari colpi ad effetto, ma per preoccuparlo e suggestionarlo con le alternative possibili e impossibili di unprobabile e complesso futuro. Temi che potrete approfondire anche in Riflessioni sull'orlo dell'apocalissi (2006), libro di racconti e interviste a scritttori come Chomsky, Sterling, Wilson, curato da David J.Brown; oppure se siete più intrigati dalla figura del diverso, l'alieno (ma anche il mostro, l'orco il vampiro), procuratevi Comunque umani (2008) di Guido Ferraro e Isabella Brugo.

Il saggio dei due semiologi racconta, partendo da radici folcloriche, la rappresentazione del "mostruoso" da parte di letteratura e cinema. Queste creature "ci parlano davvero di figure non umane, disgiunte da noi, inconoscibili o aliene, o non sono piuttosto strumenti per definire ciò che davvero siamo?"

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